Lucia Tozzi, L’invenzione di Milano

Lucia Tozzi

Pinocchio arriva nel paese dei balocchi nella speranza che tutto sia una cornucopia e una cuccagna. Potrebbe essere questa la metafora sottesa allo sferzante libro di L'invenzione di . Culto della comunicazione e politiche urbane. Coloro che arrivano a Milano portano con sé la speranza di trovare il paese della cuccagna ma se non sono trasformati in ciuchini poco ci manca. La verità è che Milano gode di ottima stampa ed è abituata a mettere le proprie miserie sotto il tappeto.

Milano è definita ed è proposta come dalle mille opportunità grazie a una incessante e raffinata campagna di comunicazione, che nasconde il fatto che si tratta di una «città in cui le disuguaglianze aumentano, la giustizia educativa langue, i servizi vengono privatizzati, il lavoro è precario, l'aria pessima»[1].
Milano appare ‘sublime' grazie a una raffinata operazione di marketing, a una comunicazione «insensata perché è psicotica» [2]. Appare unica e desiderabile, modello da imitare per un immaginario comunicativo la cui forza dispotica «risiede proprio nella sua regressione a uno stato infantile: alla pretesa di incarnare l'intero arco del bene, dalle istanze più moderate a quelle più radicali, rigettando ogni contraddizione tra i termini, corrisponde la negazione del principio di realtà, il rifiuto di prendere in considerazione ogni evidenza che possa razionalmente mettere in dubbio la propria bontà»[3].

Lucia Tozzi L'invenzione di MilanoL'invenzione di Milano è un libro ben scritto, irriverente, che non affida la sua bontà esclusivamente a uno stile raffinato, ma a una mole di dati che scoperchiano e svelano il gioco con cui Milano si promuove. È inutile ripercorrere puntualmente tutti gli snodi. Però è necessario focalizzarne alcuni.
Tozzi insiste nell'affermare che Milano più che fare cultura fa marketing sulla cultura. Pretendendo di trasformarlo nel nuovo oro nero, nell'elemento attrattivo di investimenti e di trasformazione della città. Dietro questo tentativo promozionale si nasconde il vuoto, un conformismo che rende Milano piatta, insalubre, uguale a tante altre città brandizzate dai grandi marchi della società dei consumi. Ma guai a dirlo ad alta voce. Chi si oppone a questa narrazione viene ferocemente escluso, denigrato, accusato di non voler fare il bene della città.

Milano a dispetto di battage pubblicitari ben orchestrati è una città invivibile, chiusa ai giovani, con affitti alle stelle. Espelle con la gentrificazione gli abitanti storici, preferisce attrarre coloro i quali usano la città per brevi periodi.
Milano è una città che impastoia la contestazione, il conflitto sociale, impelagandolo in una miriade di bandi dalla difficile comprensione, con la promessa che partecipando al gioco comunicativo si potrà accedere alla propria fetta di benessere, «ma per carità smettiamola di contestare, è così fuori moda. D'altronde cane non mangia cane».
Milano è la città della speculazione edilizia, che baratta i diritti di urbanizzazione con spelacchiati parchi dati alla città con la formula “a uso pubblico”. Formula questa ben diversa dall'espressione “proprietà pubblica”. Poche strutture ad uso pubblico, pochi parchi a uso pubblico estromettono dalla convivenza comunitaria tutte le forme di diversità per includere la “diversity”. In un trionfo dell'omologazione, dell'eliminazione, di qualsiasi differenza. L'unica prerogativa che rimane è quella del consumo. Mentre quei pochi parchi, quei pochi luoghi dati ad uso pubblico diventano premessa per ulteriore speculazione. Si trasformano nel cortile semi privato di abbellimento di grandi grattacieli e di grandi location i cui affitti sono proibitivi, che valorizzano ulteriormente la speculazione.

Milano ha appiattito qualsiasi forma di contestazione, consuma il proprio territorio fagocitandolo. Non crea benessere per i propri abitanti, li illude che possano partecipare allo sviluppo di opportunità lavorative, al benessere per tutti. Non è che un'illusione.
Tanti sono i chiamati pochi gli eletti. Perché se è vero che siamo tutti invitati al grande gioco pochi hanno la possibilità di sedersi al tavolo con le carte giuste. Queste sono concesse ai grandi fondi speculativi. Facilitati da scelte politiche che non gestiscono più il territorio a favore della cittadinanza ma favore di investimenti di cui il cittadino non trae alcun beneficio. Milano propone una grande illusione collettiva, una grande allucinazione, dove ciò che rimane è la disneyficazione delle città e la foodification.

«Uno dei migliori dispositivi per occultare le disuguaglianze e il conflitto. Uno spritz, un kebab, una pizza non si negano a nessuno, apparentemente. Il ricco e il povero mangiano virtualmente alla stessa mensa, più o meno, e in fondo è anche difficile distinguerli dall'abbigliamento: l'immagine di una tavolata nega l'evidenza politica della divisione in classi, disintegra la percezione dell'abisso che si spalanca sempre più ampio tra chi accumula sempre di più e chi resta col cerino in mano»[4].

Come fare uscire da questa mistificazione, da questa narrazione, fiaba colorata in cui però la principessa non si sveglierà dal sonno con il bacio del principe di turno?

Sembra che la proposta di Lucia Tozzi sia quella di continuare a esercitare il pensiero critico, a non fermarsi di fronte alla sirena del benessere diffuso, alla favola della promozione capillare della cultura come strumento di arricchimento del tessuto sociale. Lucia Tozzi inoltre ci invita a ricordare che se le periferie sono invivibili è perché non vengono fatti investimenti, non vengono fatte manutenzioni.

La povertà non è una colpa. Se si continua a sostituire il wellfare con la comunicazione stiamo andando sicuramente nella direzione sbagliata. Il pregio di questo libro è quello del coraggio di esclamare “il re è nudo” invece di cercare di promuovere sé stessi, partecipando a bandi o a qualche tavolo accademico da cui ottenere una propria posizione di rendita.
Fino a quando voci come quella di Lucia Tozzi saranno in grado di occupare la scena pubblica e di esprimere le proprie opinioni, senza essere screditate e/o tacitate? Basta il pensiero critico a smuovere le acque? O voci come quella di Lucia Tozzi rimarranno solo belle voci nel deserto?

Gianfranco Falcone

[1] Tozzi L. L'invenzione di Milano. Culto della comunicazione de politiche urbane. Edizioni Cronopio, Na, 2023, p. 10.
[2] Tozzi L. L'invenzione di Milano. Culto della comunicazione de politiche urbane. Edizioni Cronopio, Na, 2023, p. 20.
[3] Tozzi L. L'invenzione di Milano. Culto della comunicazione de politiche urbane. Edizioni Cronopio, Na, 2023, p. 19.
[4] Tozzi L. L'invenzione di Milano. Culto della comunicazione de politiche urbane. Edizioni Cronopio, Na, 2023, p. 104.

Lucia Tozzi
L'invenzione di Milano
Culto della comunicazione e politiche urbane
Cronopio, 2023
Pagine: 208
€ 15,00

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