Luis Sepúlveda. Ci insegnò a volare

Cile
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Per tutti coloro che hanno a cuore le vicende storiche e umane del Novecento, quelle legate soprattutto all’America Latina, e in particolare al Cile, Luis Sepúlveda è stato un immenso e necessario faro, sul duro scoglio dell’esistenza. Capace di proiettare la luce della propria immensa stella verso quel mare agitato, scuro e funesto che bagna la nostra iniqua società, e guidare così verso gli approdi della giustizia e dell’uguaglianza chiunque vi annaspasse alla deriva.

È praticamente impossibile elencare ed enumerare cosa si porti dietro e cosa lasci in questa vita, perché si tratta di un universo di cose, di personaggi, di luoghi; un amore sconfinato per tutti gli esseri viventi, per le donne e gli uomini, in particolare per gli “ultimi” e gli oppressi, ma anche per la natura, per le idee. Attraverso il suo impegno, civile e politico, Sepúlveda è stata dunque una delle personalità più infinitamente aggraziate e profonde di questo ultimo scorcio di anni.

È profondamente ingiusto oggi l’addio prematuro a colui che ha saputo imprimere indelebilmente la propria vastità artistica e umana, grazie alla manifestazione, all’epifania del suo meraviglioso e incomparabile pensiero. Ma è stato un grande Uomo anche perché ha chiesto a tutti noi di resistere e ci ha voluto insegnare a vivere sempre restando in piedi.

Luis Sepúlveda ha indicato quindi la strada della sopravvivenza, proprio come quelle irrinunciabili “Rose di Atacama” che, a dispetto dell’ambiente in cui nascono e sbocciano, saranno in grado di difendersi da tutte le avversità. Oggi muore quel “Vecchio che leggeva romanzi d’amore”, un poeta, un autore “gigante”, uno degli ultimi propagatori della vastità e dell’insegnamento morale di Salvador Allende, di cui fu membro fedele nel gruppo della guardia personale, fino alla tragica ora dell’11 settembre 1973.

L’umanità intera rimane orfana così di un’altra grande figura di artista della parola, ma anche della prassi, globalmente sferico nelle sue riflessioni e nei modi gentili, ma fermi, di renderne partecipi e consci lettori e ascoltatori. Abbiamo vissuto insieme a lui storie “geografiche” sconfinate, ma anche cronache “giornaliere” terribili. Fatte di gente, allo stesso tempo di solitudini e incontri: quelli che possono, e a volte devono, cambiare il corso delle storie. Ma anche vicende semplici, fatte di un “ritrovarsi” e di abbracci tra vecchi amici e militanti. Si, una militanza “colta” e consapevole che ci ha condotti, sulle ali di una Gabbianella, dalla “Fine del Mondo” nei ghiacci della Patagonia fino alle grigie fabbriche delle fumose città asturiane. Ci siamo inebriati delle storie “vere” e abbeverati del suo mate e del suo sidro, per nutrire la linfa vitale della nostra curiosità e della nostra coscienza, dove ha albergato e fatto breccia naturalmente e in silenzio, come un “Killer sentimentale”. Ci è piaciuto sprofondare accanto a lui nell’innocenza del nostro tornare bambini, fin dentro a quel pozzo pieno dei più grandi desideri e magari anche di animali parlanti, neanche tanto “allegorici”, che poi nel tempo spariscono, ma in fondo sono sempre vivi nei ricordi di una vita e ne accompagnano la fantasia.

La sua grandezza è stata anche e soprattutto voler donare questa opera umana, nella convivenza del “reale” e del dolore e a contatto con una civiltà oscena, in cui predominano guerre, diseguaglianza, sfruttamento. Dovremmo tutti fare grande tesoro degli insegnamenti usciti dalla carta e sgorgati dall’inchiostro di tutte quelle pagine. Una ricchezza e un patrimonio che resteranno impressi nella memoria di ciascuno. O perlomeno di tutti coloro che, vedendo un tenero ramo issarsi fievole nel deserto, non si sono chinati a strapparlo ma si sono soffermati ad osservarne il senso profondo e irrinunciabile della Resistenza.

Cristiano Roccheggiani

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