Maggio ’43 di e con Davide Enia

Davide Enia Maggio '43
history 4 minuti di lettura

Bisogna proprio tentare di avere l’opportunità di godere dell’interpretazione di Davide Enia nel meraviglioso chiostro Nina Venchi, sito nel cuore della città, il cuore di una Milano che batte forte per la voglia di far ripartire il mondo del teatro. I 68 fortunati spettatori che occupano i pochi distanziatissimi posti cercano di respirare piano dietro le mascherine, come abbiamo ormai imparato in questi mesi che possono velocemente trasformare l’emozione in fame d’aria.

Le luci del tardo tramonto estivo accolgono questo creatore e narratore di storie che accompagnato dal sottofondo di una chitarra ci proietta nella Palermo del ’43, il parlato di Enia è un dialetto siciliano popolare, antico e velocissimo che mette in secondo piano la comprensione di ogni singola parola a favore di una percezione emozionale del racconto del quale permette di cogliere ogni sfumatura.

Conosciamo il protagonista della storia: Gioacchino, 12 anni, nella Palermo della Seconda Guerra mondiale quasi un uomo per le responsabilità che gli sono affidate. La famiglia del ragazzo è unita e numerosa: ci sono lo zio Cesare il capofamiglia, lo zio Baldo giocatore d’azzardo di professione, la zia Crocifissa tanto religiosa e poi tutti gli altri zii e zie e l’immancabile statua di Santa Rosalia alla quale vengono rivolte preci per la salvezza dell’uno o dell’altro.
Incontriamo i nostri personaggi durante il pasto frugale a base di anguille, carrube e pane nero che sa di tutto tranne che di pane messo insieme a fatica, sorpresi tutti dalla decisione del capofamiglia di far sfollare tutti da Palermo al paese di Terrasini, un trasferimento tra il comico e il drammatico fatto con pochi mezzi a disposizione e tra i tanti limiti di mobilità dei componenti la famiglia con la “Santuzza” che veglia dall’alto della sua statua.
Gioacchino e gli zii dopo essersi accomodati nella decorosa, ma minuscola casa di Terrasini devono fare i pendolari con Palermo anche per potersi garantire quei pochi alimenti che ancora si trovano al mercato nero ed è proprio durante una di queste trasferte fatte con l’unica bicicletta disponibile alla famiglia che poco prima di arrivare in città assistono al grande bombardamento di Palermo del maggio ’43. Un evento di una tale portata che ai tre mancano quasi le parole per raccontarlo, solo alcuni episodi vengono descritti, ma sono sufficienti pennellate per far giungere allo spettatore la portata tragica di quell’evento: un uomo cerca tra le macerie i corpi dei suoi familiari rendendo vani i tentativi di trattenerlo di chi già sa perché ha ricomposto i poveri resti di sua moglie e delle sue tre figlie. L’uomo al vedere i quattro corpi cade in ginocchio, schiantato dal dolore e tutti i suoi capelli diventano bianchi, duemila palermitani sono periti nei rifugi colpiti dalle bombe, ma l’immagine che più di tutte misura la dimensione di quanto accaduto e quella del mare che si vede in fondo dove un tempo c’era la città, 70 edifici rasi al suolo in un solo minuto hanno portato il lungomare ad essere visibile dal centro storico.
Anche la famiglia di Gioacchino paga il suo tributo di vite. Lo zio Stefano è trovato morto nella sua casa, tornati a Terrasini con poche assi si riesce a comporvi il corpo perché anche le bare sono finite in città, ciascuno, secondo l’usanza della famiglia lascia un piccolo dono sulla bara chi un fiore chi un racconto.

Enia mostra nel raccontare un dramma grande capacità di modulare il suo registro recitativo che passa dal dialogo familiare, diretto e colloquiale al registro di testimonianza storica che si serve dei protagonisti per trasmettere quello che è accaduto senza che nulla sia tolto al pathos dai quasi 80 anni trascorsi.
Gioacchino è la freccia che vuole attraversare il tempo, in fondo è l’unico tra i personaggi che potrebbe essere ancora in vita oggi, lo conosciamo non più bambino, non ancora uomo, suo malgrado si ritrova a vivere eventi storici enormi per chi come lui dovrebbe vivere una fanciullezza pescando anguille tra coetanei e che invece si relaziona solo con adulti e grandi problemi.

Il “Piccolo Teatro” riparte dopo quattro mesi e un giorno, sfruttando la possibilità di uno spazio all’aperto che consente di riprendere un filo che è stato bruscamente tagliato con il pubblico e seppure con numeri di spettatori minimi e con un costo del biglietto che sarebbe solo simbolico rispetto ai normali costi per gli spettacoli ha come obiettivo quello di esserci anzi più propriamente di testimoniare la propria esistenza in un momento storico unico per il teatro.
Mi chiedevo pochi mesi fa se questa pandemia avrebbe significato l’estinzione per una forma d’arte che vanta duemilacinquecento anni di storia, ebbene i teatri di Milano stanno dimostrando, ricominciando al di là di ogni calcolo economico, di avere grande fiducia nel futuro, tutto il mondo del teatro testimonia di non voler morire.
Gli attori, i drammaturghi e gli imprenditori, tutte queste persone stanno spesso ricominciando a lavorare senza guadagnare nulla e non vuole cessare di esistere neanche il pubblico stesso di chi ama il teatro che è disposto ad accettare il rischio di tornare nelle sale, del resto come affermava il più famoso drammaturgo italiano del quale pochi giorni fa abbiamo ricordato la nascita:
il pensiero più fastidioso e più affliggente che si possa avere vivendo è quello della morte” (Luigi Pirandello)

Adelaide Cacace

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article