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È uscito un nuovo romanzo di Saramago. Sì, proprio lui, José Saramago, morto esattamente due anni fa, uno dei più grandi scrittori del novecento, Premio Nobel nel 1998, autore di alcuni capolavori tra cui Il Vangelo secondo Gesù Cristo, CecitàLe intermittenze della Morte ed ora questo, Lucernario, che non è un romanzo qualsiasi, ma è il primo romanzo che scrisse, tra il 1949 ed il 1952, rimasto inedito fino ad oggi. Perché? Non perché non meritasse di essere pubblicato, ma per scelta dell’autore stesso, il quale si oppose alla sua pubblicazione finché fosse rimasto in vita.
Ma vediamo meglio come sono andate le cose, secondo quanto possiamo apprendere da Pilar del Rìo, Presidentessa della Fondazione José Saramago e sua moglie dal 1988. In realtà, si legge nella prefazione, il manoscritto di Lucernario fu inviato ad una casa editrice subito dopo la sua stesura, nel 1953, e poi di esso non si seppe più nulla, sparito nel nulla, mai restituito all’autore, almeno fino al 1999, quando, una mattina, Saramago ricevette una telefonata dalla medesima casa editrice, la quale lo avvertì  che durante un recente trasferimento della struttura il suo manoscritto era stato ritrovato e sarebbe stato un piacere pubblicarlo: “obrigado, ora no!”, rispose Saramago. Dopodiché si recò sul posto a ritirare quei fogli ormai ingialliti, tornò a casa e li gettò, con noncuranza quasi, in mezzo ad altre carte. I suoi familiari, chi gli stava accanto e chiunque all’epoca lesse il romanzo ritennero che fosse un peccato non farlo pubblicare, ma in qualche modo intuirono che dietro il rifiuto di Saramago ci fosse qualcosa in più di un capriccio o della semplice rivalsa nei confronti di una casa editrice che si era comportata in maniera così poco rispettosa e professionale verso un allora giovanissimo autore pieno di speranze che per giorni, settimane, mesi aveva atteso invano anche la più formale e sintetica delle risposte, anche un semplice “sì”, o “no”; ciò che dovette amareggiarlo profondamente non fu infatti il veder rifiutato quel suo primo romanzo, ma la scorrettezza e l’indifferenza della casa editrice nei confronti di chi, inviando un manoscritto, fa qualcosa di più che affidare nelle mani di qualcun altro le proprie fatiche letterarie; è la propria anima, i propri sogni, le proprie speranze infatti che vi ripone.
Non so se dietro la presa di posizione di Saramago di far pubblicare Lucernario solo dopo la sua morte si nascondesse altro, quel che posso affermare con certezza è che ogni pubblicazione postuma di ogni grande autore è sempre un immenso dono per noi lettori perché in fondo è come se l’autore fosse ancora in vita e tornasse a deliziarci con le sue storie.
Lucernario tuttavia non è un romanzo che ha valore solo per questo, ma anche perché, letto a posteriori, può essere considerato come una specie di manifesto letterario del suo autore. È stupefacente vedere come in esso sia già evidente tutta la sua poetica e si vedano già delineati i principali tratti di tanti caratteri – principali o secondari – ricorrenti nella sua produzione successiva. Ciò che colpisce ancora di più è vedere come in un così giovane autore – il quale, ricordiamolo, non apparteneva all’élite culturale della Lisbona di quegli anni, ma anzi proveniva da una famiglia di analfabeti e a causa di difficoltà economiche dovette lasciare gli studi e barcamenarsi tra varie occupazioni precarie di ogni tipo fino a che non trovò un impiego stabile nel campo dell’editoria – che scriveva di notte e lavorava di giorno, fosse già così delineata una lucida e consapevole visione esistenziale capace di affiorare e di essere espunta dalle pieghe nascoste della banalità del quotidiano. Lucernario è un romanzo corale, ambientato all’interno di un condominio nella Lisbona degli anni cinquanta. Quante volte passando di fronte ad una casa, un palazzo, alzando gli occhi verso le finestre illuminate cerchiamo di indovinare la vita nascosta che vi scorre all’interno? Chi di noi non si è mai lasciato andare a fantasticherie sulla mano che si intravede nell’atto di spostare una tenda o sul volto che si affaccia a salutare un passante? Quali storie, quali sentimenti, quali gioie o dolori si celano dietro le facciate dei palazzi? Che tipo di umanità li abita? Immaginate ora di poter salire su un tetto e di poter sbirciare attraverso uno squarcio ciò che avviene all’interno dei singoli appartamenti, delle singole stanze, di poter ascoltare dialoghi o assistere a scene di inimmaginabile intimità domestica. Questo è ciò che fa Lucernario – letteralmente un’apertura che serve a rischiarare scale, stanze, soffitte – metaforicamente una luce che s’accende improvvisa su un’umanità spesso misera e dolente e che si illude, attraverso la prevaricazione o, al contrario, l’esercizio di una paziente sopportazione, di potersi elevare al di sopra di una comune infelicità. I personaggi sono al tempo stesso singolari caratteri psicologici eppure figure simboliche, capaci di riassumere in sé archetipi universali o rappresentazioni di precise classi sociali, ognuno con le proprie ambizioni, ognuno portatore di un segreto inconfessabile che giace nelle profondità più oscure della propria anima. Non è un romanzo sociale tuttavia, la Storia sullo sfondo della Lisbona negli anni della dittatura salazarista nemmeno si percepisce, è piuttosto un affresco esistenziale di un’umanità che ha i tratti ricorrenti dell’umanità di sempre.
Il tema dominante, riscontrabile nelle vicende delle varie famiglie abitanti il condominio – famiglie i cui membri e le loro singole aspirazioni, sogni, delusioni, vicissitudini, sofferenze vengono narrati a capitoli alterni – è quello di una diffusa infelicità, o meglio, di un’esistenza incapace di farsi vita piena, già rassegnata, sottomessa, piegata dal giogo dell’abitudine, dell’ipocrisia nei piccoli e grandi eventi quotidiani, della finzione. In mezzo a quest’umanità dolente e miserevole emerge la figura di Abel, spirito libertario e disilluso che si accontenta di “una cosa semplicissima: vivere”, in contrapposizione a Silvestre, calzolaio semplice, ma “uomo che pensa” e curioso di conoscenza, d’accordo con Pessoa che “il senso occulto della vita è che la vita non ha nessun senso occulto”, ma proprio per questo convinto che stia al singolo, ad ogni uomo trovarvi il proprio senso e che essa, “la vita deve essere interessata, interessata in ogni momento, proiettarsi verso un punto ed oltre” perché “essere spettatori non serve. Presenziare equivale a essere morti”; e poi ancora convinto che solo l’amore tra gli uomini – “un amore lucido e attivo” – possa trasformare la vita, da quel “letamaio e porcheria” che è, a qualcosa di più degno e meritevole di essere vissuto. L’ottimismo di Silvestre non riesce però a convincere o infiammare l’animo pessimista di Abel, così come non riesce a scalfire la visione sostanzialmente amara che Saramago riflette in questo suo primo lavoro. Ed ecco che proprio la differenza tra una visione irrimediabilmente amara e pessimista ed una in cui la fede piena nell’amore diviene spiraglio di redenzione umana è anche ciò che contraddistingue Lucernario dalla sua produzione letteraria successiva e che lo pone come pietra miliare della sua evoluzione personale e letteraria e della prima che si riflette nella seconda.

Rita Ciatti

José Saramago
“Lucernario”
Feltrinelli – 2012
325 pagine – 18,00 euro

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