Mannaggia a chi? Parole e musica con Piero Brega

Piero Brega

L'inizio degli anni '70 è stato un momento piuttosto cruciale e di svolta per la musica in Italia: non parlo tanto del mondo delle “canzonette”, sulle quali si concentrava l'analisi severa e impietosa di Pier Paolo Pasolini [1], quanto di quello che iniziava a presentarsi come il mondo della canzone d'autore (da un lato) e la maturazione delle ricerche nel campo della , che già da più di una decina d'anni erano proposte alle orecchie più curiose e oggetto di importanti riflessioni intellettuali [2].
Fu un susseguirsi di gruppi e di singoli interpreti che si sarebbero imposti in ambienti più o meno estesi e che avrebbero pubblicato dischi e girato la penisola proponendosi in happening e concerti. Una stagione decisamente conclusa, dalla quale pure restano esperienze importanti e autori che ancora oggi ci riservano piacevoli soprese. Come nel caso di . Classe 1947, Brega ha percorso da protagonista (e fondatore) alcune delle realtà più significative proprio a cavallo tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70 – dal Circolo Gianni Bosio al Canzoniere del Lazio – ed è stato accanto a veri giganti della ricerca (come ) o della musica (come , da poco scomparsa). Brega – consapevole dell'antico adagio secondo il quale spesso carmina non dant panem – ha svolto per lunghi anni la professione di architetto, seguendo un po' la scia di Paolo Portoghesi; ora vive in Umbria, non troppo lontano dalla sua amata (ma sempre più complicata) Roma, della quale conserva una incancellabile cadenza nel parlare (e nel cantare) e quindi «nel modo di ragionare», come dice Città, una sua bella canzone di qualche anno fa. Dopo averlo conosciuto per gli indimenticabili brani contenuti nell'album del Canzoniere Quando nascesti tune e nell'esperimento indimenticato di Carnascialia, ho incontrato via via la sua produzione del terzo millennio, contenuta in tre dischi di grande interesse, l'ultimo dei quali – Mannaggia a me, uscito per squi[libri] nel 2020 in era Covid, sfortunatamente – è stato accompagnato da una lusinghiera e appassionata presentazione di Giovanna Marini, la quale dichiarava: «questo è un disco molto bello che tutti dovrebbero sentire, ed avere, perché ce n'è per tutti; e non è fatto perché ce ne sia per tutti».
Da Attigliano, buen retiro di Piero e della sua compagna (e musicista) Oretta Orengo, provo a ripercorrere assieme a lui questo cammino originale di uno chansonnier che merita davvero attenzione ed ascolto.

Sei nato nel 1947, quindi hai fatto il '68 (o avresti potuto farlo, considerando che questo potrebbe voler dire tante cose diverse). Partiamo da lì?
Sì, ho fatto il ‘68, malgrado a quell'epoca fossi ancora iscritto a Ingegneria, un posto dove non succedeva un accidente. Ero al biennio e pensa che si battevano ancora le mani quando finiva la lezione… Per la verità io volevo fare architettura ma non potevo perché avevo studiato da geometra e quindi – secondo le regole dell'università di allora – potevo accedere solo a ingegneria. Mi sarei trasferito solo in seguito ad architettura, anche se già dopo il ‘68 frequentavo compagni ed amici di quella facoltà: perché era lì che succedeva quello che doveva succedere: sampietrini e botte. Botte anche dal PCI, visto che noi eravamo quelli strani, i figli dei fiori, quelli che non avevano capito niente della vita, che ancora giocavano con la politica divertendosi a contestare. La contestazione era una delle parole nuove, come oggi è l'intelligenza artificiale.

Il tuo '68 perciò è stato più vicino a Valle Giulia di Paolo Pietrangeli che alle parole di Pasolini nella celeberrima poesia Il PCI ai giovani…
Dalla parte di Pietrangeli, senza dubbio. Resto convinto che fosse giusto – da parte degli studenti – reagire e opporsi all'establishment, anche quello della sinistra. Le botte con la polizia c'erano state già nel '66, anche se poi il ‘68 e l'ondata di contestazione che proveniva dalla Francia ci ha portato a ipotizzare e ad immaginare il cambiamento radicale nei rapporti col potere. Nonostante i tentativi di coprire tutto con la sabbia…

Non ti persuadevano le parole di Pasolini sui poliziotti figli dei poveri e gli studenti figli di papà?
Secondo me, Pasolini è un po' come Dante Alighieri: ha detto un po' tutto. Pasolini è un grande maestro, lo rispetto, lo adoro, lo amo e lo porto in palma di mano. Però, come al solito – perché siamo in un paese di poveri ignoranti – la destra ha preso quelle quattro parole che potevano andargli a vantaggio, proponendole come un Vangelo. Pasolini giustamente ha messo il dito sulle contraddizioni del Movimento; ma non ha condannato con questo tutta l'aria di cambiamento che c'era. Ha sottolineato errori (e chi è che non commette degli errori?). Se ci mandavano contro della gente col manganello che ci picchiava sulla testa, in qualche modo era difficile non considerarli un nemico.
Poi, certo Pasolini ha sempre ragione, su questo non c'è dubbio. Noi dovevamo scontare la nostra stupidità, la nostra estrema giovinezza, l'avventurismo e tutti quei difetti che avevamo e che abbiamo pagato caro. Però se c'è il divorzio, se c'è l'aborto, se c'è stato un piccolo accenno di cambiamento della società anche nei rapporti di potere… In quegli anni, quando entrava in classe il professore bisognava stare attenti a come gli parlavi che ti poteva buttare fuori. Poi abbiamo esagerato dall'altra parte, perché dicevamo delle cose veramente invereconde. Se ci penso però, forse per smuovere qualcosa ci voleva un po' di turpiloquio.

Quindi, architettura. E allora ti chiedo: ma sei architetto solo per il titolo o sei architetto per davvero?
Adesso sono in pensione, però ho fatto l'architetto per 38 anni. Io ho fatto il musicista all'inizio perché dovevo sostentarmi; quando sono andato via di casa – in quegli anni si andava via di casa presto e io ho fatto così – non sapevo cosa fare, perché avevo il diploma di geometra ma il geometra non lo volevo fare. Sapevo quali erano gli ambiti in cui a quel tempo c'era tanto lavoro: se io avessi voluto lavorare, avrei potuto farlo tranquillamente. Un geometra diplomato andava immediatamente a lavorare perché c'era il boom edilizio. Ma non l'ho voluto fare. Non l'ho voluto fare perché mi è sempre piaciuto studiare. Volevo andare avanti e malgrado stessi a Ingegneria – dove la vita era veramente grama – però poi sono riuscito a fare il passaggio di facoltà, dopo il primo biennio. Così ho continuato a studiare. Il discorso musicale – dopo che la sinistra aveva un po' sbarrato le strade alla musica di base, chiamiamola così, alla ricerca sulla musica popolare, eccetera eccetera – era finito nei primi anni ‘80: i battenti si erano chiusi e non si lavorava più. E io era abbastanza, come dire, senza più armi. Sono tornato all'università perché mi mancavano ancora degli esami: facendo il musicista non è che puoi proprio fare un una carriera scolastica perfetta. Mi mancava ancora qualche esame. Poi ho incontrato un carissimo amico con cui giocavo a pallone da bambino che mi ha detto: «ah, beati voi musicisti che fate questa vita così bella»! E io gli ho risposto: «Giancarlo, ti prego, trovami qualche cosa da fare come disegnatore perché sto facendo la fame». Era un periodo che andavo avanti – per dirla con Dylan – a riso e fagioli perché non avevo soldi. E l'amico mi dice: «guarda, io conosco Portoghesi, è un bravo architetto, c'ha un grosso studio…»

Paolo Portoghesi, qualcosa di più di un bravo architetto…
Eh sì, infatti; quello poi l'ho potuto verificare dopo. L'unica cosa sulla quale questo amico m'ha voluto informare è che pagava poco; ma regolarmente. Non ho avuto dubbi e gli ho chiesto – come si dice – di metterci una buona parola. Mi piaceva la musica, ma non c'era più modo di vivere di quello. Le mie nuove idee poi non erano tanto piaciute alle grosse case discografiche. Ero andato a Milano a presentare i miei pezzi, dopo aver avuto un certo successo con Pasquale Minieri (Carnascialia e dintorni). Ma non li hanno neanche sentiti, i miei nastri. Così, sono entrato dentro lo studio del professor Portoghesi e piano piano mi sono fatto un nome. Dentro quello studio ho fatto un sacco di cose belle: sono stato – ad esempio – il direttore dei lavori della Grande Moschea di Roma, una cosa importante che tanti architetti sognerebbero; io ho avuto questa fortuna.

Sei stato anche tu uno di quelli che – nel mondo della musica – ha tenuto i piedi in più staffe: da Jannacci (che faceva il medico) a Vecchioni (il professore) a Paolo Conte (l'avvocato)…
Eh, sì. Bisogna vedere se e quali sono le campane che suonano meglio. In quel momento suonava la campana dell'architettura, che mi è sempre piaciuta e che mi ha accompagnato fino a gennaio 2021, quando sono andato in pensione.

Tornando invece alla musica, io vorrei parlare con te del Circolo Gianni Bosio, che mi sembra – col passare del tempo – la madre (o il padre) di tutte le avventure della musica popolare. Tu sei un fondatore…
Nel ‘72 ci trovavamo a casa di Giovanna Marini, con la quale già eravamo diventati amici, perché io ero andato a sentirla suonare e cantare le sue canzoni della lotta. Mi ricordo di un posto sulla via Flaminia. Sentendola cantare, mi sono detto che se cantava lei, potevo cantare pure io. Suonare come lei, no: perché Giovanna è stata una grande chitarrista. Suonava Bach nelle feste della borghesia romana, sui terrazzi, d'estate… Finché un giorno anche lei ha incontrato Pasolini.

Davvero un incontro celebre ed importante [3]
Ad ogni modo, ci troviamo io, Giovanna Marini, il Canzoniere del Lazio, che già si era formato: eravamo in quattro in quel momento. C'era già Alessandro Portelli, allora ricercatore della musica popolare. È lui che ha inventato il Canzoniere del Lazio, gli ha dato il nome ed ha coagulato questi quattro musicisti scalcagnati che cercavano di svoltare la pagnotta: oltre a me, Francesco Giannattasio, Sara Modigliani e Carlo Siliotto, che adesso sta in America e fa il compositore. Con Carlo eravamo in facoltà – facevamo tutti e due Architettura – quando un giorno mi ha detto: «senti un po', Piero, ma ti va di fare un gruppo di musica popolare»? Mi ha portato a casa di Sandro Portelli. Da lì è venuto fuori il Circolo Gianni Bosio. E quindi io – piuttosto fortunosamente, perché non è che avessi tanta coscienza di me come etno-musicologo – ho aderito e ho detto sì, mi sta bene, è una buona idea. C'era anche Gianni Kezich… Eravamo in diversi e sotto l'egida di Giovanna Marini abbiamo fondato questo gruppo.

Eravate quattro amici, ma non al bar…
Eravamo quattro amici a casa di Giovanna Marini.

Il Canzoniere del Lazio – che abbiamo evocato ora – è l'altro grande capitolo del tuo impegno musicale. Una esperienza molto originale, non so dire se lunga o breve…
Se consideriamo quanto durano in media i gruppi musicali, diciamo pure che è stata un'esperienza lunga, perché noi abbiamo cominciato a lavorare a questo repertorio – che era poi il frutto della ricerca sul campo di Alessandro Portelli, che ci ha messo a disposizione i suoi nastri e ci ha offerto la sua guida – forse già nel '71. Ma potrei essere impreciso. Sicuramente dal '72. Abbiamo cominciato a studiare questo repertorio e lo facevamo con una grande religiosità, cioè – come si dice – a ricalco, cercando di riprodurre esattamente quelle canzoni e quelle cose. Ed è stato entusiasmante, perché noi ci siamo inseriti in quel piccolo mercato dei locali romani che allora sorgevano numerosi. Abbiamo avuto – tra molte virgolette – un grande “successo” perché eravamo divertenti. Eravamo i primi che proponevano un organetto insieme al violino, insieme alla chitarra (che suonavo io). Però siccome non sapevo suonare abbastanza bene la chitarra per fare il solista, mi hanno “messo in porta” (come si usa nelle squadre di calcio tra ragazzi). E così ho assunto il ruolo di frontman in quel piccolo gruppo. Ma le voci a quell'epoca erano poi di tutti. Tutti cantavano. E non andavamo a inventare nulla, ma a scavare nella tradizione.

Piero Brega - Come li viandanti, copertina
Piero Brega – Come li viandanti

Pensa che nel disco (meraviglioso) Quando nascesti tune ho ritrovato delle cose che cantava mia nonna materna… Bevi, bevi compagno l'ho ascoltata (con qualche censura, per la verità) da bambino per la prima volta ad Acquapendente.
Quella è una canzone anarchica che parla di frati spezzati e monache in salmì. Un anarchismo un po' di osteria. Era un mondo che noi proponevamo con una grande allegria e che veniva da un'altra cultura. Pensa che io ho cominciato a suonare la chitarra a 14 anni; era un momento in cui nella mia classe (eravamo 29) suonavamo in più della metà. La chitarra aveva invaso la fantasia di tutti i ragazzi. C'erano i Beatles. C'era Fabrizio De Andrè, di cui avevo imparato tutte le canzoni. Il mio mondo era un mondo pop, poi trasferito nel mondo della musica popolare italiana grazie ad Alessandro Portelli, col quale ci incontriamo sempre volentieri anche se le nostre strade sono diventate un po' divergenti.

E poi – a un certo momento – arriva quella che chiamerei la tua produzione del terzo millennio, con tre album (anche se nel tuo caso si potrebbe ancora dire dischi, come in effetti sono): con altre sonorità, un altro contesto ma sempre con tante contaminazioni. Da dove esce fuori questo nuovo Piero Brega? Oppure c'era sempre stato?
Mi dilettavo a inventare strofette e cose così, prima per scherzo, poi un po' più credendoci. Però mi ricordo che eravamo ancora agli albori del Canzoniere del Lazio e il mio amico violinista Siliotto mi disse: «senti un po' Piero, però con la voce che hai potresti fare il cantautore, come fa Francesco De Gregori» (che era anche lui nel giro del Folkstudio). Però a me sembrava di tradire qualcosa, non volevo lasciare la musica popolare. Non mi sentivo così forte da poter avere una voce nel mondo del cantautorato. Volevo continuare a proporre e a vangare il giardino della musica popolare. Quindi ho detto di no a questa ipotesi: però in realtà avevo già nel cassetto qualcosa e piano piano ho continuato a fare quello, soprattutto quando poi sono andato via dal Canzoniere del Lazio, dopo un momento in cui secondo me si c'era stato un eccesso di ambizione. Il successo è una cosa molto difficile da gestire; dal ‘72 al ‘76 sono tanti anni per un gruppo che va in giro dalla mattina alla sera, non tutti i giorni della settimana ma quasi. Era un lavoro che ci impegnava molto. Provavamo due o tre volte alla settimana tutto il santo pomeriggio, dalle tre alle nove di sera. Era un grosso lavoro, molto impegnativo. A un certo punto, le nostre strade si sono divise. Come talvolta succede, ognuno c'ha un suo obiettivo, che non sempre coincide con quello degli altri e io ero in minoranza. Ho mollato la presa insieme ad altri due. Il gruppo era diventato di sei-sette persone. Con Giannattasio abbiamo fatto un altro trio – molto carino – che si chiamava Malvasia. Poi c'è stata l'esperienza di Pasquale Minieri con Carnascialia, quando ho proposto la mia prima canzone. Pasquale Minieri aveva l'idea di raccontare al mondo che cosa fosse la tarantella (quella cosa curativa che sta sull'onda del battito cardiaco). Ed io ho raccontato una storia – un po' autobiografica – dei malesseri del giovane cantante. Una canzone che ha avuto una certa notorietà: Canzone numero uno. È la prima canzone in cui ho messo le mani, la storia di un malessere che poi viene aggiustato dalla musica.

Carnascialia

Ha detto Elisabetta Malantrucco del tuo disco Fuori dal Paradiso: «Un album bellissimo – ribadisco – che in ogni angolo parlava di Roma. Senza nominarla. Per esempio, una delle canzoni si chiama Città. E dice anche: “città che porto nella voce nella cadenza del parlare, quindi nel modo di ragionare”. È proprio così: nella cadenza e nel modo di parlare si vede anche il modo di ragionare. Un disco che respirava Roma, i pini, le strade, le storie, le difficoltà e il modo di amare. Era tutto romano. Ed era cantato (tranne un pezzo) in italiano». Oltre ad incassare il complimento – meritato – che idea hai di Roma, anche al di là della sua evocazione in musica?
Roma è la mia città, Roma é il fondamento di tutti i ragionamenti. E poi questa specie di cosa al contrario per cui è il modo di parlare che suggerisce un ragionamento. È una cosa molto forte e secondo me molto vera. L'ho voluta mettere lì per raccontare come la penso. È la forma del dialetto che modifica la sostanza, che modifica il pensiero. Elisabetta ha colto esattamente, da persona intelligentissima e così vivace qual è. Anche se quel disco, in realtà, non è stato fortunatissimo. I dischi a volte – quando nessuno li sostiene – non è che siano comunque apprezzati. Adesso che vado in giro a raccontare Bob Dylan, a cantarlo, a tradurlo, vedo che se tu racconti la storia che il pubblico conosce già, allora tutto va bene; ma se proponi una cosa nuova, può essere difficile. Anche se le canzoni le scrivo principalmente per me.

Piero Brega - Fuori dal paradiso, copertina
Piero Brega – Fuori dal paradiso

Ti assicuro che le ascoltiamo in parecchi… Ma vorrei tornare un momento a parlare di Roma, perché secondo me dai tempi di A Roma, a Roma la città si è piuttosto trasformata, non sempre in meglio.
La città si è imbruttita e io sono scappato da Roma. Abitavo a San Lorenzo e avevo lo studio proprio lì, nello stesso palazzo, al piano terra di un palazzo bombardato che poi è stato ricostruito e – grazie anche a me – è stato rimesso a nuovo, in via dei Marsi numero dieci. Poi a un certo punto in via dei Marsi (numero zero, si potrebbe anche dire parafrasando Endrigo), se ti tolgono il sonno, tu non puoi più far niente, non puoi più lavorare. Sono dovuto scappare via e per fortuna questo si è incrociato con una meravigliosa storia d'amore che ho voluto rimettere in piedi: avevo una storia con una con una donna – che poi è quella che ho sposato 25 anni dopo – e così sono venuto in Umbria, così che lei potesse stare vicino ai due figli che abitavano qui ad Attigliano.
Ogni volta che vado a Roma, è una sofferenza, anche se la città la conosco come le mie tasche. Perché facendo l'architetto e avendo avuto svariati cantieri qua e là, ho sempre girato Roma in motorino e la conosco come un tassinaro. Roma è sempre nel mio cuore ma non nell'orizzonte immediato, perché il mondo è cambiato ed io vado per i 77, li compio a novembre; e devo stare un po' più tranquillo, non mi posso tanto stancare. Per ora sto proponendo e studiando Bob Dylan, ma anche quei tre dischi che ho fatto a nome mio mi piacciono tanto e non mi dispiacerebbe promuoverli.

Attigliano, il paese dove vivi, è parte di un'Umbria “ambigua”, molto vicina al viterbese. Ricordo una tua perfomance lì vicino, a Soriano nel Cimino, della quale conservo anche da qualche parte dei frammenti di registrazione di (se non ricordo male) stornelli a dispetto. Anche lì non ti sei fatto mancare di fare incursioni musicali…
Qualcosa sì, ma niente di eclatante: tanto per far conoscere il repertorio della musica popolare, perché quello non si abbandona mai. Ma anche per cantare delle cose mie: a Viterbo, a Terni, nel contesto che c'è qui. Purtroppo, la mia compagna si è ammalata e sono due anni e mezzo che stiamo soffrendo, provando a rimetterci in piedi.
Il mio terzo disco Mannaggia a me è rimasto un po' nel cassetto, ma il sestetto di musicisti che mi accompagna è ancora lì che sta aspettando di coagulare.

A Spoleto nessuna incursione?
Sono più esperto della Valnerina Con Sandro Portelli siamo andati più volte a fare ricerca da quelle parti, dove c'era un astro – che ormai, poverino, non c'è più – che si chiamava Dante Bartolini. Con lui ho parlato, abbiamo cantato insieme… L'Umbria per me è meravigliosa. Mi sembra di vivere dentro un parco. C'è una campagna meravigliosa, ben tenuta, malgrado la politica sia scivolata verso destra. Del resto, come in tutta Europa. C'è bisogno di riseminare, di coltivare e maturare. Io tengo duro.

Piero Brega e Giovanna Marini
Piero Brega e Giovanna Marini, dal documentario di Jonathan Giustini Pesticciando tra le aiuole, Roma.

Giovanna Marini non ha lasciato solo un vuoto ma ha soprattutto una grande e bella eredità. L'abbiamo evocata all'inizio di questa chiacchierata. Mi piacerebbe raccogliere ancora un tuo pensiero su di lei.
A Giovanna Marini devo tantissime cose. Giovanna è stata generosissima. Nel '73 – era appena nato il Canzoniere del Lazio – ci disse: «venite con me che vi porto in tournée in Francia». Poi ci ha aperto le porte del suo teatro: lei aveva scritto una ballata e ci ha chiamato ad interpretare da una parte i nostri pezzi della musica popolare, i nostri brani e dall'altra ad entrare attivamente dentro le sue ballate, le sue cose, chiamandoci a fare gli strumentisti, il coro eccetera eccetera. Poi nel ‘75 Giovanna Marini è stato il pioniere che ha aiutato ad aprire la Scuola di musica di Testaccio, una vera istituzione che è ancora tanto importante. Giovanna Marini ha dato tantissimo non soltanto alla musica ma anche al Movimento, se possiamo chiamarlo ancora così.
Appena finito il mio ultimo disco, Mannaggia a me, gliel'ho portato per farglielo sentire. Lei lo ha ascoltato dall'inizio alla fine e poi mi ha detto: «questo è un grande disco, deve essere prodotto bene. Sei giunto ad una maturità musicale». E mi ha riempito di complimenti che proprio non me l'aspettavo, scrivendo un lungo articolo che poi (in parte) compare tra le pagine di quel cd. Ci eravamo ripromessi di vederci più spesso. Poi la malattia della mia compagna mi ha tenuto a casa per molto tempo e Giovanna, nel frattempo, se n'è andata. È un lutto importante: una grande compositrice, una grande compagna, una grande artista. Ma soprattutto un'amica, la cui assenza mi pesa moltissimo.

Lo credo. Grazie, Piero. Ti vorrei chiedere infine qualche parola sui cantieri del tuo bel lavoro musicale.
Come ti accennavo, sto proponendo una mia interpretazione di Bob Dylan e del suo repertorio. E poi – ancora in elaborazione – un mio quarto album. Un modo per riabituarmi al palcoscenico e riprendere anche l'attività di proposta del mio repertorio, che non mi dispiacerebbe se fosse un po' più conosciuto e riconosciuto. Anche per avere più idee ci vogliono risorse e incoraggiamento dall'esterno, e non mi va di essere solo un architetto pensionato.

Te lo auguro davvero!

Paolo Sassi

[1] Ne ho parlato lungamente con Elisabetta Malantrucco in questa rivista: cfr. https://www.mentinfuga.com/canzoni-e-musica-con-pasolini-a-confronto-con-elisabetta-malantrucco/.
[2] Cfr. Michele L. Straniero, Emilio Jona, Sergio Liberovici e Giorgio De Maria, Le canzoni della cattiva coscienza, Milano, Bompiani, 1964, introduzione di Umberto Eco.
[3] Cfr. Giandomenico Curi, Il me pais al è colòur smarit. Pier Paolo Pasolini e Giovanna Marini, Nardò, Besa Muci, 2022; da ultimo l'intervista a Giovanna Marini nel libro di Claudia Calabrese, Pasolini e la musica, la musica e Pasolini. Correspondances, Treviso, Diastema, 2019.

Il brano in esecuzione si intitola Il sorriso di un pensatore, dall'album di Piero Brega Mannaggia a me, squi[libri] 2020. Racconta la storia dell'incontro con un uomo anonimo che vive per le strade di Roma, un barbone, in una sorta di via crucis circolare dove il testimone che ci conduce, il Virgilio della storia, è proprio lui.

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