Madre, figlio, Bruce e il rock che se ne va

Bruce Springsteen a Dublino 2024

Mi è capitato così, per caso. Sull'aereo di ritorno da Dublino mi siedo casualmente a fianco di una donna di Crema, Elena, sconosciuta e mai vista, che era stata nella capitale irlandese per il mio stesso motivo, un concerto del tour 2024 di .

Ovviamente iniziamo a parlarne e lei, come me, è un fiume emotivo in piena. Empatia immediata, come spesso accade fra seguaci dello stesso artista. Mi racconta delle difficoltà con suo figlio, che comprendo perfettamente perché ne ho due, femmine e preadolescenti, e del suo desiderio di portarlo ai successivi concerti italiani di San Siro (che poi, maledizione, sono stati rimandati a causa di una fastidiosa laringite; nulla di grave, si va al 2025). Ebbene, sempre con tono enfatico mi racconta che dopo l'ennesimo “non vengo”, lei gli dice: leggi questo articolo, prima di decidere. L'articolo in questione parlava del concerto di Bruce a Cardiff, con cui pochi giorni prima, il 5 maggio 2024, aveva aperto il suo ennesimo tour europeo. Beh, dopo la lettura, il figlio le dice che andrà con lei, e non a uno, ma a tutti e due i concerti previsti a Milano. Gaudio massimo. A quel punto le chiedo di che miracoloso articolo si trattasse, sapete, sono del mestiere… E lei mi risponde che era di un tale Quaroni, trovato sui social. Ah, sì, lo conosco, sai, sono io, l'ho scritto io. Le dico sorridendo. Lei sgrana gli occhi.
Non ci credo.
Sì, è il pezzo uscito su Mentinfuga, il sito con cui collaboro da anni.

A Cardiff con Luca
A Dublino con Luca

Da lì si è sviluppata una serie di racconti e aneddoti sulla nostra vita springsteeniana, sulla difficoltà di comunicare con esterni cosa sia in realtà questa passione. Una passione che molti possono vedere come fanatismo infantile, irrazionale, ma che è realmente tutto tranne che quello. Qui si tratta semplicemente di qualcuno che con le sue parole è entrato in camera tua quando ti sentivi solo e incompreso dal globo terraqueo a tredici anni e ti ha detto ehi, stronzo, non sei solo, io sono esattamente come te, vengo da un buco di provincia e possiamo cavarcela, insieme. E quando l'amore per un artista inizia in quel periodo lì, in quella fase lì, è difficile che poi svanisca. Anzi, negli anni può solo aumentare, soprattutto se l'artista in questione è stato in grado di crescere insieme a te, di mantenere alta l'asticella delle sue produzioni poetiche e soprattutto dei suoi inarrivabili spettacoli dal vivo. E se ti ha fatto conoscere amici e bella gente di tutto il mondo. Ciò premesso potete immaginare la mia gioia nel pensare che un mio articolo fosse arrivato a convincere un figlio ad accompagnare la madre ad un concerto di Bruce Springsteen. Una delle gioie più grandi della mia stessa vita è stato proprio farlo vedere a mia madre, nel 2008, sempre a San Siro… Questi sono i legami che tengono uniti di cui Bruce ci parla nella celeberrima canzone che apre The River. Una mamma convince il figlio a seguirla, e il figlio ne uscirà comunque folgorato, anche se non magari al livello del genitore, ma folgorato perché nel mondo ci sono due categorie di persone, chi ama Bruce Springsteen, e chi non lo ha mai visto dal vivo. E il cerchio della vita e della passione per questo artista 74enne che ha conquistato quattro generazioni con la sua umanità andrà ancora avanti. E stavolta anche io, nel mio piccolo, ci ho messo del mio.

Per quanto riguarda il più generico e difficile rapporto fra i gusti musicali dei giovani d'oggi e quelli di noi un bel po' più anziani, è un discorso lungo e complesso, per cui non basterebbe una lezione del maestro Paolo Crepet. È lapalissiano che i ragazzi siano esageratamente influenzati, a mio avviso negativamente, da social, programmi Tv scadenti dove si premia solo l'apparenza, radio mainstream che propinano sempre le stesse trenta canzoni, quasi a volerti imbambolare il cervello solo con quelle, imponendoti gusti e modi di stare dentro una società che solo così ti accetta. I ragazzi – o la maggior parte di essi, per fortuna esistono ancora delle eccezioni – non immaginano nemmeno dell'esistenza di supporti fisici (dischi) da cui proviene la musica, la ascoltano da telefono, senza passione per una collezione, che non sanno nemmeno cosa sia, per un bel ripiano in camera zeppo di cassette, vinili o cd, che contraddistinguerebbe anche il loro carattere, il loro gusto, la loro dedizione per una certa arte. Non è certo colpa loro, la società “liquida” li vuole così. La musica ora si ascolta così, i dischi non si vendono quasi più – come i giornali – e il business musicale è legato al solo evento dal vivo, che infatti ha triplicato in pochi anni il prezzo d'ingresso per riuscire a stare in piedi. Noi eravamo altro, e lo dico senza astio o nostalgie particolari. Noi non avevamo né telefoni, né computer, né social. Per sapere una misera notizia sul tuo cantante preferito dovevi aspettare i giornali cartacei in edicola o certe epiche riviste specializzate, che, se eri abbonato, quando ti arrivavano a casa te la facevi sotto dall'emozione. Andavamo alla scoperta dei cantautori attraverso fanzine che oggi non esistono quasi più, spesso straniere, compravamo i dischi nei negozi di dischi, il nostro paradiso sulla terra. Scartare un vinile era un momento di massimo fremito del cuore. Per conquistare una ragazza dovevi metterti lì davanti al tuo impianto stereo monumentale ed estrapolare da vinili o cd le singole canzoni più adatte alla bisogna al solo fine di formare una compilation su cassetta che la colpisse nel profondo, che toccasse le corde più intime della sua anima. A volte era un vero e proprio lavoro di giorni. E poi scrivevi i titoli a pennarello nero sulle costolette delle cassette. Con tutto l'amore che avevi nel cuore. E non sempre i risultati arrivavano. Anzi, quasi mai. Sì, anche perché pure allora c'erano mode e tendenze diverse dalle tue che andavano per la maggiore. Ma che mondo era? Semplicemente, bello. E allora come coniugare questi due mondi? È semplice, ce lo dice lo stesso Bruce Springsteen. Con i legami che tengono uniti, quelli che non si vedono, ma ci sono. Perché se un giovane ha dentro la passione, allora il modo di fruire l'arte non conta. La fruisca come vuole, basta che la fruisca, basta che si emozioni, basta che provi a scostarsi un pochino da tutto quello che il mondo vuole imporgli, basta che si lasci guidare da lei, la passione. Un giovane senza passione è un giovane morto. Per un adulto, uguale.

Noi genitori non dobbiamo avere paura che un figlio non ascolti i nostri eroi musicali o non veda i nostri film preferiti, o non legga le disavventure di Holden, dobbiamo aver paura che un figlio non provi passioni. Fino a che lo vedremo piangere per qualcosa che bene o male, è artistico, allora potremo sentirci salvi. Potremo sentire di aver trasmesso qualcosa, anche inconsapevolmente. Se poi si riesce a portarsi vicendevolmente verso l'artista che piace a ognuno dei due, meglio ancora. Se si capiscono i motivi della vicendevole passione, meglio ancora. L'importante è che la passione ci sia, che la voglia di viverla, e a volte di conviverla insieme, sia presente. Personalmente ho visto piangere mia figlia a un concerto di Matteo Paolillo a cui l'ho portata con l'entusiasmo che un rinoceronte può provare quando si vede puntata addosso la canna di un fucile a palla (parlo solo del concerto, non certo del bellissimo viaggio a Roma con mia figlia). Ma la mia gioia era il vederla, guardarla, così appassionata, sincera, vera nella sua emozione verso questo giovane e anche bravo artista, seppur lontano mille miglia dalla mia sterminata collezione. Certo l'ho portata anche a vedere Bruce, e ce la riporterò, ma non mi sono mai aspettato, non mi sono mai illuso che la conquistasse come ha conquistato me 35 anni fa. Però sono certo che qualcosa le rimarrà dentro per sempre. I figli sono figli del loro tempo e vanno lasciati andare, come ancora dice splendidamente Bruce in Jesus Was An Only Son, e questo tempo è un tempo brutto. Musicalmente pessimo. Questo è purtroppo un dato di fatto. Artisti del calibro dei cantautori italiani anni ‘70, anche se ne esistono, non usciranno mai più dalle loro umide cantine. Semplicemente perché allora c'erano i produttori professionisti che credevano in loro e che davano loro una possibilità. Oggi c'è solo il culto della presenza, del bel fisico, della rozza moda, non più quello del talento, il massimo che si può trovare è una bella voce. Cosa che, francamente, poco conta. Fabrizio De Andrè aveva una bella voce? No. Ed è stato il più enorme cantautore italiano di sempre (a mio giudizio a pari merito con ). Oggi niente messaggi importanti, niente prese di posizione politiche scomode che possano davvero urtare il potere. Niente di niente. Furberie, ammiccamenti, qualche timido attacco dal mondo rap… Poco o nulla di importante. Poco o nulla che si ascolterà fra 100 anni, come invece accadrà sicuramente per Fabrizio. È il mondo liquido al quale siamo arrivati. Ma l'arte esiste ancora; i grandi film, il grande teatro, la grande pittura, i grandi libri, la grande musica classica. Tutte cose che resistono al tempo e verranno fatte per sempre. Pazienza, e lo dico con la morte nel cuore, se il 'n'roll, mio amore musicale più grande, passati dall'altra parte i suoi ultimi dinosauri, non riempirà mai più uno stadio. Lo andremo ad ascoltare a Nashville in qualche localino in cui ancora, dietro al microfono, fa capolino un attempato Bobby qualsiasi che si è appena rimesso a posto il ciuffo alla Elvis. Come il folk in Irlanda, che stoicamente resiste ad ogni moda, perché è radicato nell'orgoglio di una nazione. Il nocciolo è, a mio avviso, quello di trasmettere ai figli una passione reale per le cose, possibilmente belle, anche per lo sport, gli animali, la montagna, il mare, il viaggio, la scoperta di mondi nuovi e stimolanti, o lo stesso vecchio e vituperato amore; in questo modo loro andranno sempre e ancora a cercare il bello. E non lo sballo mediocre e stupido da discoteca. Non lo troveranno dove e come lo abbiamo trovato noi, ma lo troveranno, e quando si troveranno davanti al bello, alla bellezza, sapranno riconoscerla. Chi non palpita di fronte all'oboe del tema di The Mission di ? La bellezza salva la vita. Salva da una vita insulsa in cui spesso devi passare otto ore al giorno, per dovere, a fare un lavoro che ti fa schifo solo per essere bene incasellato in una società che ti vuole così. Che ti incastra così, dentro i suoi schemi da milleduecento euro al mese. Schemi nei quali sei un buon genitore se stai dietro ai figli ventiquattr'ore ore al giorno e non ti concedi nulla, buttando una vita solo per loro. Errore madornale, perché il più bel regalo per i figli, è vedere i genitori felici. Ma se, tornando a Bruce, poi, dopo le otto o dodici o ventiquattro ore di “dovere”, esci una volta a camminare sulla strada, e incroci il sorriso di una ragazza che ti scuote l'anima, allora vuol dire che sei vivo. E se sei vivo, devono fare l'impossibile per ammazzarti. Non basterà un talent televisivo, non basteranno imposizioni benpensanti e borghesi, né una pernacchia computerizzata ripetuta alla radio cento volte al giorno. Passione, passione, passione, per qualsiasi cosa, ma passione. Lacrime e abbracci. Poi, visto che spesso non sono d'accordo nemmeno con me stesso, e visto che ho toccato temi difficilissimi e per cui non ho titoli di studio, forse ho scritto solo un mare di stronzate. Ma tant'è.

Marco Quaroni Pinchetti

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