Il senso della letteratura e della vita: conversazione con Marco Lodoli

Roma Mercati di Traiano
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Il preside, l’ultimo libro di Marco Lodoli, conclude un ciclo di dodici romanzi iniziato dall’autore nel 1989 con I fannulloni. Si tratta di storie di riscatto e di formazione, in cui i protagonisti conducono un’indagine alla scoperta di se stessi. Nel nuovo romanzo, un preside, alle soglie della pensione, si barrica dentro la sua scuola, tenendo in ostaggio una professoressa e uno studente. Nonostante le premesse facciano presagire uno sviluppo da thriller, l’autore ci consegna un lungo e poetico monologo, con cui il protagonista cerca di collegare i punti sospesi del suo passato. Lodoli racconta la vicenda di un uomo solitario, estraneo alla frenesia della modernità e mosso da un unico desiderio: far trionfare la poesia nel mondo.
Oltre che scrittore, Marco Lodoli è insegnante di lettere in un istituto professionale di Roma. Con lui abbiamo parlato del suo ultimo libro, ma anche dell’importanza dell’insegnamento, del valore della letteratura, del panorama culturale odierno e altro ancora.

L’ultimo libro, per stile e struttura narrativa, si pone sulla scia dei precedenti, pur nascondendo una propria morale di fondo. Cosa rappresenta questo romanzo nel suo percorso di autore?

Ogni libro costituisce una scommessa in più che affronto con me stesso, cercando di segnare un passo ulteriore rispetto al sentiero già solcato. Sento il bisogno di scrivere storie che mi consentano di mettermi in gioco come persona, oltre che come scrittore. Ogni libro che scrivo somiglia a un piccolo viaggio illuminante, alla fine del quale qualcosa nella mia mente dovrebbe cambiare, o divenire più limpido. Ne Il preside, il protagonista compie un percorso con l’obiettivo di trovare quel punto in cui iniziare a disfarsi di tutto ciò che è superfluo. È un processo che riguarda tutti, perché ci costringe a rispondere alla domanda più difficile: cosa conta davvero nelle nostre vite? A me interessa indagare il cuore della povertà e della fragilità umana, poiché rappresentano il cuore dell’esistenza. Credo che una volta raggiunto questo estremo, ogni cosa possa diventare più chiara. È questa l’idea di fondo del libro.

Marco Lodoli Il preside romanzoNel libro è tangibile una certa critica al sistema scolastico. Il preside rifiuta la scuola tradizionale, dove tutto è razionalizzato, scontrandosi con gli altri docenti, che difendono un approccio più pragmatico all’insegnamento. È il preside a risultare inadeguato, fuori dal mondo, o al contrario è l’unico capace di cogliere il senso più autentico della scuola?

Inevitabilmente il protagonista rispecchia il mio modo di essere, come persona e come insegnante. Io faccio fatica a rapportarmi con le strutture rigide e con gli aspetti più sovrastrutturali del mondo, poiché mi sembra che rendano la vita più ossificata, più dura, più faticosa. A mio avviso, tutti dovrebbero riuscire a trovare nell’esistenza una dimensione più fluida. Credo che la scuola possa svolgere questa funzione, perché non rappresenta soltanto il luogo in cui si imparano nozioni e competenze, ma in cui è possibile attingere al senso ultimo delle cose.

Lei, come insegnante, da che parte sta? Cosa dovrebbe insegnare oggi la scuola ai ragazzi?

Io quando mi rivolgo agli studenti cerco sempre di far sentire loro quest’energia centrale dell’esistenza che io percepisco e che l’arte ha la capacità di mostrare. La poesia non è soltanto una materia di studio, ma ha una forza intrinseca estremamente potente. Per un ragazzo, saper riconoscere una metafora o un endecasillabo è importante, ma non costituisce l’aspetto decisivo. Il valore dell’arte sta nel capire che tutti gli artisti, con le loro opere, tentano di giungere al pozzo centrale dove calare il secchio e tirare su l’acqua preziosa e misteriosa che sta in fondo. È possibile far scattare questa molla negli adolescenti, perché loro questa tensione l’avvertono autonomamente.

Oltre alla scuola, il libro impone una riflessione più vasta, che riguarda la società che viviamo e il modo con cui ci relazioniamo con gli altri. In che tipo di società siamo immersi? Ha ragione il preside a rivendicare meno frenesia e più umanità?

Secondo me sì. Nel mio libro, il preside alla fine si spoglia, come se solo attraverso questa nudità fosse possibile inserirsi nella dialettica della vita e prendere finalmente coscienza di ciò che siamo. Tutti noi siamo sovrastati da accumuli di cose tutto sommato inutili, che finiscono per allontanarci e distanziarci dalla purezza dell’esistenza. Credo che attraverso la scuola un adolescente possa cogliere quest’autenticità, poiché i ragazzi avvertono sia la debolezza della vita che la sua infinita potenza. Noi insegnanti abbiamo il compito di agganciare gli adolescenti al ritmo profondo dell’esistenza.

La situazione attuale, con la didattica a distanza, ha ulteriormente spento la dimensione sociale della scuola, a vantaggio della componente tecnica. Già anni fa, in un articolo, lei scrisse: “Tre giorni a casa sono pagine bianche che fanno crescere solo la malinconia”.

Nonostante gli anni passino inesorabilmente, continuo a sentire dentro di me una sorta di eterna adolescenza. Ritengo che nelle scuole, nelle classi, grazie al contatto e al confronto con gli altri, resista un universo di verità, per cui tutto il mondo adulto finisce per essere soltanto una menzogna che serve a dimenticare ciò che siamo.

Ha riunito questi dodici romanzi con il nome I poveri. I personaggi che descrive non sono poveri dal punto di vista economico: lo sono nella misura in cui manca loro qualcosa per raggiungere una personale forma di completezza. Questa tipologia di povertà è una condizione universale? In che senso i personaggi dei suoi libri sono poveri?

Io credo che esseri poveri, con qualsiasi accezione intendiamo tale concetto, consenta di essere più vicini a un’idea onnicomprensiva di assoluto. La povertà, in tal senso, favorisce una fusione quasi sacra con l’esistenza propria, altrui e del mondo circostante. La povertà, come anche l’adolescenza, rappresenta una dimensione in cui tutto manca, ma in cui, allo stesso tempo, tutto può già essere intuito. Questa condizione implica una tensione in una duplice direzione: da un lato un movimento verticale, che possa illuminare il cammino; dall’altro uno spostamento orizzontale, che accolga tutto l’esistente in una sorta di abbraccio cosmico.

I suoi personaggi sono sempre mossi da una tensione tra cambiamento e disillusione. Vorrebbero cambiare se stessi e ciò che li circonda, ma talvolta ne restano imprigionati. In una società che ci vuole sempre al passo e aggiornati, ritiene che questa dinamica sia inevitabile?

Siamo immersi in una società competitiva, in cui i valori che sembrano vincenti sono l’affermazione dell’io e l’imposizione della propria personalità su quella degli altri. I personaggi dei miei libri, al contrario, concepiscono l’io come un passaggio, una tappa da superare per scoprire cosa c’è oltre se stessi e per attingere a qualcosa di più profondo. Sono persone che non sentono di appartenere a questo mondo, per cui sono dei perdenti in un certo senso, quantomeno dal punto di vista sociale, sicuramente non da quello del percorso esistenziale.

Molte sue storie sono narrate in prima persona, come se i protagonisti sentano il bisogno di raccontarsi per tentare un riscatto o per lasciare una traccia, come accade per la protagonista di Vapore. Pensa che la letteratura abbia la forza di innescare un cambiamento, di stimolare nuovi orizzonti?

Certamente. La letteratura – attraverso le metafore, la sintassi, l’ordine delle parole, l’ordito delle frasi – crea un senso d’interazione tra le cose, come fili di un tappeto che, una volta intrecciati, danno vita all’immagine dell’esistenza. La letteratura è un modo per connettere le “corrispondenze” di cui parlava Baudelaire: è questa forza evocativa dell’arte che mi colpisce e interessa. In uno splendido racconto di Borges, L’Aleph, il protagonista fissa un punto in cui è concentrata tutta la vita, provando infinita ammirazione e infinita pena. Sono queste le sensazioni che la letteratura e l’arte dovrebbero suscitare e accendere: infinita ammirazione per tutto ciò che ci circonda e infinita compassione verso ciò che siamo.

I suoi libri somigliano a favole moderne, non hanno bisogno di colpi di scena o trame articolate. In questo senso, si pongono in una maniera un po’ anomala rispetto a gran parte della narrativa contemporanea, in cui ottengono successo thriller e libri di genere. Cosa cerca lei come autore? Che tipo di immaginario vuole offrire ai lettori?

La sola registrazione del malessere del mondo, che ovviamente è legittima ed essenziale, a me non interessa fino in fondo. Dal mio punto di vista, un libro deve corrispondere a un piccolo viaggio iniziatico, alla fine del quale dovrebbe avvenire una sorta d’illuminazione. Nelle mie storie c’è sempre qualcosa di invisibile che alla fine appare, un segreto dell’esistenza che improvvisamente si disvela. Durante la lettura di un libro, dovrebbe compiersi un’evoluzione tra dove si è partiti e dove si è arrivati: quando si giunge all’ultima pagina, dovrebbe avvenire una specie di salto spirituale, magari impossibile da immaginare in partenza, poiché il percorso di ogni storia è imprevedibile e imprevisto.

Nel libro Italia ha scritto: “Non credo che tu possa scegliere, scrivi quello che puoi, ma scrivilo bene: e fai in modo che non somigli mai a una sconfitta”. È un monito che rivolge a se stesso come scrittore? Che valore ha per lei la scrittura?

A chiunque capita talvolta di sentirsi escluso, solitario, incompreso, come una scheggia fuori dal contesto. Anche in questi frangenti, la letteratura ha la forza per ricreare una trama, per fornire una spiegazione, magari apparentemente difficile da cogliere, ma che pian piano emerge, facendo sentire ognuno “una docile fibra dell’universo”, parafrasando Ungaretti. La scrittura permette questo processo di trasformazione profonda dei sentimenti e dei pensieri, per cui non può mai essere una sconfitta. Molti scrittori contemporanei producono opere belle, importanti, di denuncia sociale. Rispetto a loro, a me non sembra di scrivere, ma di “pregare”, nel senso che io scrivo per allacciarmi a un senso di totalità, di completezza. 

Lei è un autore non molto presente a livello mediatico, nonostante abbia alle spalle decenni di pubblicazioni. Come giudica il panorama culturale odierno, in cui c’è una tendenza ad apparire, come se un libro non avesse valore se non fosse supportato da programmi televisivi o se non ricevesse premi letterari?

Ovviamente ogni scrittore segue il proprio percorso, il proprio modo di essere, ed è giusto che sia così. Ci sono scrittori diventati dei personaggi di spicco del mondo dello spettacolo: non voglio giudicare nessuno, ma è un fenomeno che non mi appartiene. Chi scrive non lo fa per affermarsi, ma per capire. A me non sembra di essere un letterato: io sto semplicemente conducendo un viaggio dentro l’esistenza e la letteratura mi ha aiutato a mettere a posto dei tasselli. La partenza di un’artista è sempre una partenza per difetto: una persona sente l’urgenza di scrivere perché è mosso dalla presa di coscienza di un disagio, una solitudine. Io rimango a fare i conti con questo disagio senza trasformarlo in una carta vincente. 

Marco Lodoli Il fiume romanzoUn altro elemento comune a tutte le sue storie è Roma. Nel libro Il fiume il protagonista la attraversa in lungo e in largo in una notte. Perché sente il bisogno di non allontanarsi da Roma, dalle sue periferie, dalle sue contraddizioni?

Sono nato e cresciuto qui, Roma è il luogo che conosco meglio e che mi sembra di poter raccontare con un po’ di verità. Oltre a questo, Roma è una città secondo me perfetta per le mie storie, poiché possiede una potenza metaforica connaturata alla sua natura. È un luogo dove regnano i contrasti, carico di miseria sotto certi aspetti, ma allo stesso tempo denso di bellezza. Questi due elementi a Roma vanno di pari passo, sono inseparabili: rappresentano bene l’essenza delle storie che racconto, per cui sono un’ottima scenografia palpitante e partecipante dei miei libri.

Negli anni dei suoi scritti come è cambiata Roma ai suoi occhi?

È innegabile che non sia una città perfetta, eppure non credo che riuscirei a vivere meglio altrove. Del resto, non penso che Roma possa mai divenire una città diversa, del tutto efficiente e funzionale, poiché ha un trascorso tutto suo che l’ha segnata in eterno. Il carattere deficitario della città è insito nella sua storia. Chi nasce a Roma, vive in mezzo alle rovine, ai secoli tramontati e prende subito contezza della caducità del tempo. Questa è una condizione destinata a non scomparire mai, ma non la considero uno svantaggio. Anzi, essendo una città dove trionfano le contraddizioni, è un luogo secondo me perfetto per capire cosa sia davvero la vita. Non potrei mai vivere sotto un display.

Come abbiamo già detto, Il preside conclude un ciclo di libri durato oltre trent’anni. Carver, dopo aver terminato la stesura di Cattedrale, avvertì il proprio editore che scrivendo quel libro aveva “vuotato completamente la sua scrivania”, per cui gli risultava “difficile ritrovare la vena” e non scrisse per un po’. Lei ha svuotato la sua scrivania con Il preside? Cosa devono aspettarsi i suoi lettori, l’apertura di un nuovo cerchio?

Ho scritto molto in questi anni, quasi senza accorgermene. Per me, ogni libro deve corrispondere a un ulteriore passaggio spirituale: al momento mi sembra di essere arrivato al limite delle mie possibilità di comprensione della vita, per cui non sto scrivendo nulla. Però magari ci sarà l’apertura di qualcosa di nuovo quando sentirò nuovamente gli stimoli giusti. Scrivere delle storie tanto per farlo non mi appartiene: se non c’è qualcosa che accenda in me una luce più forte, non inizio nemmeno a scrivere.

Lorenzo Di Anselmo

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