Lussemburgo: accordi segreti con le multinazionali per un fisco a tassi ridotti

Città del Lussemburgo panorama da pont Chateau
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Non avevo dubbi che nemmeno di fronte all’evidenza di uno scandalo di queste dimensioni, ci saranno responsabilità politiche. Alle domande sul caso “LuxLeaks” e sulla possibile debolezza del ruolo del presidente della Commissione Jean Claude Juncker,  il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan rispondeva di no, «io interpreto questo fatto come il risultato di un clima in cui c’è molta più trasparenza, come dimostrano le decisioni prese con l’adozione dello scambio automatico di informazioni».

Forse di scandalo non si dovrebbe nemmeno parlare perché, complice la globalizzazione, le multinazionali non hanno trovato nessun freno politico e giuridico alla loro crescita economica e finanziaria tanto da poter sottrarsi o imporre comportamenti con poche possibilità di pagare pesantemente per i loro comportamenti. Anche perché oramai too big too fail, troppo grandi per fallire.


Città del Lussemburgo, place Guillaume II. 2008. Foto Pasquale Esposito
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E non si capisce come Jean Claude Juncker che è stato a capo del Lussemburgo dal 1995 al 2013  possa aprire una breccia in quel muro di omertà rappresentato dall’elusione fiscale visto che in Lussemburgo se ne fatto un uso a dir poco scriteriato. «Nei suoi anni alla guida del Granducato, Juncker ha trasformato il piccolo paese, ai tempi concentrato su agricoltura e siderurgia, in un centro finanziario e – secondo alcuni osservatori – in un paradiso fiscale» [1].

Il Consorzio di giornalismo investigativo Icij grazie al lavoro di diverse decine di giornalisti, tra cui quelli de L’Espresso, hanno svelato il meccanismo e coloro che lo utilizzavano per non pagare le tasse. Di fatto sono stati siglati oltre 500 accordi segreti, quelli esaminati riguardano il periodo 2002-2010, quasi tutti attraverso la società di consulenza PricewaterhouseCoopers (Pwc) essa stessa una multinazionale presente in tutti i continenti e che al 30 giugno scorso presentava una fatturato globale di 33,952 miliardi di dollari [2]. Secondo la stessa società quanto pubblicato è il frutto di informazioni rubate e superate. PwC ha reagito alla pubblicazione dell’inchiesta affermando che gli articoli si basano su informazioni «superate» e «rubate».
Nella sostanza fondi per centinaia di miliardi dollari sono finiti in Lussemburgo per poter pagare cifre irrisorie al fisco, in alcuni casi anche meno dell’1%, e purtroppo in maniera del tutto legale, sottraendo risorse alle economie del resto dell’Ue.
In testa alla classifica di questi accordi c’è la multinazionale Procter&Gamble (suoi sono i marchi di Dash, Mastro Lindo, Duracell, Brown, AZ, Oral B, Pantene,…) con quasi 80 miliardi di dollari mentre al secondo posto ci sono i 50 miliardi della Abbott Laboratories. La lista è lunga e troviamo, tra le 340 aziende coinvolte,  l. Non mancano nemmeno le aziende italiane come le banche italiane Intesa San Paolo, Unicredit, Marche, Sella o la Finmeccanica.


Città del Lussemburgo, Musée d’histoire de la ville de Luxembourg. 2008. Foto Pasquale Esposito
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Di fatto verranno considerati come “banali” aiuti di Stato come del resto accade o già accaduto, sotto altre forme, in altri paesi d’Europa dove si attirano capitali o investimenti facendo pesanti concessioni sulle tasse da versare al paese. Uno di questi paesi sotto accusa è l’Irlanda dove la scorsa primavera ha finito per stabilirsi, grazie ad un irrisorio 12,5% di corporate tax [3], Yahoo! lasciando la Svizzera dove già otteneva condizioni favorevoli (21%) rispetto agli altri stati europei. A Dublino si sono trasferiti altri giganti come Apple, Twitter, Google, Intel che sfruttano anche le maglie larghe della legislazione fiscale statunitense.
Di fatto è un problema che diffuso perché non più tardi di qualche settimana fa la Commissione aveva avviato un’inchiesta contro lo stesso Lussemburgo per illegittimi aiuti di Stato in favore della Fiat e di Amazon.
Pasquale Esposito

[1] Beda Romano, “Lussemburgo, i 550 «favori» alle multinazionali che imbarazzano Juncker”, www.ilsole24ore.com, 7 novembre 2014
[2] I dati sono presenti sul sito della società www.pwc.com
[3] La Corporate income tax è una delle imposte sui profitti di un’impresa ed è applicata sul reddito imponibile. In alcuni paesi d’Europa supera anche il 30%.

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