M. Il figlio del secolo di Massimo Popolizio. Drammaturgia solida e interpreti incisivi

M il figlio del secolo di Massimo Popolizio
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Rutilante. Questo è l’aggettivo che mi viene in mente ripensando allo spettacolo di Massimo Popolizio, M. Il figlio del secolo. In tre ore di spettacolo non c’è stata una caduta di tono. Tutto avviene ed è sviluppato con un ritmo incalzante, senza pause, con scelte drammaturgiche che convincono e catturano costantemente l’attenzione.
La scenografia è all’insegna della semplicità, della possibilità di effettuare cambi veloci. Sono gli stessi attori ad effettuare le modifiche, integrandole all’interno del tessuto narrativo e recitativo.

Finalmente abbiamo avuto il piacere di vedere in scena una folta compagnia teatrale. Cosa rara di questi tempi in cui si privilegiano i monologhi.
Massimo Popolizio porta in scena una compagnia di diciotto persone per raccontare la storia del fascismo secondo Antonio Scurati. Gli attori si muovono sul palco con padronanza e incisività mettendo a dura prova le proprie capacità attoriale. Ognuno di loro interpreta più di una parte. Ma la loro capacità mimetica è eccellente tanto da far sembrare la compagnia ancora più numerosa di quanto sia in realtà.

Il Matteotti di Raffaele Esposito appare delicato nel rapporto con la moglie Velia, accorato nelle sue scelte politiche, ed è invece irriconoscibile, muscolare e muto, quando veste i panni di Guido Keller. È stata una superba sorpresa scoprire che si trattava dello stesso attore. Anche la Margherita Sarfatti di Sandra Toffolatti, anima nera del primo Mussolini, non sembra più lei quando interpreta la manifestante socialista. Tommaso Ragno poi è decisivo nella parte di Mussolini, nel rilevarne umori e conflitti.
Coinvolgenti e ben indovinate le scene di massa, soprattutto quando le donne socialiste sono in prima fila nelle mani manifestazioni. Popolizio alla regia riesce a sfruttare al meglio le risorse tecniche e spaziali del Piccolo Teatro Strehler.
In tre ore di spettacolo non c’è stato spazio per la noia, né abbiamo avuto cali di attenzione. Questo sicuramente grazie a una drammaturgia indovinata e alla qualità degli attori in scena.

Popolizio ritaglia alcune scene per se stesso, dimostrando ancora una volta una maturità attoriale ormai acquisita e consolidata. Ma d’altronde da lui non ci aspettavamo di meno. Nel gioco interpretativo riserva per se stesso la parte più gigionesca della personaggio Mussolini, risultando incisivo e accattivante.

Con Massimo Popolizio e Antonio Scurati ripercorriamo le tappe di un’epoca storica che va dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino al delitto Matteotti. Epoca in cui più che le capacità del singolo individuo che volle farsi duce, sembra emergere la pochezza di una intera classe politica, presa tra retorica e incapacità. Siccome la storia tende a ripetersi questa retorica e questa incapacità ricordano tempi più recenti.
Ci piace pensare che la messa in scena di M. Il figlio del secolo serva a ricordare non solo il passato, ma anche quello che potrebbe diventare il futuro se certe derive non vengono bloccate sul nascere.

Tommaso Ragno in M. il figlio del secolo
Tommaso Ragno in M. il figlio del secolo. Foto ©MasiarPasquali

Massimo Popolizio è una certezza del teatro italiano, con lui ho voluto scambiare qualche opinione. L’attore mi ha accolto col solito garbo e attenzione.
Perché hai voluto mettere in scena Mussolini e che cosa ti ha colpito di più della sua storia?
Questa operazione è stata inventata un anno fa. Progettavamo qualcosa di forte per dopo la pandemia, per portare gente a teatro, non soltanto un testo più o meno bello, uno spettacolo più o meno riuscito. Tra le tante cose c’era anche la proposta che Antonio Scurati mi ha fatto un po’ di anni fa “Perché non metti in scena il libro? Perché non fai M. Il figlio del secolo?”.
Non c’è un attaccamento tanto a Mussolini quanto all’idea che un certo tipo di teatro, certe parole, certi discorsi, certe lettere, dette ad alta voce, fatte risuonare dalla bocca degli attori, in diretta, sono qualcosa di più pericoloso. È un testo per non rimanere indifferenti.
Finalmente diciotto attori in scena. È un balsamo per il cuore. Stiamo tornando al “vero” Teatro?
Io ci provo. È comunque quello che dovrebbero fare i teatri nazionali. Per un problema molto semplice. Ce ne siamo accorti in pandemia che gli attori hanno sofferto molto. Il Piccolo ha centocinquanta impiegati fissi. Un teatro così ha il dovere secondo me di fare spettacoli con molti attori, o cose che non si vedono su altri palcoscenici. Il teatro nazionale come il teatro pubblico devono mettere in scena cose che altri teatri non si possono permettere. Quindi, far vedere cose uniche, farle vedere senza avere il cappio della tournée, facendo soltanto le grandi città e basta.

Inizialmente M. doveva essere diviso in due parti, ognuna da portare in scena in serate diverse. Infine avete optato per un unico appuntamento. Che cosa è successo?
Milano è stata veramente una specie di Vietnam. Da Natale, ma anche un po’ prima, non c’era nessuno in giro, c’erano miliardi di positivi. La situazione era veramente molto grave. Anche la programmazione ne ha risentito.
Avevamo paura che tre ore fossero troppe, che il pubblico non riuscisse a reggere tre ore con le mascherine. Poi ho fatto qualche taglio e abbiamo deciso di rischiare, di farlo in un’unica soluzione. Il pubblico si è dimostrato disponibile allo spettacolo unico e abbiamo ottocento spettatori a sera.
Ho visto. La sera in cui sono venuto c’era giusto un settore vuoto in balconata.
Sì. Sì, ai lati. Sono posti che poi non vendono mai. Lo Strehler ha 999 posti. E ottocento ci sono quasi sempre per M. È un miracolo.
È una scommessa vinta. Avete scelto delle soluzioni drammaturgiche interessanti. Il ritmo dello spettacolo è incalzante. Il pubblico di M. era molto attento e partecipe, a differenza di quanto accade con certi monologhi.
Quando fai un testo, dei monologhi, sai sempre bene o male dove vai a parare, perché c’è sempre qualcuno che l’ha fatto prima di te. Questo testo, questa avventura, è veramente una cosa estremamente rischiosa. Perché non tutti hanno letto il libro. È un libro che ha venduto molto, ma come spesso succede molti ce l’hanno ma nessuno l’ha letto. È come Il nome della rosa, tutti avevano comprato il libro e poi prima del film nessuno l’aveva letto.
In realtà io non metto in scena una storia di Mussolini. Io metto in scena la storia del fascismo di Antonio Scurati, che è una cosa completamente diversa, non è un testo di uno storico. È un romanzo storico dove ho dovuto fare una scelta ben precisa. Sono ottocento pagine e quello che abbiamo fatto è stato scegliere un approccio estremamente veloce, probabilmente anche molto grottesco. Una specie di circo in cui diciotto persone si passano il testimone. In totale facciamo ottantasette figurazioni, e ci sono centoventi costumi. Non sempre riconosci gli attori che interpretano più di un ruolo. Molto spesso non li riconosci. Ed è uno spettacolo estremamente popolare, come da avanspettacolo, facendo delle cose estremamente serie e anche pericolose.

Tommaso Ragno e Massimo Popolizio in M il figlio del secolo
Tommaso Ragno e Massimo Popolizio in M il figlio del secolo. Foto ©MasiarPasquali

Facciamo un passo indietro. Perché siete passati da due rappresentazioni di circa un’ora e mezza ciascuna a un’unica rappresentazione di tre ore? Siete stati falcidiati dalla Covid-19?
Abbiamo lavorato in qualsiasi condizione. La prima è stata rimandata di dodici giorni. Tra attori e tecnici per un totale di trenta persone, abbiamo avuto diciannove casi di Covid. Ho lavorato senza Tommaso Ragno per undici giorni, ho lavorato con un terzo della compagnia, senza direttore di scena, senza fonico, senza aiuto regista.
Sei andato in guerra.
Sì. È stato un Vietnam anche perché il protocollo era molto difficile da applicare. Il protocollo teatrale prevede che se tu hai un caso di Covid in compagnia quella persona non deve esserci per almeno una settimana, finché poi non si negativizza, così passano nove, dieci giorni. E tutti quelli che hanno avuto contatti con lui possono lavorare ma con la mascherina. Quindi ho fatto dieci giorni in palcoscenico con attori con microfono e mascherina. Il Piccolo ha tenuto duro senza chiudere, ma ci sono stati momenti difficili. Ancora oggi facciamo due tamponi a settimana. Siamo rimasti in nove a non aver avuto il Covid. Ma se dovesse esserci un positivo tra questi nove si chiude tutto per dieci giorni. Quindi, siamo proprio sul filo del rasoio.
Nei tuoi ultimi lavori hai messo in scena Bulgakov poi Furore di Steinbeck ora Scurati. Perché questa partenza dalle opere? Che cosa ti colpisce della narrativa?
Diciamo che Furore, ma anche Ragazzi di vita, anche M, in realtà diventa una drammaturgia contemporanea. È un modo di fare drammaturgia contemporanea. Questa è una risposta. L’altra risposta è che si è estremamente più liberi, anche nell’inventiva. È anche molto più rischioso se vuoi. Sembra che Furore sia attaccato ad M. In realtà Furore doveva essere una parentesi per poi riprendere Nemico del popolo che non si è più ripreso. Quindi ho avuto un buco grosso. Abbiamo dovuto riprendere Furore per fare delle repliche, anche per fare dei borderò [documenti che consentono di attivare pagamenti ndr].
Durante la pandemia abbiamo lavorato di meno. Ad esempio io ho fatto meno repliche di Furore di quante ne erano previste e non ho fatto tutto Nemico del popolo. Sono saltati quasi due mesi di tournée di Nemico del popolo, e due mesi di tournée sono tanti per una compagnia.
Sono anche stipendi che vengono meno, bollette che la gente non riesce più a pagare.
Beh, sì. Grazie a Dio io ho compensato con i film. Ho fatto più film, ho fatto altre cose. Però ho lavorato meno.
La grande difficoltà della pandemia è che magari ti dicono che devi riprendere lo spettacolo ma sì è tutto compresso. Con tutti gli spettacoli che sono saltati hanno dato dei voucher ma il pubblico ne è talmente pieno che non sa più dove darli. Non è che uno spettacolo quando verrà ripreso verrà ripreso per lo stesso numero di repliche previste in precedenza. Viene ripreso ma invece di venti giorni ne fai ad esempio sette. Quindi, è tutto estremamente compresso. I teatri erano pieni zeppi, almeno fino a dicembre, di riprese di spettacoli che si sono tutte accavallate, con periodi molto più stretti però.
Ho avuto l’impressione che la componente femminile potesse essere valorizzata maggiormente. Anche se in M. ci sono delle belle scene di massa al femminile. Ad esempio quando le donne socialiste sono in prima fila nelle manifestazioni operaie. La componente femminile ha abbastanza spazio nel teatro italiano?
M. è un libro di uomini. La storia del fascismo è una storia fondamentalmente di uomini, non è una storia di donne. Anzi lo abbiamo messo in scena mettendo in contrapposizione Matteotti e sua moglie Velia, che una storia d’amore passionale, e il rapporto che ha invece Mussolini con le tre donne principali, con la Sarfatti, con Ida Dalser che è una pazza che viene a trovarlo, e con la bambina che si scopa in un alberghetto.
Fondamentalmente nel libro non compaiono tante donne.
Sono andato un po’ a curiosare la storia di Velia. E ho scoperto che era una poetessa e romanziera. Non era forse bello mettere anche questi elementi per dare maggiormente risalto al personaggio femminile e di converso a Matteotti? Il libro di Scurati non ha approfondito questo tema ed è per questo che non compare nello spettacolo?
Nel libro di Scurati non c’è. E ti dirò di più, nel libro di Scurati ci sono molte lettere scambiate da Matteotti e Velia. Su Matteotti si sono scritti dei libri interi e anche su Velia. Ci sono libri che riguardano le loro lettere, la loro storia. Si potrebbe fare benissimo uno spettacolo sulla Sarfatti, così come si è fatto, uno spettacolo solo su Matteotti. C’è un film bellissimo film che si chiama Delitto Matteotti, di Vancini, che è del settantatré, e parla solo del delitto Matteotti. Quindi, questi specie di trailer, tutti questi spezzoni che mettiamo in scena, sono delle indicazioni, certamente non esaustive della storia di Matteotti e di Velia. Ma sono un’indicazione di quello che potevano essere.
Ti ripropongo una domanda da una prospettiva più ampia. Nel teatro italiano la componente femminile ha abbastanza spazio?
Oggi, in questo tipo di moda LGBTQI+ tutto può essere il contrario di tutto. In nemico del popolo io ho avuto Maria Paiato che faceva mio fratello.
L’ho adorata in quella parte.
Non ci si pone veramente proprio più il problema essendoci continuamente delle Amlete.
Anzi, credo che tra un po’ non si saprà neanche più che cos’è una donna in palcoscenico.
Progetti per il futuro?
Adesso c’è un po’ di cinema. Non posso dire cosa. Riprenderemo M. a Milano nella prima parte della stagione dell’anno prossimo. Nella seconda parte abbiamo deciso per un testo di grande interpretazione. Voglio recitare senza terze, quarte, quinte persone, Ritorno a casa di Pinter. Ci sono sei personaggi e quello è teatro vero.

Gianfranco Falcone

Piccolo Teatro Strehler – Milano
2 febbraio – 26 febbraio 2022

M Il figlio del secolo
uno spettacolo di Massimo Popolizio
tratto dal romanzo di Antonio Scurati
collaborazione alla drammaturgia Lorenzo Pavolini
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi
video Riccardo Frati
suono Alessandro Saviozzi
movimenti Antonio Bertusi
con Massimo Popolizio e Tommaso Ragno
e con (in ordine alfabetico) Riccardo Bocci, Gabriele Brunelli, Tommaso Cardarelli, Michele Dell’Utri, Giulia Heatfield Di Renzi, Raffaele Esposito, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Diana Manea, Paolo Musio, Michele Nani, Alberto Onofrietti, Francesca Osso, Antonio Perretta, Sandra Toffolatti, Beatrice Verzotti
produzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, Teatro di Roma, Luce Cinecittà
in collaborazione con il Centro Teatrale Santacristina

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