Malgoverno e corruzione alla radice delle proteste in Libano

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In Libano sono arrivati i militari per le strade. È accaduto la stessa cosa in Cile. Le agenzie parlano dell’intervento dell’esercito per sbloccare le strade dopo le manifestazioni popolari contro gli aumenti e la corruzione diffusa nel paese. E con i militari i rischi di scontri e violenze aumentano.

Non è la prima volta che la popolazione scende in piazza, era già successo nel 2005 e nel 2015, ma mai come questa volta l’obiettivo è la caduta del governo, tanto che nonostante l’annuncio delle misure da parte del primo ministro Saad Hariri la mobilitazione non è stata sciolta. Secondo Lina Khatib di Al Jazeera i semi di queste manifestazioni sono stati piantati nel 2015 quando ci furono le prime proteste con la prima «azione pubblica organizzata, che da allora è cresciuta lentamente ma costantemente – prima attraverso la contestazione delle elezioni municipali, poi mettendo in campo dei candidati contro i partiti politici tradizionali alle elezioni parlamentari: da tale contesto di impegno civico, tranquillo ma attivo, sono nati alcuni dei gruppi delle proteste attuali, come Beirut Madinati» [1].

Per cosa protestano i cittadini libanesi?
Anche in Libano come in altri paesi c’è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quella goccia è stata l’annuncio di una nuova tassa sulle telefonate fatte con le piattaforme social  WhatsApp, Facebook Messenger e FaceTime. Segno dei tempi e di un intervento su servizi diffusissimi e che quindi avrebbero colpito tutti. Dal 17 ottobre i cittadini sono scesi in piazza, a Beirut domenica c’erano oltre un milione di persone ma le proteste hanno riguardato anche altre città come Tripoli la seconda città del Libano. Proteste pacifiche sfociate negli scontri quando la polizia è intervenuta pesantemente e così si sono registrati molti feriti e un morto.

Di motivi per protestare ce ne sono tanti come ha spiegato la corrispondente del New York Times a Beirut, Vivian Yee secondo la quale, «l’economia è sterile e costringe molti giovani a emigrare in cerca di lavoro, le discariche e le spiagge sono stracolme di spazzatura e il governo è da tempo incapace di approvare riforme. Ma l’ultimo mese ha portato più delusioni del solito: ci sono stati problemi di valuta, una crisi del grano e del gas e, questa settimana, il governo si è dimostrato così impreparato da aver dovuto chiedere aiuto ai paesi vicini per spegnere una serie di grossi incendi boschivi» [2]. La crisi  valutaria di cui si parla è pesante perché non si trovano dollari (il dollaro è moneta corrente insieme alla lira libanese) e quindi tutta una serie di attività economiche sono difficili da mandare avanti.
La protesta riguarda la corruzione e il malcostume che ha visto la scandalosa partecipazione all’Assemblea generale dell’ONU con 163 membri. E poi come spiega Michele Zanzucchi su Avvenire «ci sono i ricchi e ci sono i poveri: le disuguaglianze sociali si approfondiscono, non solo coi miseri (quella classe sociale così ben filmata da Nadine Labaki in Capharnaum), ma anche tra il 5-7% dei più benestanti e la classe media, che non ce la fa più a pagare l’assicurazione malattie (privata), a spendere un mare di soldi per l’educazione (privata) dei figli, a pagare i fondi-pensione (privati), mentre i figli ingegneri debbono espatriare. Senza parlare dei servizi: d’estate le abitazioni debbono rifornirsi di acqua con le autobotti; il 25% dell’energia elettrica viene prodotta con inquinantissimi generatori diesel posti negli angoli più impensati delle città; il gas non ha nemmeno una rete fissa; Internet conosce lentezze che farebbero innervosire il più calmo dei maestri yoga. E l’emergenza rifiuti? Si scaricano le immondizie in mare o nelle valli di montagna: se si arriva a Beirut in una giornata ventosa, l’aria attorno all’aeroporto si rivelerà mefitica, così come avviene nei quartieri “in” della capitale, per via delle discariche a cielo aperto» [3].

In un paese di 4 milioni e mezzo di abitanti se oltre un milione scende in piazza nella sola Beirut evidentemente i manifestanti appartengono a tutte le etnie e a tutte le confessioni religiose e a tutte le convinzioni politiche presenti nel paese. Ne è la prova anche la natura pacifica delle proteste stesse nonostante la richiesta finale siano le dimissioni del governo.

Il governo ha risposto con una serie di riforme che dovrebbero fronteggiare la crisi economica e sociale del paese dei cedri. Vi troviamo il dimezzamento degli stipendi di ministri, parlamentari, diplomatici ed ex rappresentanti delle istituzioni, l’eliminazione del Ministero delle informazioni e la privatizzazione degli organi che dipendono da esso, come Télé Liban e il Agenzia nazionale di informazione. Le privatizzazioni, necessarie secondo il governo a portare il deficit vicino allo zero nel 2020, riguarderanno più di 15 società statali e le prime riguarderanno i due operatori mobili anche se non sarà una vendita totale. L’eliminazione di enti e istituzioni dovrebbe servire anche a dare un taglio ai tentacoli del sistema clientelare e corruttivo.
La riduzione del debito si otterrebbe anche all’intervento della Banca centrale e di altre banche private; le stime del governo sono per un risparmio di 4,5 miliardi di sterline sul debito.

La giornalista Kenza Quazzani de L’Orient le Jour scrive che «le radicali misure economiche annunciate lunedì dal primo ministro Saad Hariri non sono state sufficienti per convincere i manifestanti […]. Oltre ai dubbi sulla sincerità del governo nella loro attuazione, misure che lasciano molti osservatori scettici in quanto sembrano irrealistiche» [4]. Mentre Issa Goraieb nel suo accorato editoriale, sempre su L’Orient le Jour, sul tema della corruzione scrive «che l’approccio del governo supera tutti i limiti dell’assurdo» in quanto saranno le stesse persone accusate a combattere la corruzione, quelle che stabiliranno le regole per le privatizzazioni. E la revoca del segreto bancario sulle «attività delle Eccellenze ministeriali, chi può ancora ignorare che i conti sospetti sono stati a lungo al sicuro nei paradisi fiscali?».
Pasquale Esposito

[1] Lina Khatib, “Il Libano unito scende in piazza contro il governo”, Al Jazeera, https://www.internazionale.it/opinione/lina-khatib/2019/10/22/libano-proteste-governo, 22 ottobre 2019
[2] “Cosa sta succedendo in Libano”, https://www.ilpost.it/2019/10/19/cosa-sta-succedendo-in-libano/, 19 ottobre 2019
[3] Michele Zanzucchi, “Analisi. Il Libano che scende in piazza ha fame anche di bene comune”, https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-libano-che-scende-in-piazza-ha-fame-anche-di-bene-comune, 22 ottobre 2019
[4] Kenza Quazzani, “Les mesures économiques de Hariri détaillées par son conseiller », https://www.lorientlejour.com/article/1192217/les-mesures-economiques-de-hariri-detaillees-par-son-conseiller.html, 23 ottobre 2019
[5] Issa Goraieb, “L’aveau”, https://www.lorientlejour.com/article/1192267/laveu.html, 23 ottobre 2019

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