L’umanità ibridata

umanità multirazziale
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Oggi come oggi la popolazione dell’Asia è cinque volte più numerosa di quelle degli Stati Uniti e della UE assieme, e le potenze asiatiche controllano anche le tecnologie più innovative. Ce lo ricorda il politologo statunitense di origine indiana Parag Khanna nel suo ultimo volume, Il movimento del mondo. Le forze che ci stanno sradicando e plasmeranno il destino dell’umanità (Fazi Ed. 2021 pp. 350, € 20).
Le società occidentali sono destinate a veder ridurre il proprio vantaggio economico rispetto all’Asia, a meno che non riacquistino popolazione – e la cosa più probabile è che vi riescano proprio grazie agli asiatici.

L’eredità coloniale ha già intrecciato gli indiani al tessuto di tanti paesi del mondo. La diaspora indiana – spiega Khanna – è numericamente la seconda al mondo, dopo quella cinese, ma è la più geograficamente diffusa, con una larga presenza in tutti i continenti (ad eccezione dell’America meridionale). L’India «ha già il maggior numero di emigrati che vivono all’estero conservando la cittadinanza del paese d’origine (oltre 17 milioni), ben più del Messico (sotto i 12 milioni) e della Cina (sotto gli 11). Gli indiani residenti negli Emirati sono così numerosi che la locale ambasciata di Nuova Delhi preleva un’imposta sugli espatriati destinata a finanziare un fondo d’assistenza ai propri cittadini in difficoltà o che hanno necessità di rimpatrio. L’ex presidente della Guyana, l’ex primo ministro irlandese e l’attuale primo ministro portoghese hanno tutti origini indiane».

L’aprile del 2020 sarà ricordato per sempre come il mese in cui il mondo si fermò. Mai prima nella storia umana la popolazione globale aveva compiuto simultaneamente lo stesso gesto. Tutto si è fermato. Eppure – avverte Khanna – inevitabilmente tutte le forze che costringono le persone a sradicarsi stanno accelerando: carenza di manodopera, sconvolgimenti politici, crisi economiche, evoluzioni tecnologiche e cambiamenti climatici. Anche grazie alla diffusione dei vaccini anti–Covid-19, dalla Cina all’Africa al Messico, il mondo intero tornerà presto in movimento. Una quota stupefacente delle vite personali e professionali di tutti dipende dalla mobilità: e cioè – spiega efficacemente Khanna – «dal movimento di persone, merci, denaro e dati all’interno e all’esterno di ciascun Paese. La società funziona normalmente solo se ci possiamo muovere. Quando smetti di pedalare, la bicicletta cade rapidamente. Quella bicicletta è la nostra civiltà. Per questo, torneremo a muoverci».

Non è così insensato prevedere che l’incessante migrazione dall’Asia che si profila nel nostro futuro cambierà radicalmente la complessione fisica del nostro pianeta. Le migrazioni di massa non hanno soltanto inciso sul luogo in cui una popolazione risiede, ma anche sul volto con cui essa si presenta. Ogni anno che passa – spiega Khanna – «nuove evidenze archeologiche, antropologiche e genetiche ci rivelano quanto le numerose tribù che hanno popolato il mondo si siano ibridate nel corso dei millenni e quanto la diversità genetica permei ognuno di noi. Il mio stesso DNA presenta tracce di progenitori dal Baltico e dal Mediterraneo, che a prima vista potrebbe apparire bizzarro, ma che in fondo è del tutto ragionevole vista la storia di invasioni che l’India ha alle spalle. Tanta parte dell’umanità ha la migrazione nel sangue, e questo ci ricorda in primo luogo il fatto che è il movimento, anziché il tribalismo, a essere il nostro istinto originario, assai più profondamente radicato nella nostra identità di uomini di qualsiasi altra artificiosa appartenenza di tipo razziale o etnico. La recente ricerca paleontologica suggerisce che una ragione dell’estinzione dei neandertaliani risiede nel fatto che essi non possedevano la diversità genetica dei nostri antenati Homo sapiens, in perenne movimento. La mobilità ha costantemente rinnovato e arricchito il nostro patrimonio genetico».

Fin dalla preistoria, l’intensificarsi delle migrazioni ha enormemente gli scambi genetici dell’umanità. Gli ultimi ottant’anni di migrazioni di massa hanno già dato vita a una società globale sempre più mescolata, mettendo – spiega Khanna – in crisi l’idea stessa di Stato-nazione etnicamente omogeneo. Infatti, se paesi come la Cina e il Bangladesh restano dominati da un solo gruppo etnico, tutti i più grandi Stati anglofoni – gli Stati Uniti, il Canada, la Gran Bretagna e l’Australia – contano ormai più del 20 per cento di residenti nati all’estero, oltre alle minoranze già esistenti. Si tratta di paesi «avviati a essere nazioni di “minoranze di maggioranza”, nei quali, cioè, le minoranze rappresentano complessivamente la maggioranza della popolazione, come dimostra la fitta presenza di “indo-canadesi”, “sino-americani” e di altre minoranze definite da un trattino nel nome. Un secolo fa quel trattino era assunto dai suprematisti bianchi del Ku Klux Klan come segno tangibile di demarcazione fra gli immigrati e la maggioranza nativa: ma quando è proprio un trattino a indicare l’identità di una maggioranza della popolazione, allora è prima di tutto la nozione di “Stato-nazione” a diventare superata».
Non solo il cambiamento climatico, ma anche l’ibridazione razziale è un fenomeno che gradualmente ha superato il punto di non ritorno. Il Nordamerica è da tempo diventato un mélange di europei, nativi americani, ispanici e asiatici. Basta considerare che nel 2015 il 17 per cento dei matrimoni negli States era costituito da unioni miste, con una vera e propria proliferazione delle coppie costituite da caucasici e asiatici. Oggi capita che giovani donne asiatico-americane siano vittime di aggressione per avere sposato uomini bianchi, eppure è improbabile che la prossima generazione sia costretta a scontare le stesse difficoltà, proprio per il fatto che essa nascerà già di origine mista. Le società dell’Europa occidentale – spiega Khanna – stanno a loro volta conoscendo un’intensa mescolanza con gruppi provenienti dal Nordafrica, dalla Turchia, dal mondo slavo e dal Medio Oriente. A Londra – ci informa Khanna – «oltre il 10 per cento dei bambini è attualmente generato da coppie composte dall’unione di africani e indiani con anglo-europei, e il nome più diffuso tra i neonati, attualmente, è Mohammed. Una indagine del 2020 ha mostrato come nove britannici su dieci non abbiano nulla da ridire sulla presenza di matrimoni misti nel loro paese116. Anche in Germania e in Francia le unioni miste con arabi, africani e turchi sono diventate comuni».

Serenamente – e soprattutto seriamente – dobbiamo abituarci al fatto che il nostro futuro demografico assomiglierà sempre più a una composizione di bruno, giallo, nero e bianco. Anche in Estremo Oriente l’ibridazione fra i gruppi etnici è in aumento. La diaspora cinese, con i suoi 50 milioni di appartenenti, è ormai inscindibilmente intrecciata al tessuto sociale di nazioni il cui nome rimanda a una precisa identità etnica, come la Tailandia e la Malesia, ma che sono in realtà piuttosto una mescolanza di nativi, cinesi e indiani. I matrimoni misti fra cinesi, indiani e altre etnie dell’Estremo Oriente sono in pieno rigoglio. Persino in Cina, dove fino agli anni Ottanta i matrimoni misti registrati assommavano a zero, le unioni con altri asiatici, europei e africani stanno prendendo il volo.

A ben vedere, nessuno, in realtà, è costretto a unirsi con una persona proveniente da un altro gruppo etnico. Se lo facciamo lo facciamo volontariamente, e con frequenza sempre maggiore. In altri termini, «l’illusione della purezza razziale è diventata un’opzione politica che i razzisti infliggono al resto dei loro concittadini, ma la realtà ha irreversibilmente liquidato questa prospettiva di regresso. La xenofobia dilagante in alcuni paesi non può far nulla per arrestare l’ibridazione genetica che si sta affermando in tutto il pianeta. Per questo dovremmo essere piuttosto scettici sulla nozione per cui “la cultura crea il destino”, come se esistesse qualcosa che assomiglia a una “cultura” nazionale stabile trasmessa di generazione in generazione senza modifiche e adattamenti. Come gli Stati-nazione puri sono ormai pochissimi, così anche l’idea di culture immutabili non ha fondamento. L’integrazione può apparire a volte un evento denso di tensioni, ma alla fine è la fusione a prevalere. Il nostro destino è di essere una civiltà globale ibridata».

La mappa dell’umanità è tutt’altro che stabilita. Non lo è adesso e non lo sarà mai. Pertanto – piaccia o no – occorre dotarsi di nuove consapevolezze per gli scenari globali dei prossimi decenni, Il futuro delle migrazioni umane punta verso un deciso aumento. Nei prossimi decenni assisteremo al movimento di miliardi di persone che passano dal Sud al Nord, dalle coste all’entroterra, dalle pianure ai rilievi, dalle zone costose a quelle più abbordabili, da società che crollano a società più stabili.
I giovani saranno i protagonisti perché sono la generazione fisicamente e digitalmente più in movimento di tutta la storia umana e si stanno preparando a essere la fetta maggiore della popolazione mondiale di domani: la Generazione Z (nati tra il 1997 e il 2014) e la Generazione Alfa (nati a partire dal 2015) nel 2050 avranno dai 30 ai 60 anni; gli anziani di oggi saranno morti e pochi bambini saranno nati. Per quasi un secolo ogni generazione è stata più numerosa della precedente, oggi invece le crisi ambientale ed economica e il Covid19 potrebbero far scendere leggermente i numeri della Generazione Alfa rispetto alla Generazione Z.
La storiografia ci insegna che la società funziona normalmente solo se ci possiamo muovere. Sostiene Khanna: «Quando smetti di pedalare, la bicicletta cade rapidamente. Quella bicicletta è la nostra civiltà. Per questo, torneremo a muoverci» e a mescolarci.
Antonio Salvati

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