Marcello Flores e Giovanni Gozzini, Il vento della rivoluzione

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Poco più di cento anni fa (il 21 gennaio 1921) nasceva il Partito Comunista Italiano, allora Partito Comunista d’Italia, cioè sezione italiana della III Internazionale, costituita nel 1919 a Mosca e sopravvissuta fino al 1943. Il PCI, proprio dal 1943 nuovo nome del partito, visse fino alla scomparsa dell’URSS (1991) e, dopo uno scioglimento a dir poco traumatico, fu seguito da formazioni politiche legate a quelle radici, in verità sempre meno visibili. Si è passati dal PDS ai DS, “affiancati” da Rifondazione Comunista, fino ad arrivare nel 2007 al Partito Democratico. Un partito che, di fronte ai mutamenti strutturali del capitalismo (iniziati nei primi anni Ottanta) e all’inevitabile perdita di centralità della classe operaia, durante la “prima” Repubblica rappresentata soprattutto dal PCI e dal PSI, non sembra esprimere un universo valoriale riconoscibile né avere un preciso referente sociale, considerata anche l’estrema frammentazione del mondo del lavoro in epoca “post moderna”. Intorno al PD, indebolito da ricorrenti scissioni e addii, ormai da diversi anni ruotano piccoli soggetti politici che, a loro volta, non si dimostrano capaci di attrarre quote di consenso rilevanti in un elettorato caratterizzato, per varie ragioni, da un diffuso e cupo senso di spaesamento.

In realtà si può avanzare qualche dubbio sull’esistenza di un vero rapporto tra il PD e il PCI e più in generale la sinistra, socialista o socialdemocratica che sia, parole ormai in disuso. Non è sufficiente la collocazione del PD, datata 2014, nel Partito Socialista Europeo e la costante evocazione della parola magica riformismo per rappresentare realmente i ceti e le classi più deboli, per estendere i diritti ai lavoratori precari e ai tanti “invisibili”, per valorizzare le diversità, per opporsi concretamente alle ingiustizie prodotte dal capitalismo finanziario globalizzato, per elaborare una visione della società alternativa a quella dei moderati, per costruire un’Europa veramente solidale e per ottenere, quindi, la patente di progressisti. Ma questo spinoso tema appartiene al presente e, dunque, ha poco a che fare con la storia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, di cui si occupano Marcello Flores e Giovanni Gozzini in un volume denso e stimolante, destinato a far discutere non soltanto gli storici.

rivoluzione pci flores gozziniIl PCd’I si formò per iniziativa di due componenti della sinistra del PSI, guidate da Bordiga e Gramsci, accomunate dalla feroce opposizione al riformismo e dalla ferma convinzione che, nel rispetto della linea della III Internazionale di Lenin e Trockij, di Bucharin e Kamenev, di Zinov’ev e Radek si dovesse e si potesse “fare come in Russia”: cioè promuovere in Italia una rivoluzione finalizzata ad abbattere il capitalismo, ritenuto responsabile dello scoppio della Grande guerra e, nel contempo, considerato in uno stato di crisi irreversibile. In realtà tra le posizioni di Bordiga e quelle di Gramsci esistevano importanti differenze ideologico-culturali, per qualche anno “oscurate” dall’urgenza di allinearsi a Mosca e di promuovere la spallata al sistema, proprio quando nel resto dell’Europa la rivoluzione comunista ispirata a quella dei bolscevichi era già fallita. Innanzitutto in Ungheria (dove la Repubblica dei consigli di Béla Kun era durata poco più di quattro mesi) e in Germania, dove il moto degli spartachisti era stato represso nel sangue e i suoi leader, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, uccisi.

Amadeo Bordiga, ingegnere nato a Ercolano, carismatico segretario fino al 1924, animatore del foglio Soviet, politicamente immobile per oltre cinquant’anni (espulso dal PCd’I nel 1930 e ritiratosi a vita privata, insensibile all’antifascismo unitario e alla Resistenza, morì nel 1970 difendendo il suo “astrattismo”) vedeva il partito come una piccola avanguardia della classe dei proletari industriali e lo considerava l’unico soggetto capace di promuovere la rivoluzione. Diffidava dei sindacati e di ogni forma di articolazione orizzontale delle organizzazioni dei lavoratori, a cominciare dai consigli di fabbrica (da altri comunisti immaginati come organismi di autogoverno operaio centrali per la costruzione del nuovo sistema), che mettesse in discussione la struttura piramidale di una piccola formazione di rivoluzionari “professionali”.
Al contrario, il gruppo che a Torino ruotava intorno alla rivista Ordine nuovo di Antonio Gramsci (considerato l’uomo della svolta dalla III Internazionale, segretario solo per due anni, raffinato intellettuale e autore dei Quaderni dal carcere), con Togliatti, Terracini e Tasca (sempre molto diversi tra di loro), era concentrato sulla dimensione consiliare della lotta rivoluzionaria e sulla costruzione del comunismo “dal basso”. Figura tormentata, animato da una forte tensione etica, Gramsci colse per primo le peculiarità dello scenario nazionale italiano, considerò la questione meridionale come un problema nazionale e, in occasione del III Congresso di Lione del gennaio 1926 (quello della “bolscevizzazione” del partito), teorizzò un’alleanza tra operai e contadini e immaginò l’Assemblea Costituente come un obiettivo intermedio. Pur esprimendo posizioni settarie nei confronti degli altri antifascisti (con riferimento a Turati, Sturzo e Amendola, ancora nel ’24, Gramsci parlava di “semifascismo”), seppe mettersi in discussione tanto da cambiare opinione su questioni fondamentali. Come si evince anche dalle molte lettere dal carcere, appena ripubblicate da Einaudi in versione integrale a cura di Francesco Giasi, fin dall’ottobre 1926 (quando, poco prima di essere arrestato, egli ebbe il primo contrasto con Togliatti), Gramsci espresse posizioni non proprio in linea con i vertici del suo stesso partito e della III Internazionale, specchio sempre più fedele della linea di Stalin.

Nel libro di Flores e Gozzini si parla dunque di un passato ormai remoto, si fa riferimento a un sogno di libertà e di giustizia sociale generato dalla Rivoluzione d’ottobre durante la Prima guerra mondiale, in un’epoca ricca di drammi, contraddizioni, speranze e pericolose certezze. Proprio l’incolmabile distanza tra il sogno e la sua realizzazione pratica, sul cui “esempio” nacquero il PCd’I e gli altri partiti comunisti in tutto il mondo (l’URSS della collettivizzazione forzata dell’agricoltura e dello sterminio dei contadini ricchi, dei gulag e delle ricorrenti purghe, del partito-Stato controllato dall’onnipresente polizia politica), rappresenta il tema centrale del volume. Flores e Gozzini dedicano spazio anche ai decenni successivi agli anni Venti, si soffermano sul fascismo totalitario e la Seconda guerra mondiale, sull’Italia repubblicana e le sue varie stagioni, mai slegate dall’evoluzione della Guerra fredda. Ma i primi anni Venti sono il fulcro di un libro in cui perfino il prologo e la postilla, che segue il capitolo finale dedicato alle vite di alcuni dirigenti, quasi obbligano il lettore a riflettere. Nonostante la lettura sia fluida grazie a una scrittura accessibile anche ai non addetti ai lavori, i temi trattati sono impegnativi perché, se gli autori sembrano avere le idee chiare su quell’esperienza (considerata negativa sotto quasi ogni aspetto), da una parte le loro interpretazioni del passato forniscono risposte, per lo più convincenti, alle tante questioni sollevate ma, dall’altra, generano domande che rimangono “sospese”.

Dal libro emergono a più riprese il settarismo manifestato dalla frazione comunista ancor prima della nascita del PCd’I, cioè dentro al PSI e non soltanto verso la corrente riformista di Turati, Anna Kuliscioff e Treves ma anche verso i massimalisti di Serrati; il fanatismo ideologico proprio di una religione politica, che generò analisi e programmi quasi sempre slegati dall’effettivo corso della realtà; la tendenza a considerare “nemico” chiunque non si mostrasse fedele alle linea stabilita (o imposta), perfino all’interno dello stesso partito; l’incomprensione del fascismo (almeno fino alla metà degli anni Trenta) e la sottovalutazione della democrazia come valore in sé; il rapporto quasi inesistente tra la costruzione del socialismo e la salvaguardia della libertà e del pluralismo.

A ben guardare però, nonostante i richiami a Croce (“la storia non è mai giustiziera”) e all’intelligenza emotiva di Goleman (“la capacità di calarsi nei panni dell’interlocutore”), Flores e Gozzini, a tratti, mostrano forse una sicurezza eccessiva. Se, opportunamente, si evidenzia la tendenza propria dei comunisti ad essere stati manichei e poco duttili, alcuni giudizi appaiono un po’ troppo netti. In questa sede, per evitare di dilungarsi troppo, si può portare un unico esempio: la riflessione sul primo fascismo, dalla genesi del movimento nel 1919 all’affermazione definitiva del totalitarismo nel 1926-27. Nonostante, ed è un vero paradosso, la stessa III Internazionale nel 1922 avesse mutato la linea puntando sul fronte unico e sulla ricomposizione della frattura con i socialisti massimalisti, i vertici del PCd’I (e Bordiga più di chiunque altro) non colsero la natura del fascismo, non capirono cosa stava per succedere e, indirettamente, favorirono la vittoria di Mussolini rifiutando ogni forma di dialogo con le altre forze antifasciste. Il PCd’I si oppose anche gli Arditi del Popolo, unica forza armata capace di resistere eroicamente ai fascisti nello stesso 1922 a Parma e, a più riprese, identificò gli antifascisti non comunisti come “oggettivamente” alleati dei fascisti stessi, ignorando (o sottovalutando) la violenza cieca perpetrata ai danni delle Camere del Lavoro, delle cooperative, dei municipi amministrati dal PSI e di tutte le strutture che avevano animato le diverse articolazioni del movimento operaio a partire dalla parte finale dell’Ottocento.
Ma, viene da chiedersi guardando alle date, dopo l’accordo tra imprenditori e CGL che sancì la fine dell’occupazione delle fabbriche originata dalla serrata degli imprenditori (settembre 1920); l’esaurimento del “biennio rosso” e la sconfitta del PCd’I nelle elezioni del 1921, quando 35 fascisti entrarono in Parlamento nel “listone” promosso dai liberali prima della nascita del PNF; l’effettiva incapacità di costruire un dialogo tra i democratici del tempo, i socialisti riformisti, maggioranza nel gruppo parlamentare del PSI come nella CGL, e i cattolici del PPI (che entrarono nel I Governo Mussolini), qualcosa non torna. Forse sarebbe il caso di considerare un po’ di più il ruolo determinante giocato dalle forze politiche in teoria più “realiste” nell’avvento al potere del duce, definito da Pio XI “uomo della provvidenza” dopo la firma dei Patti Lateranensi nel febbraio 1929. Forse in Italia, indipendentemente dal PCd’I e dall’estremismo dei massimalisti nell’immediato primo dopoguerra, ciò che contò davvero fu la volontà di favorire l’autoritarismo politico (nel nome del conservatorismo sociale) da parte della maggioranza dei liberali, della monarchia sabauda, dell’imprenditoria, delle forze dell’ordine, dell’esercito, della magistratura e, cosa non marginale, di una parte rilevante del mondo della cultura. Se fossero stati soltanto i comunisti e i socialisti massimalisti a non capire la situazione, il fascismo non avrebbe potuto in alcun modo vincere. La storia, tutt’altro che lineare (e proprio per questo non predeterminata come ricordava Foa, citato dagli autori), sarebbe semplice da ricostruire se i suoi attori avessero interpretato ruoli così ben definiti. La realtà è sempre più complessa della teoria con cui ci si sforza di inquadrarla e, come ricordano gli stessi Flores e Gozzini facendo propria una frase di Leo Longanesi, “è sempre un po’ vero anche il contrario”.

Oltre alla cecità del piccolo PCd’I, il successo di Mussolini e le conseguenti tragedie italiane furono causate da molti altri fattori, ben più influenti. Quanti compresero in tempo (dopo ci arrivarono anche Gramsci, Terracini e altri) che la “reazione” era dietro l’angolo, che il fascismo non era riconducibile al conservatorismo tradizionale e che la violenza squadrista non si poteva “normalizzare”, lasciando inalterato lo Statuto Albertino? Troppi, tra cui uno dei più grandi avversari di Mussolini come Salvemini (che lo scrisse e lo ricordò a più riprese con l’onestà intellettuale che lo contraddistinse), si “svegliarono” solo dopo l’assassinio di Matteotti. Oltre a Salvatorelli e a pochi altri, quali esponenti del mondo politico-istituzionale dell’Italia liberale avvertirono il pericolo incombente? Croce, che votò la fiducia a Mussolini anche dopo il rapimento di Matteotti, salvo poi diventare uno dei pochi “rifugi” in patria degli antifascisti? Vittorio Emanuele Orlando e Giovanni Giolitti, passati all’opposizione solo nel novembre 1924? Le classi dirigenti non utilizzarono forse lo squadrismo in chiave antisocialista, rendendosi conto troppo tardi che ne sarebbero state, almeno in parte, spazzate via? Quando il re Vittorio Emanuele III, di fronte alla Marcia su Roma dell’ottobre 1922, dopo una notte di riflessioni non esattamente lungimiranti, si rifiutò di firmare lo stato d’assedio (su richiesta dell’allora Presidente del Consiglio Luigi Facta, liberale) e consegnò il governo a Mussolini, l’Italia era davvero minata dal “pericolo rosso”?

Nel precedente mese di aprile l’URSS e la Germania, a Rapallo, avevano firmato un trattato con il quale, rinunciando reciprocamente a riparazioni e danni di guerra, avevano riallacciato i rapporti diplomatici e commerciali. Finì già nel 1922 l’isolamento sovietico dall’Europa occidentale, l’Italia avrebbe riconosciuto ufficialmente l’URSS nel febbraio 1924. Mussolini era capo del governo da oltre un anno, Gramsci avrebbe sostituito Bordiga alla segreteria del PCd’I in agosto. La rivoluzione comunista non c’era stata e non si sarebbe vista (né durante né dopo la Resistenza), il nazifascismo avrebbe imperversato in tutta Europa per oltre un ventennio. La paura del comunismo sarebbe riemersa subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, proprio nel periodo in cui tutte le forze antifasciste (compreso il PCI) stavano lavorando alla redazione della Costituzione della Repubblica, la cui approvazione avrebbe coinciso con la nascita della democrazia. Il PCI, allora, era già divenuto un partito di massa.
Certo il partito nuovo e la via italiana al socialismo, patrocinati da Togliatti, non avrebbero coinciso con l’acquisizione di una cultura riformista né con un allontanamento dall’URSS: basti pensare al pieno sostegno all’invasione dell’Ungheria del 1956, nell’anno della denuncia dei crimini di Stalin da parte del suo successore Krusciov. Il mito della rivoluzione d’ottobre avrebbe alimentato a lungo pericolose illusioni ma la democrazia italiana, proprio senza quel PCI nato dal settarismo di una piccola corrente del PSI, forse sarebbe stata meno solida. É sufficiente tornare ai cupi anni Settanta e alla strategia della tensione, alle radici del compromesso storico di Berlinguer (che nel 1973 non fu originato solo dal colpo di Stato di Pinochet in Cile) e al progressivo distacco dall’URSS, iniziato da Longo di fronte all’invasione della Cecoslovacchia di Dubcek nel 1968 e proseguito da Berlinguer, che sottolineò proprio a Mosca il valore intrinseco della democrazia e del pluralismo e non si sottrasse “all’ombrello della NATO”, sotto il quale dichiarò di sentirsi “più sicuro”.

Pensando alla distinzione tra errore ed errante con la quale Papa Giovanni XXIII, nell’enciclica Pacem in Terris del 1963, liquidò la scomunica emessa da Pio XII nel 1949 a danno dei comunisti, si può affermare che anche gli eredi di Gramsci, durante e soprattutto dopo la lunga segreteria di Togliatti, non sognarono solo l’URSS (che poco conoscevano e che fu un’esperienza storica sostanzialmente disastrosa). I comunisti combatterono anche autentiche battaglie di libertà incarnando a più riprese, come ricordano gli stessi Flores e Gozzini, una prassi socialdemocratica ben lontana da un inesistente mondo perfetto, figlio della palingenesi marxista-leninista dai contorni fluttuanti. Dalla purezza rivoluzionaria alla democrazia “imperfetta”: una salutare forma di eterogenesi dei fini.

Andrea Ricciardi

Il vento della rivoluzione di Marcello Flores e Giovanni Gozzini sarà presentato il 7 aprile alle 0re 18.00 sul canale you tube dello storico Aldo Giannuli.
https://www.youtube.com/channel/UCT9Q1ask9Zr7yigWMHiUb3Q

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