Marocco. Il movimento attende le riforme annunciate dal re

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Il Marocco dal 20 febbraio scorso ha iniziato il suo cammino di proteste e rivendicazioni come in tutto il Maghreb. Ma la situazione è molto diversa perché le manifestazioni hanno mantenuto un tono più basso e la repressione è stata meno violenta se consideriamo il numero dei morti dei feriti e delle incarcerazioni con torture annesse negli altri paesi.
Senza parlare delle invasioni con carri armati dall’esterno e della guerra in Libia.
La protesta marocchina si è estesa ed ha convinto verso posizioni più critiche contro il regime anche quei leader e quei partiti che finora erano rimasti appiattiti sulle posizioni ufficiali.


Marocco. Casablanca, Moschea Hassan II, 2005. Foto Lorena Franzini

Il quadro istituzionale, il livello di libertà, le condizioni economico-sociali, il livello di corruzione per cui Trasparency International posiziona il Marocco all’85° posto nel mondo ( la Tunisia al 59°) non sono molto  molto differenti dagli altri paesi del Maghreb, ma qui il fattore sovrano è determinante.
Mohammed VI vanta una prestigiosa discendenza da Profeta e gode della simpatia e della fiducia della maggioranza dei suoi sudditi e mantiene ancora un’immagine di un riformista anche a livello internazionale dagli USA all’Europa, nonostante, anche nel recente passato, arresti e torture non sono mancate nei confronti degli oppositori e senza voler qui aprire la ferita aperta del Sahara Occidentale [1].


Marocco. Regione Marrakech-Tensift-El Haouz. Essaouira, 23 aprile 2011. Foto Anonimo

Resta il fatto che richieste e manifestazioni per una vera democrazia, una nuova Costituzione e condizioni di vita migliori sono un passo avanti rispetto alle chiusure totali del passato. A Rabat, la capitale, quasi ogni giorno lavoratori, disoccupati, studenti, si ritrovano in piccole dimostrazioni davanti ai palazzi del governo e ancora oggi, secondo Amnesty international, la polizia arresta e usa le maniere forti quando le manifestazioni sono minori.

 


Marocco. Ait-Ben-Haddou, 22 aprile 2011. Foto Anonimo

La richiesta di aperture alle riforme c’è stata anche in occasione delle manifestazioni successive all’attentato terroristico al Caffè Argana, nella centrale e famosa piazza Jamaa el Fna di Marrakesh. La condanna totale al terrorismo è stata accompagnata ancora una volta dalle richieste di transizione verso la democrazia.
È evidente che tutto il movimento [2] non ha certezze circa l’evoluzione verso le riforme, a maggior ragione dopo un attentato così grave che potrebbe spostare l’attenzione verso il tema del terrorismo e della sicurezza nazionale. Un attentato che sarebbe utile ai potentati interni, politici, economici e militari che vedrebbero i loro interessi colpiti dal processo di riforme. Quest’ultime invise, del resto, anche alle frange islamiche estremiste sia all’interno che all’esterno del paese.

 


Marocco. Marrakech, p.zza Jamaa el Fna, 2005. Foto Lorena Franzini

Il 9 marzo scorso il sovrano dopo aver ignorato per giorni le ragioni della protesta presentò, in un discorso televisivo, le direttrici delle riforme da avviare per consentire la democratizzazione della vita pubblica.
Una Commissione deve elaborare tutte le proposte che poi saranno approvate da un referendum. La Commissione è composta da membri nominati dal sovrano. E questo procedimento è poco convincente perché avrebbe dovuto eleggersi un’Assemblea costituente che, in maniera del tutto indipendente, proponesse un nuovo impianto costituzionale da sottoporre ai cittadini.
Le linee di riforma di cui ha parlato Mohammed VI riguardano la riduzione dei poteri del re, le libere elezioni parlamentari attraverso cui il vincitore viene nominato capo del governo, l’indipendenza del potere giudiziario ed in generale il rafforzamento della separazione dei poteri.
Il sovrano attualmente può nominare il primo ministro anche se non è mai stato candidato alle elezioni, in passato ha limitato il numero di seggi che un partito poteva occupare in Parlamento soluzione spesso adottata per il partito islamico Giustizia e Sviluppo.

 

Marocco. Essaouira, barche ormeggiate, 24 aprile 2011. Foto Anonimo

Un discorso che non è comunque andato in profondità non toccando il tema della corruzione e del sistema di potere politico, burocratico ed economico ad essa correlato e che è una delle maggiori cause delle sperequazioni e disuguaglianze nella vita quotidiana.
E’ vero che alcuni interventi diretti a mitigare le condizioni economiche sono stati presi (l’aumento del salario minimo e dello stipendio dipendenti pubblici, il blocco di alcuni prezzi), ma si tratta di misure marginali che non incidono su un sistema che non genera sviluppo diffuso ed eguale.

L’instabilità rischia di accentuarsi in un paese dove nonostante la crescita dell’occupazione negli ultimi dieci anni, il paese resta molto povero. Secondo un’analisi presentata l’11 maggio dall’ Haut-Commissariat au plan (HCP) il tasso di disoccupazione è passato dal 13,4% al 9,1%, ma è accresciuto a dismisura la precarizzazione del lavoro tanto da vanificare il miglioramento. Senza contare che esistono differenze notevoli tra settori, aree geografiche, livelli d’istruzione ed età.
Soli il 20% dei lavoratori dispone di un sistema di sicurezza sociale (il 32% nelle realtà urbane e il 4,5% nelle aree rurali). Inoltre i due terzi dei lavori offerti oggi sono precari e circa due salariati su tre lavorano senza contratto e il risultato che solo il 20% della popolazione attiva beneficia della copertura sanitaria.
Tra gli occupati solo l’11% circa hanno un diploma di scuola superiore e tra i giovani con età 15-24 anni la disoccupazione è al 17,6% e sale al 31,3% nelle are urbane [3].

 


Marocco. Marrakech, suk, 2005. Foto Lorena Franzini

Il FMI ha avvertito che nei paesi dell’area, non produttori di petrolio come il Marocco, ci sono rischi sulla crescita economica per la diminuzione degli investimenti e dei flussi turistici. Al momento per il 2011 le previsioni di crescita di Rabat, grazie anche ad un ottimo raccolto, sono superiori al 4%. Ma non bastano anche perché il deficit pubblico è in crescita e potrebbe limare ulteriormente le spese per lo sviluppo.

 


Marocco. Monti dell’Atlante del Nord. Gole di Dades, 21 aprile 2011. Foto Anonimo

Ma forse il nodo principale da sciogliere per una transizione morbida delle riforme è il sistema di potere che ruota intorno alla monarchia e che i paesi occidentali hanno sostenuto perché favoriva l’opposizione alla presunta islamizzazione, le multinazionali nei mercati locali.
Un insieme di interessi che ha portato alla “benalizzazione” del Marocco. Un fenomeno avvenuto con <<l’ascesa del Partito per l’Autenticità e la Modernità (PAM) e le pratiche economiche predatorie della monarchia. Il PAM è stato creato nell’agosto del 2008 da Fouad Ali al-Himma, ex vice ministro degli interni e stretto amico del re. Uno dei comunicati del Dipartimento di Stato americano sul Marocco pubblicati da Wikileaks rivela come il palazzo reale abbia ordinato al ministro degli interni di intervenire a favore dei candidati del PAM e a svantaggio dei candidati della formazione islamista, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo. […] Col pretesto di formare delle potenti concentrazioni in grado di proteggere l’economia marocchina da un ambiente globale ultra-concorrenziale, gli uomini d’affari del re hanno avviato un’incredibile espansione. Siger, la holding del re, controlla la più grande compagnia di assicurazioni, la più grande banca, e uno dei tre operatori di telecomunicazioni. […] Cosa ancora più preoccupante, gli affari commerciali del re a volte compromettono la legittimità stessa della monarchia. Lo statuto di ‘principe dei credenti’ è il tanto decantato pilastro della legittimità del re. È ciò che presumibilmente unisce il paese sotto la stessa autorità religiosa che tiene a bada gli islamisti. Tuttavia recenti rivelazioni mostrano che il re ha investito in casinò a Macao e nello stesso Marocco, ad al-Jadida>> [4].
Il re e gli ambienti politici a lui vicini dovranno presto trovare delle soluzioni sostanziali per avviare alla democrazia politica ed economica senza le quali è difficile combattere povertà e terrorismo.

Pasquale Esposito

[1] Il Sahara Occidentale, colonia spagnala, fu invaso nel 1976 dal Marocco e la Mauritania con il pretesto della sovranità storica su quelle terre. Il popolo saharawi rivendica il diritto inalienabile all’autodeterminazione sul territorio che, da sempre, abitava e che mai nessuno aveva sottomesso prima degli spagnoli. Il Fronte combatté l’esercito marocchino fino a liberare la metà del territorio quando fu eretta una barriera di sabbia e cemento nel 1984 e dal 1991 è in atto una tregua vigilata dall’ONU che ha istituito la Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale (Minurso). Il compito della Minurso era anche quello di organizzare un referendum sullo status definitivo del Sahara Occidentale che non è mai stato effettuato. Nel 2004 la durata della missione Onu fu prorogata per consentire l’esame di una nuova proposta di pace.
[2] Stiamo parlando delle reti della società civile riunite nel Consiglio nazionale di appoggio al “Movimento 20 febbraio”, delle ong per i diritti umani, degli attivisti del movimento islamico Giustizia e Carità. Anche i sindacati sono fortemente impegnati nelle proteste come dimostra anche la manifestazione del primo maggio.
[3] Ayoub NAÏM, “Enquête HCP. Le chômage recule mais pas la précarité, www.leconomiste.com, 13 maggio 2011
[4] Aboubakr Jamai, “Marocco: dopo la ‘benalizzazione’, la ‘tunisizzazione’?”, www.medarabnews.com, 3 febbraio 2011, tradotto da Bitterlemons International

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