Marocco. Tracolla il partito al Governo, vince il partito del re

Marocco Rabat
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Alle elezioni parlamentari in Marocco – svoltesi mercoledì 8 settembre – il partito islamista di governo, Partito per la giustizia e lo sviluppo (PJD) ha subito un tracollo con la conseguenza di avere solo 13 seggi in Parlamento rispetto ai 125 che occupava. Era atteso un ridimensionamento del PJD ma nessuno immaginava la quasi scomparsa del partito dal Parlamento.
Dei 395 seggi in Parlamento, 102 andranno al Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti (RNI) di estrazione liberale. A vincere le elezioni sono stati anche il Partito per l’autenticità e la modernità (PAM) con 87 seggi e il Partito Istiqlal (PI) di centrodestra con 81. Prima ancora del PJD troviamo l’Unione socialista delle forze popolari (34), il Movimento Popolare (28), il Partito del Progresso e del Socialismo (22) e l’Unione Costituzionale (18).

L’affluenza alle urne è stata poco oltre il 50% anche se in aumento rispetto al 2016; è probabile che abbia influito il turno unico con le amministrative.

Sarà il re Mohammad VI, come da mandato costituzionale, a scegliere il primo ministro dal partito che detiene il maggior numero di seggi nel parlamento ed è il re a nominare i ministri chiave a cominciare dagli Interni e dagli Esteri.
Il ruolo primario che svolge il re, anche nell’indirizzo economico che decide per il paese, fa sì che le possibilità di manovra dei partiti sono circoscritte.
Inoltre la leadership dell’RNI è nelle mani del miliardario Aziz Ajanuch, ministro dell’Agricoltura e della Pesca, appena eletto sindaco di Agadir e amico del re. Mentre il più importante consigliere di Mohamed VI è il fondatore del PAM, Ali Fuad el Himma.

Il sistema di potere, al quale si aggiunge una ricchezza senza precedenti, ruota da sempre intorno al monarca. Una struttura di lunga data e che vede usa il pluralismo la cui origine, ci spiega Silvia Colombo, «può essere speigata attravverso la particolare strategia della monarchia, strategia che si è approfondita nell’ultimo decennio [quelli dei primi anni 2000, ndr] con l’ascesa al potere di Muhammad VI. L’obiettivo del pluralismo, e come vedremo della frammentazione sempre più marcata del sistema partitico marocchino, fu all’inizio il tentativo di evitare che il Partito dell’Indipendenza, principale partito nazionalista marocchino nato nel 1943, monopolizzasse la scena politica e quindi oscurasse il potere della monarchia, o meglio di quella struttura di potere definita makhzen (alla lettera magazzino9. Il makhzen marocchino rappresenta il fulcro delle strutture di potere formali e informali della rete familiare e neo-patrimoniale e della cerchia ristretta dei consiglieri vicini al sovrano» [1].
Elezioni che servono, come ha spiegato Aboubakr Jamaï, fondatore del Journal hebdomadaire – obbligato a chiudere nel 2010 – per dare una parvenza di democrazia anche se il potere prende «di mira oppositori come Omar Radi, Maati Monjib, Soulaïmane e Hajar Raissouni, ma anche comuni cittadini che criticano il carattere autoritario del regime. Mantenere le elezioni in tempo è importante per Rabat, che vuole mostrare un’immagine di democrazia» [2].

Queste elezioni sono state caratterizzate da un cambio delle regole che dovevano favorire le formazioni politiche minori, ma questo non può spiegare la débâcle del PJD. Non lo spiega nemmeno l’enorme profusione di mezzi finanziari usati in campagna elettorale da Aziz Ajanuch. Una delle motivazioni più significative è stata la decisione, a dicembre, di appoggiare la normalizzazione dei rapporti con Israele: «Questa misura è stata promossa dal re, a seguito di un accordo tripartito tra Marocco, Israele e Stati Uniti, attraverso il quale l’allora presidente Donald Trump ha riconosciuto la sovranità di Rabat sul Sahara occidentale. Il PJD è riuscito a superare quel momento senza crollare, nonostante alcuni attivisti rivendicassero la causa palestinese sui social media. I ranghi della sua militanza sono rimasti serrati, ma quelli dei suoi elettori sono fuggiti in un fuggi fuggi» [3].

Tra i tanti compromessi molto poco accettati c’è la legge nel 2019 che rafforza l’uso del francese nell’istruzione pubblica, soprattutto nelle materie scientifiche, in contrasto con una politica in favore dell’arabo. Ma forse è stato il tradimento delle richieste, in primis quella di una sostanziale modifica della Costituzione, del “Movimento 20 febbraio” parte della primavera araba che ha allontanato molti elettori soprattutto giovani.
Pasquale Esposito

[1] Silvia Colombo, Il Marocco tra modernità e tradizione, in L’Africa mediterranea, a cura di Karim Mezran Silvia Colombo Saskia van Genugten, Donzelli Editore 2011, pag. 80
[2] Laureline Savoye, «Les élections servent au régime marocain à afficher une image de démocratie,», https://www.lemonde.fr/afrique/article/2021/09/08/les-elections-servent-au-regime-marocain-a-afficher-une-image-de-democratie_6093903_3212.html, 8 settembre 2021
[3] Francisco Peregil, El partido del ministro y multimillonario Aziz Ajanuch gana las legislativas de Marruecos, https://elpais.com/internacional/2021-09-09/el-partido-del-ministro-y-multimillonario-aziz-ajanuch-gana-las-legislativas-de-marruecos.html, 9 settembre 2021

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