A Palermo con Luigi Carollo parliamo di LGBT+, disabilità, educazione e DDL Zan.

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In uno dei miei ultimi viaggi sono stato a Palermo, meravigliosa città permeata da una gentilezza e da un calore umano rari. In questo viaggio sono riuscito a fare ciò che mi ero ripromesso da tempo: unire la bellezza dell’andare on the road in carrozzina alla possibilità di dialogare con alcuni dei protagonisti della politica e della società civile. Finalmente ho ripreso a viaggiare dopo la prolungata quaresima legata alla pandemia da Covid. Mi auguro che non sia soltanto una pausa prima della tempesta perfetta, che altri viaggi siano realizzabili.
A Palermo tra gli altri ho intervistato Luigi Carollo, voce di spicco del mondo LGBTQIA+ cittadino.

Luigi Carollo
Luigi Carollo. Palermo, 2022. Foto Gianfranco Falcone

Chi è Luigi Carollo?
Luigi Carollo oggi è il coordinatore del Palermo Pride. È un militante di lunga data. Entro in Arcigay Palermo nel 1992, allora non c’erano molti spazi in cui esercitare militanza, soprattutto qui a Palermo. Anche se in Italia c’erano già realtà collettive non legate al circuito dell’associazionismo nazionale. Qua a Palermo era un po’ diverso perché Palermo è la città dove è nata Arcigay. Arcigay aveva la sede all’Arci regionale in via Genova ai tempi, e per i palermitani quella era la sede di Arcigay, e Arci era sinonimo di Arcigay. L’assorbimento era al contrario, era il piccolo che aveva assorbito il grande.

Non sapevo che Palermo fosse il luogo di nascita dell’Arcigay.
A Palermo l’Arcigay nasce come circolo cittadino, come momento di rottura all’interno del Fuori di quelle che erano a livello nazionale le relazioni tra le persone gay e le strutture organizzate. Un gruppo di persone cominciava a soffrire la vicinanza eccessiva con il Partito Radicale. C’era il desiderio di allargare le interlocuzioni di sinistra, di portarle in una casa di sinistra che fungesse da ponte con il Pci e questa casa è stata l’Arci. L’esperimento nasce qui a Palermo. Soltanto cinque anni dopo l’Arcigay diventa un’associazione nazionale con l’assemblea di Bologna che ne fa un esperimento nazionale. Ma per cinque anni Arcigay era un circolo cittadino a cui il movimento guardava come esempio. Tra l’altro all’inizio senza avere  una relazione diretta con Palermo.

Che cosa fai oltre ad essere il responsabile del Pride Palermo?
Faccio politica da militante. Sono iscritto a Sinistra italiana. Sono stato portavoce di una lista civica palermitana “Sinistra comune”, Che metteva insieme le forze di sinistra non PD.

Lo slogan del Pride di quest’anno a Palermo è stato “Né le terre né i corpi sono luoghi di conquista”. Perché mettere al centro del Pride il corpo? Che cos’è il corpo per te?
Per il Pride, e in generale per il movimento LGBTQ mettere al centro il corpo è fondamentale. La cifra del Pride è la visibilità dei corpi, liberi vorremmo sperare. Molto più spesso liberati e magari soltanto per quella giornata. Ma la cifra delle manifestazioni del nostro movimento è quella della messa a disposizione visibile del proprio corpo. Ed è una cifra che in maniera più o meno istintiva, in modo più o meno consapevole, attraversa anche le persone che da alleate partecipano al Pride. È molto forte il tema del metterci la faccia, del metterci il corpo, anche a costo di passare per persone LGBT, quando invece tu partecipi al Pride per alleanza, per manifestare per i temi della libertà. La dimensione del corpo è sempre più sottratta alla dimensione della politica. Noi non sentiamo mai la politica parlare parole del desiderio, parlare delle esigenze legate alla liberazione del proprio corpo, questo lo rende ancora più rivoluzionario in un contesto come quello del Pride. Il tema del parallelo tra i corpi e gli spazi è un tema che attraversa il Pride da moltissimo tempo. Lo attraversa da quando abbiamo dedicato un Pride al tema dei beni comuni.
I beni comuni a noi interessano come spazi in cui i corpi possono agire liberamente fuori dalla dittatura dell’ordine pubblico, per come è inteso e declinato negli ultimi vent’anni. Ma ancora di più è un tema molto forte da quando abbiamo scelto come documento del Pride dedicato alle immigrazioni un messaggio di Paul Preciado, che faceva proprio questo parallelo, di come esista un legame tra i corpi trans e le persone migranti. Perché si tratta di corpi in attesa di costante attestazione da parte delle istituzioni. Quindi è vero che i corpi e gli spazi hanno un destino comune.

Tu stai affrontando il tema del corpo libero, del corpo liberato, degli spazi liberi. Se sostituissi le parole transessualità, omosessualità, comunità gay, con la parola disabilità non cambierebbe poi molto.
Non è un caso infatti che dopo il quarto Pride, associazioni di volontariato costituite a Palermo da persone disabili abbiano cominciato a pensare a un Pride sulla disabilità. Ai tempi Filippo Santamaria, che già lavorava in questo ambito, promuovendo servizi in università per le persone con disabilità lo chiamava provocatoriamente l’Handy Pride. Lui rivendicava l’utilizzo della parola handicappato nella modalità molto simile in cui noi rivendichiamo la parola frocio. Cioè, prendere l’insulto e costruire sull’insulto una forma di orgoglio, che lo sottragga alla dimensione dell’insulto. Ed è nata tra noi una relazione che ha portato una serie di incontri prima in università e poi all’organizzazione della prima manifestazione qua a Palermo.

2 luglio 2022 Pride a Milano. Il sindaco Beppe Sala ha tentato di metterci sopra il cappello. Ma cosa ancora più preoccupante è che al Pride milanese le tematiche LGBTQ hanno finito per soffocare la dimensione della disabilità. Come si può far sì che il Pride, che non ha più l’etichetta Gay Pride, non soffochi le altre realtà che si accostano?
Non sono la persona più adatta a darti una risposta. Perché mi chiedi come costruire protagonismo e presenza su una problematica che non è la mia. Io penso che l’unica risposta possibile sia che uno spazio collettivo non soffochi le voci di chi è portatore e portatrice di determinate istanze, che sia una casa sempre accogliente. Ma quella forma di rivendicazione a noi devono insegnarla le persone che la portano sul loro corpo quelle istanze. Quindi dobbiamo fare in modo che la nostra narrazione, la nostra costruzione di senso politico non sia escludente. Questo sì. È chiaro che se noi facessimo un Pride costruito su un immaginario tutto abilista, che quindi toglie cittadinanza a determinati corpi non conformi, non potremmo dire che siamo la casa di tutte e tutti perché non sarebbe vero. Quindi, è necessaria una grande attenzione, e servono le parole, i corpi, la militanza, di chi di questa istanza è portatore in prima persona. Io non avrei mai parlato di Handy Pride se non fosse stato Filippo a parlare di Handy Pride. La spinta arrivava da una persona che giustamente poteva portarla dentro il Pride.

A me va benissimo utilizzare la parola handicappato per definire la disabilità. Perché c’è tutta una retorica che ritiene che sostituendo le parole si risolvano i problemi. Ho apprezzato molto ad esempio Cristian Ceresoli, che all’interno della sua pièce teatrale La merda usa la parola handicappato in senso poetico. L’ho amato perché in quella pièce uno dei personaggi negativi è un handicappato. In questo modo rompe con uno stereotipo che vuole l’handicappato per forza “buono”. No. Gli handicappati possono essere stronzi. Anche gli omosessuali possono essere stronzi. L’appartenenza a una categoria non assolve dal dovere di esserci come esseri umani.
Però anche lì dipende da chi lo fa il racconto. Perché a differenza della disabilità, noi abbiamo una storia di racconto pubblico dell’omosessualità in cui per decenni siamo stati condannati ai ruoli del criminale, ai ruoli della persona che essendo portatrice di una dimensione morbosa era probabilmente più vicina al crimine. Allora, questo ha senso quando siamo noi a invertire questa narrazione. Allora, la persona omosessuale che mette in scena l’omosessualità facendo raccontare all’omosessualità anche la cattiveria, la malvagità, il crimine, la stronzaggine, va bene. Però noi per decenni abbiamo subito nel cinema, nella fiction, nel racconto pubblico, questo racconto come racconto imposto. Era il modo subdolo per dire la vostra dimensione è la dimensione del vizio.

Le peggiori battute sugli ebrei fatte dagli ebrei hanno un senso, fatte da non ebrei hanno un senso diverso.
Esattamente. Ancora una volta la differenza la fa chi prende la parola.

Palermo è città del Sud, è città mediterranea. È più severa con l’omosessualità o più accogliente? O è simile a tante altre città?
Questa domanda è molto complicata. Perché per rispondere dovrei avere contezza di quello che accade dappertutto. Abbiamo sicuramente una storica tradizione di accoglienza che è legata alle peculiarità di Palermo e della Sicilia. Noi condividiamo con la cultura araba alcune modalità di comportamento. Anche qui a Palermo, soprattutto quando le donne erano assenti dalla scena pubblica, quando le ragazze dovevano tornare a casa a un certo orario, era molto forte pubblicamente la dimensione della complicità maschile, dell’amicizia cameratesca tra maschi, che spesso sconfina nella curiosità dell’esplorazione sessuale. Quindi, anche qui a Palermo abbiamo avuto una tranquillità di movimento per molto tempo, rispetto magari ad altre zone d’Italia. Però, attenzione. La visibilità dei comportamenti e la visibilità della militanza non sono la stessa cosa. Quello che puoi fare non viene accettato allo stesso modo quando chiedi di farlo politicamente. Quindi quando dai un nome alle cose, quando rivendichi sulla base di quel comportamento un’idea di libertà, la costruzione di discorso pubblico che mette al centro la liberazione e l’orgoglio. In quello abbiamo dovuto faticare. Il paradosso è questo, probabilmente Arcigay è potuta nascere a Palermo e non in altre città per le ragioni che ti ho detto, ma anche per le ragioni esattamente contrarie. Cioè, che proprio per una socialità dell’omofilia, dell’omosessualità molto più diffusa, era forse più necessario che mai un discorso politico di rivendicazione di quello che i maschi palermitani soprattutto erano abituati a vedere. Questo secondo me fa di Palermo una città in cui non accade niente di diverso da quello che accade nel resto del mondo. Siamo anche qui soggetti a un ritorno indietro rispetto a una libertà che negli anni 2000 era molto più palpabile. Palermo è una città molto meno accogliente rispetto a vent’anni fa. Lo è rispetto alle persone migranti, lo è rispetto alle istanze delle donne, lo è rispetto alle istanze del movimento LGBT. Certo, il Pride che è una dimensione enorme, rende più difficile a questa omofobia emergere e prendere parole in pubblico, se non nelle forme dei forum, delle schifezze scritte sui social. Noi non abbiamo manifestazioni di protesta contro il Pride Palermo. Cosa che per esempio a Catania è accaduta in diverse edizioni.

Ti riferisci alle processioni di preghiera contro l’omosessualità, a favore delle terapie di conversione?
Esatto. Qui non se lo sognano. Quello che accade, accade in maniera molto nascosta. Abbiamo avuto anche noi le visite a Palermo dei guru della conversione, dei guru del dio ti perdona. Ma non hanno la dimensione pubblica che hanno in altre città. Questo penso per la forza dello spazio che noi abbiamo costruito. Anche perché a differenza di Milano, qui a Palermo noi abbiamo costruito una modalità di relazione con le istituzioni per cui non è il sindaco che mette il cappello sul Pride. È il Pride che mette il cappello al sindaco. Questo lo dimostra il fatto che noi abbiamo saputo costruire uno spazio molto forte con la presenza delle istituzioni, con sindaci di colori diversi. Noi nasciamo sotto Cammarata, quindi con una giunta di centro destra, con un sindaco personalmente amico dei diritti delle questioni LGBT, ma dato la coalizione che guidava non aveva il coraggio di metterci la faccia. Poi con Leoluca Orlando dieci anni di paradiso. Credo che abbiamo costruito una relazione che non ha uguali in nessun paese del mondo per la modalità con cui si è svolta. Con Roberto Lagalla, con una destra che è più a destra di quello di dodici anni fa è un esordio nella massima tranquillità. Proprio perché c’è questa percezione del Pride come spazio politico con il quale non ti puoi mettere in guerra. Credo che sia merito delle modalità con cui l’abbiamo fatto nascere tredici anni fa.

Quali erano queste modalità?
Anzitutto di un Pride che non fosse soltanto un corteo. Il Pride nasce innanzitutto dentro uno spazio che è Articolo tre. È l’associazione che io condividevo con Claudio Lobosco e Carlo Verri. Noi a Palermo non avevamo mai avuto un Pride. Carlo e Claudio conoscevano un po’ meglio la realtà dei Pride. Allora, su loro suggestione, che del corteo non volevano saperne niente, abbiamo inventato una modalità di costruire il Pride che nel corteo vedesse il momento di un lavoro politico che nelle nostre intenzioni doveva durare mesi. Abbiamo quindi inventato insieme al Pride il percorso verso il Pride. Che non esisteva in Italia. In Italia i Pride, quando andava bene in città come Roma e Milano, erano caratterizzati da due o tre iniziative durante la settimana del Pride, di cui due di spettacolo. Noi abbiamo inventato un percorso politico, e abbiamo chiamato ad organizzare il Pride con noi l’associazionismo non soltanto LGBTQ. Noi avevamo dei punti di debolezza. Cioè, in questa città non si era mai fatto un Pride. Dovevamo farli diventare dei punti di forza. Come potevano diventare dei punti di forza? Mettendo a frutto le reti di relazioni politiche che ognuno di noi aveva. Io condivido con Carlo e Claudio anche questa idea della militanza, che è fatta del piede messo in quante più scarpe possibili. Il che implica non avere lo schifo verso i partiti, le strutture organizzate, ma attraversarle con la speranza di investirle della nostra elaborazione. Questo ci aveva portato ad essere persone che potevano catalizzare molte energie in questa città. Quindi, abbiamo coinvolto subito nel lavoro di costruzione del Pride: l’Arci, Rifondazione comunista, uno spazio come Left che era un’associazione dei e delle giovani di sinistra. Poi si unì anche un’organizzazione civica palermitana. L’importante era che molte militanti e molti militanti palermitani, non necessariamente gay, lesbiche, trans, percepissero l’importanza di fare un Pride in questa città. Quindi, noi nasciamo immediatamente come spazio che non considera l’omosessualità un tema, ma lo considera uno sguardo. Il tema del nostro primo Pride era la precarietà sul lavoro accanto alla precarietà dei diritti. La prima iniziativa pubblica verso il Palermo Pride la facciamo a Termini Imerese, nell’anno in cui stava per chiudere lo stabilimento della Fiat di Termini Imerese con tutto ciò che questo significava, rispetto al tema della politica industriale, allo sviluppo nella nostra regione. Questa idea si rivela immediatamente deflagrante. Viene compresa molto più dalle nostre compagne e compagni militanti di altre battaglie che non dal movimento LGBTQ, che a livello regionale ci lascia subito da soli.

C’è un famoso film inglese che si intitola Pride.
Noi non lo conoscevamo ancora. È esattamente la stessa cosa. Non è un caso che io e Gethin Roberts siamo diventati molto amici e lo siamo ancora. Gethin Roberts è dell’associazione LGFM.
Lesbians and Gays Support the Miners (LGFM) è l’associazione LGBT che appoggia le proteste dei minatori nell’Inghilterra thatcheriana.
Tra l’altro un anno dopo il lavoro fatto a Palermo, sullo stesso tema, forti della popolarità del film alcuni di loro sono tornati insieme e hanno trasformato l’LGFM. Il nome rimane lo stesso ma la emme non sta più per miners ma sta per migrants. Quindi, ancora una volta parallelamente senza saperlo portiamo avanti lo stesso percorso. Perché la lettura è la stessa. Cioè trovare l’occasione per far parlare le vertenze, le rivendicazioni tra di loro. E noi prendere parole come protagonisti e protagoniste delle vertenze. Essere frocio, lesbica, trans, non è lavoro, non è un’identità. È una modalità con la quale tu attraversi tutte le vertenze. Perché sei un lavoratore, perché sei una persona disabile, perché sei una donna, perché sei studente.

Il mio essere qui a Palermo da solo è un atto politico. Implica il non volersi guardare semplicemente l’ombelico e le rotelle della carrozzina, ma guardare il mondo dall’altezza di un metro e venti, che è più o meno l’altezza che ho da seduto in carrozzina. Il mio sguardo è legato alle mie vicende umane non solo alla mia disabilità. Intendo guardare il mondo non soltanto guardarmi.
Non lo metti al centro della tua identità. Ma ne fai uno sguardo. È l’altrui discriminazione che ti costringe a farlo diventare uno sguardo centrale. Questo secondo noi comporta la possibilità di assumere una postura da protagonisti e protagoniste.

Perché lo scrittore e filosofo spagno Paul Preciado è così apprezzato ultimamente? Lo ritrovo in molti contesti. Qual è il punto di forza del suo discorso?
Partiamo dal presupposto che io non condivido questa sorta di devozione nei confronti di Paul Preciado. Lui  gode del fatto che la transessualità F to M (da femmina a maschio, ndr) è diventata molto più visibile. Quindi, ha bisogno anche delle sue voci. Di suo la cosa che mi piace è questa capacità di ragionare politicamente a trecentosessanta gradi. Ancora una volta Paul usa il suo corpo come chiave di lettura delle dinamiche. Mi piace questa cosa di usare il proprio sguardo per raccontare il mondo, le dinamiche relative alla relazione tra i corpi e il potere, tra i corpi e le istituzioni. La cosa che politicamente per me rappresenta un problema è che per prendere parola su queste questioni Beatrix sia dovuta diventare Paul. Io penso che la transizione verso il maschile tolga autorevolezza alle parole di Preciado. Il modo in cui si presenta in pubblico, l’identità che assume, per quanto è la più difficile delle modalità che è quella della transizione, è comunque lo spostamento nello spazio del privilegio. Allora probabilmente tutto questo non è neutro nella possibilità che oggi ha Preciado di avere un ruolo cattedratico di maitre a penser all’interno del movimento, e di autorità indiscussa.

Se fosse stata donna sarebbe stata più debole, meno ascoltata? E questo che intendi dire?
Mettiamola in questi termini. Credo che Porpora Marcasciano debba faticare quattro volte di più per avere lo stesso spazio di Paul Preciado. [Porpora Marcasciano ha effettuato la transizione da M to F, ndr]

Abbiamo bisogno di un DDL Zan e perché?
Luigi esplode in una risata fragorosa. Che è già di per se stessa una risposta. Poi si riprende e continua ad argomentare. 

Noi abbiamo bisogno che venga riconosciuta anche nel nostro paese l’esistenza di una discriminazione di matrice omofobica, e che a questa discriminazione venga dato il suo peso. Poi abbiamo bisogno di molto di più. Una legge che mette al centro questa questione a che cosa serve, se non parte dalla consapevolezza che il nostro ordinamento innanzitutto è discriminatorio verso le persone LGBT, perché non riconosce ancora alcuni diritti? Abbiamo bisogno di un quadro complessivo di riscrittura del nostro ordinamento, che non può mettere al centro soltanto la questione penale. Il limite del DDL Zan è di avere elencato alcune questioni che sono effettivamente centrali, ma in una maniera molto debole. A che cosa serve intervenire sulla scuola precisando che non aggiungi un euro ai finanziamenti che già la scuola riceve? E sentendo il bisogno di aggiungere che il tutto deve avvenire fatta salva l’autonomia di ogni singolo istituto nella sua programmazione? Quello che non mi convince nel DDL è che immagina un paese in cui la legge contemporaneamente dice che è un errore picchiarmi perché io sono gay, mentre la cultura e il discorso pubblico dice che è giusto picchiarmi perché io sono gay. Perché mino la famiglia tradizionale, perché sono portatore del complotto gender, perché vogliamo omosessualizzare i bambini. Questo crea una contraddizione che l’esperienza ci insegna fa sempre pendere la bilancia verso la parte della discriminazione. In Italia questo è grave. Avremmo dovuto impararlo già con la legge sulle unioni civili. Cioè, intervenire su un singolo aspetto non rende il paese meno omofobo. Quindi, quello che manca nel DDL è il fatto di mettere al centro i luoghi in cui la discriminazione in effetti avviene, e trovare degli antidoti a questa discriminazione. Nella scuola sono gli strumenti formativi e gli strumenti educativi. Nelle istituzioni sono gli strumenti formativi ed educativi. Nelle famiglie è la riscrittura del diritto di famiglia. Non bastano le unioni civili, così come non basta il matrimonio egualitario. Noi abbiamo bisogno di un ordinamento che riconosca che le famiglie si declinano in modi molto plurali, e che devono essere riconosciuti i diritti plurali a partire da forme differenti, per tutte le persone a prescindere dall’orientamento sessuale. Dire semplicemente che esiste l’omofobia, che l’omofobia è un’aggravante se io ti picchio, ed essendo un’aggravante comporta un aumento di pena è importante. Perché dà un nome alla discriminazione. Per come è nato è un approccio migliore rispetto alla legge Reale-Mancino, che abbiamo da vent’anni a questa parte. Ma non è ancora sufficiente. A me interessa molto il percorso degli Stati genderali LGBTAQI+ e Disabiliy perché proprio supera il tema di essere contro il DDL. Noi mettiamo a tema l’esigenza di andare molto oltre il ddl. Il che non vuol dire cancellare il lavoro che Alessandro (Zan, ndr) sta facendo. Perché lui lo fa dalla posizione di parlamentare. E ha il diritto di immaginare le leggi per come lui vuole, di scriverle per come lui vuole. Noi però abbiamo bisogno di non trasformarci nella clack del senatore, del parlamentare di turno, che scrive il testo e ci chiama in piazza. Mi interessa molto il percorso degli Stati genderali. Perché riconosce i contenuti del ddl ma sta costruendo una piattaforma di rivendicazione che permette di andare molto oltre il DDL Zan, che da solo non è sufficiente.

Con Prime, Netflix, e le piattaforme, c’è un grande sdoganamento di contenuti di genere trans, non binari, omosessuali, lesbici. È semplicemente rispondere a una pruderie del pubblico, o è veramente cercare di dare delle risposte? È un fenomeno di moda senza essere interprete della realtà?
Io credo che interpreti una realtà. Credo che sia una scelta commerciale molto intelligente. Perché la cittadinanza delle piattaforme di streaming va oltre la televisione generalista. Il che vuol dire che devi rispondere alle domande di chi non si sente rappresentato dalla televisione generalista.

Quindi secondo te c’è una reale domanda di avere una voce, di essere parlati, di essere raccontati?
Sì. Assolutamente sì. Ma c’è anche un’altra cosa. Le piattaforme sono tante, e noi in Italia ne abbiamo contezza soltanto in parte, perché in realtà sono molte di più. Ci sono piattaforme che in Italia ancora non sono arrivate. Hanno talmente allargato il plafond del lavoro di produzione e di scrittura da avere avuto bisogno che quanti più professionisti e quante più professioniste prendessero la parola e lavorassero per loro. Il che ha favorito un’enorme visibilità delle donne in fase di produzione, di sceneggiatura, di regia, e di conseguenza una maggiore visibilità, e un maggior protagonismo delle persone LGBTAQI+. Aver bisogno di tante professionalità è come se avesse tolto il tappo ad un mondo che continuava a parlare soltanto maschio.

Quindi stai sostenendo che inevitabilmente allargando la platea dei professionisti si sono inserite voci che prima non avevano voce.
Soprattutto le voci che prima non avevano voce. Perché le voci che già avevano voce sono lautamente pagate dalla televisione generalista. I grandi colossi della comunicazione, che al contrario dell’Italia sono privati, per fare concorrenza alle voci già presenti sul mercato, hanno fatto anche l’operazione di comprare alcune di quelle e di farle diventare loro autori e autrici. Penso a Ryan Martin, lo sceneggiatore di Glee, di American Horror Story, che nasce in Fox quindi nella televisione generalista, e che oggi è una firma di Netflix, pagato fior di soldi.

Fa parte della comunità LGBT?
Si è gay. Penso anche a Shonda Rhimes la produttrice black di Scandal, di Grey’s Anatomy, che ha esordito con Merle Dandridge, che anche lei oggi è una firma di Netflix.

Quindi hanno preso le firme LGBTQ e le hanno portate sulle piattaforme?
Sì. Ma questo non basta. Perché hai bisogno di produrre quanti più prodotti possibile. Soprattutto quando la piattaforma diventa internazionale. Il che vuol dire che hai bisogno di voci nuove. Queste voci nuove è molto facile che siano le voci che altrove non possono parlare. Ecco perché in ogni serie di Netflix anche quando non c’entra niente improvvisamente spunta un frocio. Fosse anche solo per una questione commerciale se io ti riconosco è più facile per te percepirti come un utente, con un cliente, e quindi spendi. Comprerai i prodotti che pubblicizzo, comprerai la piattaforma. Però più passano gli anni più è veramente ricco e interessante il discorso che queste piattaforme propongono nel raccontare le differenze. Quindi, sarà stata un’esigenza commerciale però oggi questa esigenza commerciale ha prodotto un surplus di politica, con il quale prima o poi anche la televisione generalista e la produzione più mainstream dovranno fare i conti. Nel cinema già si vede. Se non fosse stato per queste piattaforme noi non avremmo avuto, come ormai accaduto negli ultimi anni, un così grande numero di donne candidate all’Oscar per la regia. Noi venivamo da un quarantennio dove c’erano state le uniche candidature di Lina Wertmuller e poi di Cathryn Bigelow premiate con l’Oscar, e basta. Non è che in mezzo c’erano state altre donne nominate ma non premiate. Ora c’è stata un’esplosione. In una stessa edizione ci sono state Chloé Zhao, Jane Campion, Emerald Fennell.

Mi piace il tuo modo di raccontare, di fare un po’ come le bollicine di spumante che vanno da una parte all’altra.
Mi stai facendo parlare di cose che mi appassionano. Parlassimo di matematica non sarei così flamboyant.

Sulla matematica non riuscirei io a seguirti. Come aiutiamo i ragazzi nelle loro scelte emotive non conformi? Io ho quattordici anni, sono un ragazzo e mi innamoro di un ragazzo. Sono un dodicenne e ti dico “No non chiamarmi Gianfranco ma chiamami Franca”. Se comincio ad avere queste tensioni, questi slanci, come mi puoi aiutare? Come puoi aiutarmi il Pride? Come possono aiutarmi le agenzie?
Questa volta te lo dico io bravo perché hai fatto la domanda delle domande. È la domanda delle domande e contemporaneamente mette al centro quello che ti dicevo prima, l’insufficienza del DDL Zan. Questa è la questione delle questioni. Perché oggi sono aumentati a dismisura le potenziali agenzie educative per i ragazzi e le ragazze. Grazie anche alle piattaforme, grazie ai social. È chiaro che uso agenzie educative anche con un po’ di ironia. Questo dà un’importanza come mai nella storia all’educazione peer to peer, vuoi anche per il conflitto generazionale. Per cui oggi un ragazzo di quattordici anni riconosce molta più autorevolezza a un suo coetaneo, addirittura a una sua coetanea, che non a una persona più grande. E lo stesso vale per le ragazze nonostante il femminismo. Una sedicenne parla di sesso molto più liberamente con un sedicenne che non con una donna di trent’anni. Probabilmente anche perché molto spesso si trovano a discutere grazie ai social, e si trovano in piattaforme dove nascosti e nascoste dall’anonimato possono fare le domande. Ma con quale autorevolezza, con quale reale conoscenza dei fatti e delle cose? Quindi, è chiaro che vanno molto all’avventura. Allora, il primo soggetto che dovrebbe sentire come proprio questo dovere è la famiglia, che invece anche lei sempre più demanda ad altri spazi l’assunzione di responsabilità su queste questioni. Il massimo di presa di parola che il grosso delle famiglie fa è andare a scuola e pretendere che la scuola dica quello che mamma e papà non hanno il tempo di dire. Ma devono farlo loro. Io penso che avere permesso ai genitori di aprire il becco sull’offerta formativa sia uno dei più grandi errori dello scempio della scuola pubblica abbia subito in questi decenni. Lì abbiamo toccato il fondo, peggio ancora dell’alternanza scuola lavoro. Il secondo soggetto che dovrebbe sentire come propria questa responsabilità è la scuola. Ad una mia amica, con la quale parliamo spesso della bellezza di queste generazioni così fluide, così open minded, io rispondo sempre che anche a me piacciono i ragazzi di oggi. Penso che abbiano molta più curiosità, molto più libertà, soprattutto molto più coraggio nel cominciare a confrontarsi con la tossicità del maschile. Questa è la vera novità. Cioè il fatto che questi temi attraversino i ragazzini oggi, non più soltanto le ragazzine. Però senza i giusti strumenti educativi che permettano ai ragazzi e alle ragazze di mettere le cose in relazione, e di sviluppare su queste qualità un’educazione all’affettività, questi quattordicenni fluidi a vent’anni saranno degli stupratori fluidi. Cioè, non nutro grande fiducia nella libertà senza l’insegnamento.
Ora, serve una scuola che di queste cose sappia parlare. Non con l’ora di educazione all’affettività. Ma una scuola in cui ogni materia venga insegnata con la capacità di mettere in discussione gli stereotipi. Tu puoi fare otto ore di educazione alla effettività alla settimana, ma basta una parola fuori posto di un insegnante di matematica per rovinare tutto. Basta una battuta come “I bambini giocano con i soldatini”, per distruggere ore e ore di lavoro. Quindi, serve che il personale scolastico sia formato. Che a questo punto, visto che c’è questo rapporto di scambio tra scuole e famiglie, che la scuola sia un luogo di educazione anche delle famiglie, rispetto alla capacità di farsi trovare pronti dinanzi alle domande, alle curiosità, alle esigenze, dei ragazzi e delle ragazze. Anche per il Pride è la stessa cosa, anche noi come spazi militanti dobbiamo essere ricettivi verso qualunque forma di curiosità, e non commettere l’errore di accogliere quell’apertura come se in sé fosse già l’antidoto alla maschilità tossica o a certe forme di femminilità tossica. Dobbiamo usare i nostri spazi politici come spazi di educazione. Partendo da questo veramente riesci a costruire una persona accogliente rispetto a tutte le differenze. Non puoi essere fluido e razzista.

In pratica stai già rispondendo alla domanda successiva che però ti pongo ugualmente. Che cosa ha il movimento LGBT da offrire alla politica? Soprattutto adesso in vista delle elezioni regionali in Sicilia e di quelle nazionali?
Una cosa che dobbiamo smettere di offrire è l’essere i portatori d’acqua dei programmi dei partiti. Per poter fare questo dobbiamo imparare a parlare con una voce unica. Noi giochiamo molto male le dinamiche di conflitto all’interno del movimento, che ci rendono un po’ tutti e tutte corresponsabili di questa pantomima per cui il movimento è diviso in tre: il movimento moderato che parla persino con il PD; addirittura il movimento di destra che parla pure con la destra; e quelli duri e puri che parliamo soltanto con la sinistra radicale. Noi in realtà dovremmo tutti e tutte insieme parlare con tutti e tutte. Perché a noi serve una piattaforma di rivendicazioni. Serve la capacità di essere protagonisti, e non antagonisti. Quello che noi dobbiamo offrire è questo. Cioè, partire dalla nostra elaborazione per far comprendere ai partiti come declinare una cosa di cui ormai molti si riempiono la bocca cioè, che “Non esiste battaglia per i diritti sociali, senza battaglia per i diritti civili”. Noi dobbiamo essere per la politica istituzionale una costante scuola di intersezionalità. Questa è la verità. Cioè, cominciare a dare sostanza a questa parola, che è fondamentale. Perché la politica capisca che “O sei intersezionale o c’è la retorica di prima viene il pane”. Se sei intersezionale non è vero che prima c’è il pane.

Cosa intendi per intersezionale?
È il fatto di comprendere che le differenze interagiscono tra di loro, spesso all’interno della stessa persona, sicuramente all’interno del corpo sociale, e che esiste una relazione tra le vertenze. É chiaro che questo io lo dico condizionato dalla mia formazione. La mia formazione è quella del conflitto di classe. Per cui quando io parlo di intersezionalità, parlo di una intersezionalità in cui le diverse differenze raccontano la lotta che è sempre quella delle persone non privilegiate contro i portatori e le portatrici di potere, capaci di occupare gli spazi del privilegio. Tradotto in parole più semplici vuol dire che non puoi essere femminista e razzista, non puoi essere una persona che lotta per i diritti delle persone LGBT e non prendere parola sullo sfruttamento nei luoghi di lavoro. Intersezionalità vuol dire sapere riconoscere tutte le forme di sfruttamento e tutte le forme di azione violenta del privilegio contro chi privilegi non ha. E saperle guardare con un’ottica in cui le cose stanno accanto, stanno insieme.

È questa l’ottica in cui la lotta per i diritti delle persone con disabilità e la lotta per i diritti delle persone LGBT può incontrarsi? Perché in realtà si è dominati dalla stessa forma di sfruttamento, dall’oppressione di chi è in possesso di diritti su chi questi diritti non li ha?
Certo, sono assolutamente d’accordo. Perché uno degli stereotipi più forti all’interno di questa relazione di potere è la centralità del corpo perfetto, non del corpo. Con le diverse declinazioni che ha la parola perfetto. Innanzitutto il corpo perfetto è un corpo maschio, è un corpo eterosessuale, sempre per quel pregiudizio per cui soltanto gli eterosessuali procreano, è un corpo abile. Poi è anche un corpo bianco.

È il famoso acronimo Wasp, white, anglossasson, protestant.
Sì, lì ci aggiungono anche il protestante che in effetti è anche un corpo cristiano. Poi è a seconda dei paesi. In realtà si può essere anche musulmani e ragionare negli stessi termini. Quindi, certo che è una battaglia comune. È una battaglia comune perché tutti e tutte veniamo giudicati in base alla funzionalità del nostro corpo, secondo ovviamente parametri differenti.

Gianfranco Falcone

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