Mani pulite. Tra storia e presente

Palazzo di Giustizia Milano
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Trent’anni fa l’inchiesta denominata Mani pulite, come è noto partita dalla Procura di Milano, si abbatteva sul sistema politico italiano che, nei successivi due anni, avrebbe radicalmente cambiato il suo volto per la sparizione di partiti storici, a cominciare dal PSI e dalla DC, e per la comparsa (o il rafforzamento) di nuovi soggetti politici. Alcuni incentrati su un leader come il chiacchierato imprenditore Silvio Berlusconi, amico di Bettino Craxi, già affiliato alla Loggia P2 di Licio Gelli, un non politico fondatore di un partito personale (Forza Italia). Altri espressione di identità lontane dalle culture politiche affermatesi dalla fine dell’Ottocento, proiettati in modo forzatamente confuso sul nuovo millennio, venate (quando non apertamente caratterizzate) da pulsioni xenofobe, razziste, anti-antifasciste e populiste, elementi questi ultimi in continuità con universi valoriali che nei decenni precedenti erano sembrati sopiti o, ai più ottimisti, addirittura superati. Si pensi alla Lega Nord di Bossi (fautore della secessione della Padania da una Repubblica italiana non riconosciuta come legittima), ad Alleanza Nazionale (principale erede dell’MSI che non era riuscito a fare i conti con il fascismo al quale si era direttamente richiamato fin dalla fondazione nel 1946) ma anche, guardando a sinistra, al Partito Democratico della Sinistra e a Rifondazione Comunista, filiazioni del PCI caduto sotto le macerie del Muro di Berlino. Anche i cosiddetti partiti laici “minori” (PLI, PRI e PSDI), centrali negli equilibri politico-parlamentari fin dall’immediato secondo dopoguerra, sarebbero sostanzialmente spariti e in parte riassorbiti dai nuovi partiti o da alleanze elettorali concepite per arrivare a un sistema bipolare, ritenuto più moderno e in linea con le altre democrazie occidentali più “solide”. Diverso il caso dei radicali, sempre impegnati nella difesa dei diritti civili e della laicità, europeisti transnazionali, ostili alla partitocrazia ma sempre meno ancorati a un campo progressista di cui si erano a lungo sentiti parte, fino ad arrivare ad allearsi con Forza Italia e a sconcertare non pochi elettori ed estimatori.

Dalla traumatica cesura storica del 1992-1994, caratterizzata anche dalle terribili stragi di mafia su cui ancora si cerca di fare luce tra depistaggi, inchieste giornalistiche e giudiziarie, trattative più o meno dimostrate tra pezzi dello Stato e criminali, secondo molti osservatori nacque la cosiddetta Seconda Repubblica sebbene non ci fosse stata una riforma della Costituzione, ma soltanto una sia pur importante riforma elettorale caratterizzata dal superamento del sistema proporzionale a vantaggio di un sistema misto (maggioritario al Senato), voluto da quasi l’83% degli elettori chiamati in causa da un referendum promosso da Mario Segni e dai radicali. La stragrande maggioranza dei cittadini pensò allora che la nuova legge avrebbe diminuito il numero dei partiti, semplificato il quadro politico, resi più efficienti e duraturi i governi e ridotto il potere delle piccole formazioni politiche, ritenute troppo influenti in Parlamento in rapporto al consenso raccolto nel paese.

Si può dire che, alla prova dei fatti, non sia andata proprio così. Il modello maggioritario non rappresentò una svolta duratura e vincente rispetto a problemi storici dell’Italia e alle nuove urgenze di un’epoca caratterizzata da rapidissime evoluzioni in tutti gli ambiti della società, sempre più disarticolata al suo interno in primis per i profondi mutamenti tecnico-scientifici e i nuovi mezzi di comunicazione di massa, con il trionfo di internet e l’avvio di un processo di virtualizzazione della realtà per molti aspetti inquietante. Una società che si avviava a grandi passi verso la globalizzazione, intesa soprattutto come affermazione di un gigantesco mercato economico-finanziario planetario dai contorni in parte nuovi, ancor oggi di difficile decifrazione e non proprio compatibili con l’estensione o la salvaguardia dei diritti civili, politici e sociali.

Insomma dalla fine della Guerra Fredda, tenendo conto del complesso quadro internazionale nel quale le vicende italiane sono da inquadrare, il tanto sperato successo della democrazia su scala mondiale si rivelò ben presto più una speranza che una realtà e, guardando al vecchio continente, l’Europa politica (che sembra una necessità di fronte agli equilibri geopolitici del III millennio tutt’altro che stabili e improntati alla pace) rimase una sorta di chimera ricca di contraddizioni, inefficienze e sprechi, pur in presenza di significativi avanzamenti.

Tornando a Tangentopoli e all’Italia, il trentennale ha prodotto nuovi volumi, interviste ai protagonisti di quella stagione, approfondimenti televisivi, fiction e polemiche inerenti soprattutto al complesso rapporto tra politica e magistratura, non privo di aspetti grotteschi. La storia, in barba ai professionisti del complottismo, ha dimostrato che la corruzione sistemica era un male profondo dell’Italia, una gigantesca anomalia capace di incidere a fondo e negativamente sulla salute della democrazia, un problema a tutt’oggi irrisolto che affonda le radici nell’Italia liberale, attraversa “gattopardescamente” il regime fascista e condiziona pesantemente l’Italia repubblicana.

Secondo un sintetico bilancio pubblicato a cura di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera del 15 febbraio scorso, gli indagati dal Pool di mani pulite di Milano fra il 1992 e il 1994 furono 2.565 e i condannati (o coloro che patteggiarono la pena) 1.408, 544 gli assolti, 448 i prosciolti per prescrizione (o in pochi casi per amnistia o scomparsa del reo). Solo questo dato ci dice che, tra gli indagati, appena il 20% fu assolto. Al di là di Mario Chiesa (il primo arrestato) e Sergio Cusani, la pena massima comminata fu per il generale della guardia di finanza Giuseppe Cerciello (5 anni e 6 mesi). Il massimo di custodia cautelare (un anno) fu trascorso in carcere da un ufficiale della stessa guardia di finanza, 140 miliardi di lire è l’ammontare dei risarcimenti versati da imputati coinvolti nei diversi filoni d’inchiesta. Mani Pulite, dunque, scoperchiò un mondo reale e, al netto di errori e scelte discutibili insite in ogni atto umano, va studiata seriamente e non strumentalizzata per fini politici e personali.
Le scelte compiute dai componenti del Pool di Milano e la loro differente cultura giuridica (si pensi soltanto alle ottiche diverse di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo) hanno chiarito che quelle inchieste non furono portate avanti da magistrati al servizio di una potenza straniera (per qualcuno gli Stati Uniti) o di una fantomatica “spectre rossa”, orientata a salvare il PCI dal crollo della Prima Repubblica. La magistratura, garanzia per il funzionamento di ogni democrazia e privata dalle mafie e dal terrorismo di molti suoi prestigiosi esponenti, era (ed è) anche un luogo di potere e di affari, ne sapevano qualcosa (non unici) Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non è dunque realistico pensare che al suo interno non si siano mossi interessi sporchi e che, a tutt’oggi, molte cose funzionino in modo ben poco trasparente alimentando, inevitabilmente, dubbi e sospetti sull’operato e le competenze di una parte (non maggioritaria) della magistratura. Ma ritenere che in Italia il problema principale siano le inchieste e non i reati, i magistrati e non chi delinque in settori strategici della società civile e politica, impoverendola e rendendola sempre più debole e iniqua, significa negare l’evidenza dei fatti. Si sarà capito che l’onestà non può essere un programma politico e che non è appannaggio di una forza politica, ma la storia ci ha già insegnato che qualunque programma politico non è credibile se è perseguito senza una sincera attenzione per la cosa pubblica e, dunque, senza tener conto che l’onestà materiale e intellettuale è un valore alto e non una mania di cui soffrono ingenui moralisti.
Andrea Ricciardi

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