L’ultimo terrestre. Il paesaggio umano in attesa degli alieni

L'ultimo terrestre Pacinotti
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“L’ultimo terrestre”, adattamento  per il grande schermo della graphic novel di Giacomo Monti Nessuno mi farà del male”, comincia così:

sulle immagini di un notturno e sereno cielo stellato ascoltiamo gli interventi un po’ grotteschi di radioascoltatori che dicono la loro sull’annuncio dell’imminente arrivo di una civiltà extraterrestre sulla terra. Da un universale cielo stellato la macchina da presa scende e ci mostra la particolare sorgente di quelle voci: lo stereo di un’automobile all’interno della quale c’è un uomo, di mezza età, gracile e impacciato, che scorre il giornale alla ricerca di annunci interessanti di prostitute. Timidamente ne chiama una per un appuntamento immediato che riesce ad avere. Arrivato nel luogo indicatogli, richiama la donna per sapere in modo preciso dove dirigersi. Intanto sui finestrini vediamo il riflesso di grandi faccioni di persone sorridenti. La donna gli dice che deve entrare nell’edificio della “famiglia felice” (cito testualmente). Si riferisce proprio a quei faccioni riflessi sui finestrini la cui origine è un enorme manifesto pubblicitario affisso appunto sui muri dell’edificio in cui l’uomo deve introdursi. L’atmosfera notturna è serena ma anche gelida, astratta, metafisica, sarei tentato dal dire, lunare.

Non so se il mio racconto abbia reso un buon servizio all’incipit del film, un incipit molto bello che mi aveva fatto ben sperare sul prosieguo della pellicola che per diversi aspetti mi ha invece deluso. Mi soffermo prima sulle note positive. L’elemento “fantascientifico” è reso efficacemente in modo astratto con venature grottesche e surreali. Si lavora molto bene sulle atmosfere che restituiscono un paesaggio umano ora cinico ora anestetizzato, dominato dalla solitudine. Il protagonista, che definirei “sorrentiniano”, interpretato da un eccellente Gabriele Spinelli, convince ad interagire con lui da un punto di vista emotivo.

Ecco, fino a quando Pacinotti (che spiega sul suo blog “http://giannigipi.blogspot.com/2011/07/il-film-il-nome.html” perché non ha firmato il film con Gipi, nome d’arte dei suoi fumetti) lavora sulle atmosfere, sull’astrazione, sull’implicito, sull’evocativo, sui momenti di contorno,  il film funziona, convince e fa riflettere.  Purtroppo però la pellicola sbanda nella definizione di elementi espliciti e nel voler cercare una narrazione principale che faccia da traino. E così il nostro protagonista risulta molto meno interessante quando s’insiste in modo esplicito sulla sua condizione di solitudine (tra l’altro anche banalmente legata all’incapacità di avere rapporti con le donne) e didascalicamente spiegata, alla fine del film, con un’inutile rivelazione/confessione/scoperta (che non racconto per correttezza nei confronti di chi non ha ancora visto il film) che accentra su di sé tutto il film ed anche, forse, il motivo dell’arrivo degli alieni.

Quanto al gioco dei riferimenti cinematografici si può spaziare. Sorrentino l’ho già citato. Almodovar è un po’ scontato (ci sono i trans). C’è chi ha scomodato addirittura Tati e Buster Keaton (ma con le dovute cautele ci può stare). Una mia suggestione: gli interventi dei radioascoltatori all’inizio del film mi hanno ricordato i telespettatori di “A est di Bucarest”.
Non è un film sugli alieni ma sul nostro stato di alienazione. È un film sulla solitudine, sull’incapacità di comunicare i sentimenti più profondi, sulla superficialità con cui ci confrontiamo con il quotidiano. Purtroppo è anche un film con una trama e un protagonista che si sfaldano nel momento in cui esplicitamente si lavora per compattarli.

Rocco Silano

Scheda del film:

Titolo originale: L’ultimo terrestre – Genere: Drammatico – Origine/Anno: Italia  2011 – Regia:  Gian Alfonso Pacinotti – Interpreti: Gabriele Spinelli, Anna Bellato, Teco Celio, Stefano Scherini, Roberto Herlitzka, Paolo Mazzarelli, Luca Marinelli, Sara Rosa Losilla, Vincenzo Illiano, Ermanna Montanari – Sceneggiatura: Gian Alfonso Pacinotti – Montaggio: Clelio Benvenuto  Fotografia: Vladan Radovic – Musiche: Valerio Vigliar

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