Luca Steffenoni, Il Caso Pantani. Doveva morire così hanno ucciso il Pirata

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Non lo so se la mia sia diventata una fissazione o una malattia, ma a me questa storia mi fa impazzire di rabbia. Mi sono documentato questa volta, ho comprato un libro di ricostruzione giornalistica che dettaglia e descrive gli eventi, rispetto ai quali avevo una memoria storica un po’ incerta, annebbiata dal dolore e dalla collera.

Il libro in questione si intitola “Il Caso Pantani – doveva morire” scritto da Luca Steffenoni per la collana Misteri Italiani di Chiarelettere. La breve biografia mi racconta dell’autore: criminologo, consulente di diversi tribunali, autore di altri libri sul genere. Questa è la fonte che mi consente di circostanziare quanto ho sempre più fortemente pensato nel corso di questi anni. Questa è una ingiustizia che difficilmente ho visto realizzarsi in questa forma ed in queste dimensioni: il più  grande campione di uno sport ultrapopolare come il ciclismo è ingiustamente squalificato per un doping inesistente, successivamente è additato come traditore della enorme massa di tifosi che egli stesso con le sue favolose gesta sportive ha scatenato ed infine sottoposto al paragone con il grande eroe dello sport, il texano Lance Armstrong, che uscendo da un terribile tumore ai testicoli diviene  l’onesto vincitore  di sette Tour de France consecutivi.

Ci hanno fatto vivere una storia all’inverso a noi tifosi del più formidabile ed emozionante fuoriclasse che io abbia mai visto! Oggi sappiamo che Armstrong in realtà si chiamava “The Program”, gli sono stati ritirati tutti i titoli vinti ed è considerato il peggior traditore della storia dello sport. L’altra formidabile verità, non raccontata purtroppo da nessuno, sta nelle ultime battute del sopra menzionato libro “[] Ognuno può rimanere fermo nelle proprie convinzioni. A una cosa però questa morte è servita. Una piccola fiammella di verità può rimanere accesa in mezzo alla nebbia. Per scovarla bisogna cercare tra le carte, far scorrere i fogli del verbale d’autopsia“. Nel midollo osseo di Marco Pantani non si evidenziano tracce di eritropoietina.” Pantani è pulito!”.
Il Libro parte dalla ricostruzione della grande truffa di Madonna di Campiglio: siamo al Giro d’Italia del 1999, Pantani aveva vinto l’anno prima sia il Giro che il Tour e sta dominando anche quell’edizione. Mancano due tappe al termine, Marco ha già vinto tutte le tappe con arrivo in salita e sta dominando la classifica generale: il secondo in classifica ha cinque minuti e trentotto secondi di ritardo! Nel ciclismo nessuno vince Giro e Tour nello stesso anno e nessuno vince con questi distacchi. La definizione di Gianni Mura di Pantadattilo è geniale: Marco sembra essere un fossile spuntato dal nulla, uno che ci riporta all’epoca di Coppi e Bartali, saltando a piè pari Merckx, Hinault ed Indurain, tre mostri sacri del ciclismo non in grado di compiere azioni del livello di quelle che ci ha fatto godere Pantani.
Riprendendo il filo dell’inchiesta di Luca Steffenoni, come mai, a fronte di tale incolmabile vantaggio e di questa evidente superiorità, nel carcere di Novara il detenuto Vallanzasca, esattamente nelle giornate conclusive di quel Giro d’Italia che ha un trionfatore ormai definito, è avvicinato da un “amico” detenuto che gli dice di scommettere contro Pantani perché “il Pelatino questo Giro non lo finisce”? Addirittura questo amico si propone di finanziarla la scommessa tanto è certo del risultato. Nel 2013 Vallanzasca riporta la storia e si iniziano a cercare i riscontri; nel 2016 Rosario Tolomelli, boss del quartiere napoletano Sanità, viene intercettato in una telefonata con un parente. La telefonata ripercorre il caso Pantani, così come rinvangato da Vallanzasca e conclude dicendo: “un camorrista di grosso calibro gli avrebbe detto “Guarda che il Giro d’Italia non lo vince Pantani, non arriva alla fine. Perché sbanca tutte e’cose, perché si sono giocati tutti quanti a isso. E quindi praticamente la camorra ha fatto perdere il Giro a Pantani. Cambiando le provette e facendolo risultare dopato []”. E il parente gli chiede: “EÈ vera questa cosa?”. La risposta di Tolomelli è chiarissima “Si, si, si”.

Come è possibile che la criminalità organizzata abbia potuto questo crimine distruggendo la storia sportiva, ed infine la vita, di uno dei più grandi sportivi dell’era moderna? Le vicende vanno sempre contestualizzate: siamo nel 1999 e la lotta al doping sportivo e soprattutto a quello ciclistico è in pieno svolgimento. Provo a ricostruire alcune storie:

  • Giro d’Italia del 1996 con partenza dalla Grecia: nel viaggio di ritorno dalla Grecia all’Italia arriva la finanzia a bordo delle navi che trasportavano atleti e squadre. La corsa evidente a gettare i flaconi a mare resta uno dei momenti più tragicomici dello sport moderno.
  • Caso Festina al Tour del 1998: una intera squadra e soprattutto il suo leader Richard Virenque, alla fine allontanati dal Tour per uso di sostanze dopanti
  • I vincitori di un anno: su tutti Bjarne Riis, danese, vincitore del Tour del 1996. Reo confesso in quanto ad assunzione di sostanze dopanti; un buon corridore che domina un Tour come se fosse un fuoriclasse. Possiamo ricordare anche Berzin, russo, vincitore del Giro del 1994, poi scomparso nel nulla.

Di fronte a questa situazione emergenziale i controlli vengono fatti a ripetizione, senza badare troppo alle formalità. Ma cosa si controlla? Le analisi del sangue controllano il valore dell’ematocrito, rispetto al quale viene fissato un valore soglia di 50: se sei sotto non fai uso di sostanze dopanti, se sei sopra è necessario che il corridore sia fermato e che si proceda allo svolgimento di controanalisi. La Mercatone Uno è all’hotel Touring di Madonna di Campiglio la sera di venerdì 4 giugno 1999. Martinelli è certo che la mattina dopo il Pirata sarà controllato dagli inviati dell’UCI, quindi si procede ad un rapido controllo: valore dell’ematocrito 48,7, tutto in regola. Steffenoni spiega che “[…] l’ematocrito altro non è che il rapporto tra la parte più liquida del sangue, ovvero il plasma, e quella più solida, ovvero i globuli rossi, cinquanta di ematocrito significa perfetto equilibrio tra le due parti. Per verificarlo, avendo poco tempo a disposizione, basta una centrifuga capace di separarle. Per effetto della rotazione la parte pesante andrà sul fondo della provetta e quella leggera, o liquida, resterà in superficie.  [...Gran parte della comunità medico sportiva ritiene tale valore troppo instabile e, dunque, ben poco utile a certificare lo stato di salute di un atleta []. Nella lotta al doping farmacologico da Epo, si è rinunciato a cercare direttamente traccia di questa sostanza, per concentrarsi sulle “tracce” lasciate sul luogo del delitto  []”.
Sostanzialmente il metodo è scientificamente discutibile, ma l’UCI preferisce fermare gli atleti avviandoli a successivi approfondimenti in assenza di metodologie più certe. Peraltro, essendo in pieno boom dei casi di doping, i controlli sono frequentissimi ed a mano a mano perdono il rispetto delle procedure necessarie per assicurarne la correttezza. Così, diviene possibile che il 5 giugno del 1999 Marco Pantani sia controllato in una situazione di grande confusione; nell’albergo alle 7:15 di quella mattina non ci sono atleti ed addetti ai lavori, ma anche un numero imprecisato di persone non identificate. La procedura prevede che l’atleta possa scegliere tra diverse provette, quelle nelle quali inserire il contenuto ematico; il sangue, inoltre, dovrebbe essere diviso in più fiale per consentire un immediato svolgimento delle eventuali controanalisi. Queste due regole non sono rispettate, se la Mercatone Uno avesse fatto ricorso immediato Pantani doveva essere immediatamente riammesso alla gara; purtroppo lo staff di Pantani ignorava questi particolari procedurali. Il risultato dell’ematocrito è 50,9! Pantani viene fermato. Ancora una volta lo staff del Pirata si dimostra disattento: il risultato delle analisi nel complesso appare quanto meno dubbio. Il valore dell’emoglobina risultante dalle analisi è pari a 16,2; la letteratura scientifica ritiene che il rapporto tra emoglobina ed ematocrito è di 1 a 3, quindi 16,2 per 3 è uguale a 48,6. Infine, il quantitativo di piastrine è pari ad un valore compreso tra 109.000 e 117.000 per millimetro cubo, i valori di un malato, non di un atleta!

Troppe cose non quadrano in questa vicenda ed anche in ciò che accade negli anni successivi. Stavolta Marco non si rialza più: ha superato un gravissimo incidente che ha messo in discussione la possibilità di andare in bicicletta nel 1995, tornato in gran forma, ha superato la caduta sulla Costiera amalfitana nel Giro del ’97. Ogni volta è tornato più forte, questa volta non ce la fa. Il libro ci racconta del rientro, del Tour del 2000 dove riesce a staccare anche Armstrong, poi c’è la continua discesa verso gli inferi. I rapporti divengono sempre più complicati per il Pirata: con la fidanzata danese, con la manager, con la famiglia, con i vecchi compagni di squadra. Nessuno comprende quanto si senta derubato Pantani: derubato soprattutto della reputazione e della indubitabile di ciclista più grande della fine del XX secolo.
L’opinione pubblica davvero crede che lui sia comunque, in qualche modo, coinvolto in scandali doping. Il libro riporta gli articoli di accusa, pesanti, di Candido Cannavò: sono sicuro che se il grande direttore della Gazzetta dello Sport avesse saputo quale ignobile macchinazione ci fosse dietro le vicende del Pirata non avrebbe mai gridato al tradimento dello sport. Marco era un uomo ferito e non credeva più ai suoi amici che sentiva lontani. Gli si erano avvicinati nuovi presunti amici, in cerca di divertimento attraverso i suoi soldi. Farà tante stupidaggini, come ad esempio l’esperienza cubana. Chi giudica superficialmente Pantani dovrebbe leggere cosa scrive sul passaporto in quel viaggio. Sono, peraltro, convinto che Marco frequentasse determinati ambienti per cercare di giungere a contattare qualcuno che sapesse.

Il 14 febbraio del 2004 Pantani muore nella sua stanza del Residence Le Rose a Rimini. Anche l’epilogo è quanto meno dubbio. Le ricostruzioni sono difficili perché il residence non esiste più, è stato abbattuto l’anno successivo. Restano le immagini girate dagli inquirenti subito dopo essere arrivati sulla scena del delitto. Sgombriamo il campo da un’altra falsità: Marco usava cocaina da poco tempo e tecnicamente non era un tossico, alterato nelle relazioni e nelle percezioni. Chi lo ha incontrato in quei giorni parla di un Pantani depresso leggermente, ma cordiale ed equilibrato. La mattina della morte dalla stanza di Pantani partono delle telefonate per la reception: una voce dice che ci sono due persone che gli danno fastidio. Nessuno controlla. Non quadra il disordine trovato in stanza, appare quasi costruito per definire la situazione di un uomo finito che muore per la sua disperazione e per la droga, fuori di sé, dopo aver distrutto la stanza. Ma ad esempio, lo specchio spostato sarebbe dovuto rivelarsi danneggiato, invece è perfettamente integro.  La posizione del corpo appare incompatibile con qualsiasi ricostruzione, come se fosse stato spostato.Penso che Marco sia stato ucciso perché stava arrivando alla verità, lo penso ma non ho alcuna prova.
Ringrazio Steffenoni che ha compiuto questa preziosa inchiesta per ricostruire una verità storica sul più clamoroso caso di depistaggio sportivo della storia. Sapremo mai la verità?
Vittorio Fresa

Luca Steffenoni
Il caso Pantani
Chiarelettere, 2017
pag. 153
€ 12,00

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