Malinteso mattutino

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Li vedevo spesso seduti su una panchina, in mezzo al piazzale del capolinea del tram, tutti infagottati nei loro vecchi giubbotti, i berretti calzati fino agli occhi e ai piedi dei bizzarri doposcì, come quelli che si usavano negli anni Settanta, col pelo di cavallino.
Che coppia, pensavo passando loro accanto la mattina portando il cane, la città ancora assonnata e lo sferragliare del primo tram in partenza per il centro.
Chissà perché escono così presto, con questo freddo, per starsene lì seduti come dei senzatetto. Lei robusta con la borsa a tracolla, lui magro, i capelli bianchi scarmigliati che spuntano dal berretto e gli occhiali un po’ storti sul viso scavato. Il mio cane, incuriosito, tirava sempre per avvicinarsi e odorarli, e fare la conoscenza alla sua maniera. Ma io facevo il giro largo, non si sa mai, saranno una coppia di alcolizzati, o con problemi psichiatrici, seguiti malamente dai servizi sociali o peggio abbandonati a loro stessi. Non ho neanche con me una moneta . Perché loro sicuramente me la chiederebbero, se mi avvicinassi. Vieni via, dicevo sottovoce al cane, intuendo peraltro che tra me e il cane il migliore era lui.
Stamattina, affannata e come sempre in ritardo, salgo sul tram al volo, mi siedo e cerco di riprender fiato. Alzo gli occhi e li vedo, seduti proprio davanti a me. O bella, penso, ma dove vanno? Li osservo da dietro, i loro cappellini di lana, i doposcì, le schiene un po’ ricurve. Si tengono per mano. Una vita triste, soli , senza un soldo e forse senza una casa, abbandonati da tutti, ma loro si tengono per mano. Che bella storia. Ma ecco che sento finalmente le loro voci. Quasi mi stupisco, pensavo non parlassero mai. Allungo l’orecchio, il mio cane sarà curioso ma io di più. Lui sta raccontando di quando era giovane, al suo paese, e sua madre gli preparava la torta pasqualina. Ha la cadenza napoletana, e mi ricorda mio nonno. Anche nell’aspetto, adesso che ci penso. Lei lo ascolta e annuisce, poi gli chiede se gli piacerebbe tornare al paese. Ora no, risponde lui, ma tornare indietro nel tempo, questo si. Continuano a parlare, nulla è banale, quasi mi verrebbe da intervenire. Lei finisce ogni frase chiamandolo Amore.
Poi lo sconcerto: lui accenna a una frase di Proust, della Recherche, e lei cita altri autori, recita alcune frasi da libri, con una naturalezza che mi impressiona, quasi una poesia. Se intervenissi ora farei una brutta figura.
Evidentemente si sentono fissati, lei si gira. Mi guarda, avrò ancora la bocca spalancata e lo sguardo inebetito. Amore, guarda, c’è la signora del cane del mattino. Lui si volta verso di me e sorride. Io sorrido.
Non chiederò perché stanno seduti sulla peggior panchina del piazzale alle sei e un quarto del mattino, né perché portano i doposcì anni Settanta, col pelo di cavallino. Si tengono per mano, si parlano e si ascoltano. Non sono soli, perché sono in due. Tutto il resto perde importanza.
Una mattina mi siederò accanto a loro, e il cane finalmente li annuserà.
Mariacarla

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