Se fossi Maradona vivrei come lui

Napoli omaggio a Maradona
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Non succede quasi mai, sono cose che si vedono solo nei film americani o si leggono nei romanzi, non accade praticamente mai che i deboli battano i forti, i poveri prevalgano sui ricchi, i piccoli sconfiggano i grandi. Succede solo nelle narrazioni, eppure ce lo aspettiamo sempre; attendiamo sempre che Davide sconfigga Golia, è l’evento più affascinante in assoluto.

Questa legge prevale anche nello sport. Ancora ci ricordiamo di un etiope che arriva all’Olimpiade romana e senza scarpe vince nientedimeno che la maratona; quattro anni dopo, a Tokyo, la vince con le scarpe. Nel 1974 Alì batte George Foreman a Kinshasa nel match di boxe più famoso della storia. Foreman era più giovane, più grosso e perfettamente in forma; Alì non aveva combattuto per alcuni anni per le posizioni politiche assunte rispetto alla partecipazione alla guerra del Vietnam, eppure vinse lui, addirittura, per ko. Ancora ce lo ricordiamo tutti, almeno gli appassionati di sport.
Si tratta di imprese in sport individuali, dunque dipendenti dalla forza e dalla capacità dei singoli. Nel calcio i “miracoli” sono ancora più complicati. Ricordo negli anni recenti esclusivamente la vittoria della Premier League da parte del Leicester di Ranieri. In Italia bisogna tornare al Verona di Bagnoli, al Cagliari di Scopigno. Normalmente nel calcio vincono coloro che disdegnando qualsiasi principio sportivo considerano che la vittoria sia l’unica cosa che conta.

Maradona era uno di quei campioni che rende possibile ciò che appare assolutamente impossibile. La sua storia è tutta un romanzo. La prima immagine che mi viene in mente è quella dell’intervista ad un dodicenne Dieguito che è già una piccola leggenda negli slums intorno Buenos Aires. La leggenda narra che stuoli di spettatori seguano le sue partite su campi improvvisati in queste aree poverissime, scommettendo sul risultato e su quanti goal segnerà questo piccolo fenomeno. Allora una televisione argentina lo va addirittura ad intervistare; cosa chiedere ad un ragazzino se non quali siano i suoi sogni. La risposta è semplice: “Giocare il mondiale e diventare campione”. Chi altri aveva una tale consapevolezza della sua futura grandezza a quell’età? Quindi lo prendono le Cebollitas dell’Argentinos Juniors, lo mettono da ragazzino a palleggiare nell’intervallo delle partite. Poi entra e come entra, segna subito. Titolare fisso a 15 anni!
Passa al Boca Juniors, la sua squadra del cuore (per giocare al Boca e non al River rinuncia a compensi decisamente più generosi) ed inizia a diffondersi questa leggenda anche oltre oceano. Menotti non convoca il fenomeno ai Mondiali di Argentina del 1978, lo ritiene troppo giovane. Chissà come sarebbe stata la sua vita se avesse giocato quel Mundial, alzato la coppa in favore di dittatore assassino. Forse avrebbe perso un pezzo della sua purezza e non sarebbe potuto essere il ribelle che poi è divenuto?
Vince i Mondiali giovanili entusiasmando tutti gli appassionati con le sue giocate; un allenatore napoletano, Gianni Di Marzio, ne scorge le potenzialità. Lo propone a diverse squadre italiane ma queste non lo prendono perché in quel momento in Italia non si potevano contrattualizzare stranieri.
Dunque arriva a Barcellona, nella grande squadra del capoluogo catalana. Fin qui si tratta della storia di un grande campione, come alcune altre decine di giocatori dalle qualità eccelse che mano a mano arrivano nell’azienda più competitiva ed appagante dal punto di vista dei successi conseguibili e del riscontro economico. Ma a Barcellona non funziona; i catalani non sono dalla sua parte quando si infortuna gravemente. Ne contestano gli eccessi comunicativi, la vita scombussolata, senza valorizzare adeguatamente le unicità delle sue giocate e la sostanziale purezza del suo animo. Ma Diego non è un campione qualunque, Diego è un eroe unico nell’era moderna. Lui non deve cercare la vittoria, la vittoria è con lui e Diego decide dove portarla. Lo sapeva già a dodici anni. Maradona, come tutti gli eroi, ha bisogno di amore incondizionato.

Napoli piazza mercato da una porta di un campo di calcio
Napoli, piazza Mercato. Foto Pasquale Esposito 2019

È qui che cambia il corso della sua storia ed anche quello della mia piccola storia e della città cui appartengo. Diego capisce che la città di Napoli lo amerà incondizionatamente. Perché? Intanto è l’unica metropoli che ha una sola squadra, tutti la tifano e considerano il tifo per il Napoli come un pezzo imprescindibile nella propria napoletanità. Poi non ha mai vinto nulla, praticamente. Una squadra con un numero di tifosi paragonabile al Milan, all’Inter, al Liverpool o al Barcellona stesso ma che aveva vinto, nel 1984, solo due Coppe Italia. Poi è una città passionale come l’Argentina. Napoli nel 1984 è una città ferita dal terremoto, piena di impalcature, di lavori per non far cadere le case della città, anche di fiumi di danaro provenienti dal Governo dell’epoca che crea occasioni di reddito per nullafacenti e camorristi: si pensi alle cooperative dei parcheggiatori abusivi o alle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni di ex detenuti. In quella città il degrado, urbano e morale, è in stato avanzato. Vedendo le immagini di Napoli 1984 nel documentario che Asif Kapadia trae dalle immagini della Maradona Company mi viene di porgere davvero i migliori complimenti possibili ad Antonio Bassolino per il progetto di rigenerazione urbana e morale che stava prendendo piede in città, purtroppo ora arrestato dal Covid 19.
Istintivamente con Diego ci siamo scelti; lui non sapeva molto di Napoli quando si è trovato dinanzi ad ottantamila spettatori osannanti per due palleggi fatti in un campo di calcio ma anche i napoletani non sapevano molto di lui quando si sono recati in massa ad omaggiarne l’arrivo. Poteva finire come era finita con Hasse Jeppson (o’ Banc e’ Napule) con Vinicio, con Sivori ed Altafini, con Rudd Krol. Cosa avevamo in comune noi e lui? Io penso che Napoli e Maradona avessero in comune l’essere ribelli autodistruttivi. Diego senza dubbio è stato un ribelle, sempre contro il sistema calcio ma dopo aver smesso, sia pur senza una vera e propria consapevolezza politica, sempre dalla parte dei più poveri. Questa lotta frontale faceva il paio con la necessità di perdersi nella ricchezza trovata grazie al calcio e sballarsi fino all’autodistruzione.

Anche Napoli è un luogo decisamente anticonformista; la città che conserva un suo patrimonio autoctono fortissimo, manifesto nel teatro, nella musica, nella lingua nel cibo. Città non omologata ma anche, come Maradona, incapace di conformarsi a regole e disciplina fino a costruire un sistema di controllo territoriale, un’economia propria fuori dalle regole e dunque malavitosa. Un vero e proprio cancro che ci distrugge, una montagna di merda nella quale sotterriamo le nostre grandi bellezze.

Questo amore nato quel giorno porta dei frutti per tutti noi: vinciamo titoli come non mai e festeggiamo in continuazione; lui vince il Campionato del Mondo con una squadra intorno davvero modesta. Nasce la leggenda planetaria a Città del Messico e prosegue con i successi, le poche sconfitte, le tante storielle che gli fioriscono intorno e le vicende di una vita complessa in una città che lo ama troppo e lo protegge poco. Ci ha regalato sette anni indimenticabili, andavamo allo stadio per godere delle sue giocate e delle sue movenze ed esprimevamo allegria perennemente. Anche nella sconfitta contro il Milan abbiamo espresso grandezza, battuti da una grande rivale in casa li abbiamo omaggiati, loro ed i nostri, con un lungo e sentito applauso. Tutto questo ce lo aveva insegnato Diego, noi non sapevamo vincere e lui ci ha portato la vittoria e la gioia.

In questo periodo, oltre le nottate folli, la droga, uno stuolo di donne a sua totale disposizione, le corse in auto, Diego dimostra una generosità unica verso il popolo partenopeo. Inizia a divenire un leader anche in altri sensi. Maradona era senza dubbio un socialista, un solidarista. Inizia ad attaccare frontalmente il potere del calcio. Il palazzo calcistico gliela farà pagare: si passa dalla squalifica per doping in Italia all’assurda accusa di evasione fiscale, all’arresto in Argentina. Poi Havelange e Blatter al mondiale americano fanno il loro capolavoro. Hanno bisogno di lui per un prodotto mediaticamente all’altezza, lo portano al Mondiale e poi, quando capiscono che rivincerà perché stavolta ha anche una squadra di livello, lo squalificano. Una botta terribile. Diego ci mette anni a riprendersi.

Il post football giocato è fatto di alti e bassi: ricoveri in ospedale e ritorni di fiamma come quando allena l’Argentina al mondiale. La costante è l’impegno politico a favore dei diseredati, continuo. Non ricordo altri campionissimi del calcio che possano aver avuto una dimensione politica e solidaristica così spiccata. La sua è una battaglia frontale, talvolta ingenua, altre volte manipolata, sempre sincera e nell’interesse dei poveri.

Un vero eroe anche in questo. Secondo me lui si è spento quando è andato a Dubai. Lì ho pensato che Maradona si fosse finalmente imborghesito ed avesse trovato la sua pace in una agiatezza, nel diventare nonno, nella possibilità concessagli di sopravvivere al suo stesso mito. Invece mi sbagliavo, era depresso in quanto incoerente con sé stesso in quella fase. E’ lì che inizia a morire.

Da napoletano che lo ama e lo amerà sempre incondizionatamente mi sento in colpa. Lo dovevamo andare a riprendere e doveva tornare ad essere il simbolo della nostra squadra. Doveva essere il nostro capitano nuovamente; lui avrebbe trovato una giusta battaglia da combattere e noi avremmo rivinto con la sua forza. Con il suo carisma, parola usata spesso a sproposito ma stavolta centrata. Invece lo abbiamo lasciato lì. Penso anche che ci avrebbe aiutato ancora a vincere, ad esempio tre anni fa con Maradona nessuno avrebbe perso uno scudetto in albergo per sciagurate decisioni arbitrali subite senza la giusta dose di rabbia per reagire e tramutarla in forza. Diego non era mica uno che diceva che voleva conquistare il palazzo per poi, a seguito di una sconfitta, divenirne l’usciere.

In questi giorni, dopo la sua morte abbiamo sentito tante voci levarsi in un ricordo struggente di un uomo che ha dato moltissima gioia al popolo. Quale campione dei giorni nostri litigherebbe con la sua società per andare a giocare sul distrutto campo di Acerra per mantenere la parola data ad un compagno di squadra di sostenerlo in una azione di solidarietà. Lui è andato ed ha giocato e si è divertito ed ha abbracciato i bambini dopo un goal. Ve lo immaginate un Ronaldo o un Icardi a far ciò? Uno così poteva andare nella caserma juventina ed essere protetto come ha detto Cabrini? Allora perché se ne era scappato da quella blaugrana? Anche per questo è diventato una icona globale. Immagino un solo giocatore che ha dato tanto gioia anche se su una scala ridotta, locale, ed è il connubio splendido e così ben raccontato da Alex Infascelli nel suo recente film, tra Francesco Totti e la parte romanista della città di Roma.

Qualche altro vecchio ex rivoluzionario rincoglionito ha definito una porcata il goal di mano contro l’Inghilterra. Ok non è il cuore della sportività di un uomo ma avete mai provato a colpire la palla con la mano e contemporaneamente muovere la testa come se si colpisse il pallone con la fronte? Ho provato ad imitare questo suo gesto, fatto nel Mundial messicano ed anche ad Udine nel campionato italiano. È innaturale e quindi cercato ed allenato. Antisportivo forse. Ma le vere porcate sono quelle commesse dal potere calcistico che regala vittorie con dubbie decisioni arbitrali, con la chiusura di arbitri nello spogliatoio etc. Non è importante vincere ad ogni costo, è fondamentale come si vince e dove si vince, con chi e per chi si vince!
È difficile raccontare la gioia che ci ha concesso, i pomeriggi della domenica allo stadio a godere delle sue giocate in una città finalmente vincente. Nel mio piccolo, mi ha unito in un ricordo indelebile a mio padre. Ha favorito in me un ricordo struggente di un uomo con il quale, in definitiva, ho avuto pochi rapporti. Il Napoli ma soprattutto Diego ci hanno concesso la gioia di trovarci abbracciati a cantare a squarciagola “O’ surdat nnammurat” per festeggiare insieme il Napoli sul tetto d’Europa (giova ricordare che a quell’epoca la Uefa era più tosta della Coppa dei Campioni). Pensate che importanza ha avuto questo uomo nella nostra vita se i ricordi più belli del rapporto con mio padre passano attraverso le sue gesta. E non sono il solo che dice queste cose.

Era e sarà il mio eroe, dentro e fuori del campo e mi meraviglia osservare l’attenzione di mio figlio diciottenne verso questa figura che non aveva capito. È vero, è finito con lui definitivamente un pezzo della nostra giovinezza, le domeniche nelle quali andavamo senza biglietto fuori l’ex San Paolo provando ad entrare in qualche modo o attendendo l’ultimo quarto d’ora per vederlo. Diego sei il mio eroe, solo perché sono ateo.
Vittorio Fresa

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