Marocco, la primavera congelata dalla monarchia

Marocco Valle del Dadès
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La primavera araba è sfociata spesso in violenze o peggio in guerre, passando dagli orrori della Libia a quelli della Siria, con pesanti responsabilità internazionali. In Marocco una disponibilità al dialogo  in tempi brevi, sul tema delle riforme, da parte del re Mohammed VI ha impedito l’allargarsi e l’inasprirsi delle rivolte che erano iniziate il 20 febbraio del 2011.


Marocco. Negoziante di Fes. 2005. Foto Lorena Franzini
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Sia chiaro nessun caposaldo del potere del monarca è stato demolito e di conseguenza nemmeno il sistema che porta a rimpinguare le sue casse, quelle del suo entourage familiare e non. Un sistema anche legittimo che consente la partecipazione “automatica” all’azionariato delle principali aziende pubbliche. Un sistema che si trasforma con una certa facilità in affarismo sorretto dalla corruzione di molti burocrati e dirigenti pubblici. Su questo tema varrebbe la pena leggere un libro che non è disponibile nelle librerie marocchine e che molti hanno letto o sfogliato per capire la pervasività del meccanismo: “Le Roi prédateur . Main basse sur le Maroc” di Catherine Graciet e Eric Laurent [1]. La ricchezza reale ammonterebbe a 2,5 miliardi di dollari.
Adbul Salam Abudirar capo del Corpo nazionale per la prevenzione contro la corruzione ha affermato che «la corruzione dilaga in lungo e in largo nel paese», tanto che secondo un’analisi fatta su precedente studio sul fenomeno «più del 62% dei proprietari di imprese sono costretti a pagare tangenti. Se sei un dipendente, anche se ad un buon livello, devi essere disciplinato, devi comportarti come desiderano i padroni» [2].
Secondo L’Economiste uno dei fallimenti del governo di Abdelilah Benkirane, capo del Partito della Giustizia e della Libertà (Pjd), in carica dal novembre 2011, è la lotta alla corruzione dal momento che non è stato fatto un solo passo concreto in quella direzione, nonostante la centralità del tema nella sua campagna  elettorale. Nemmeno una normativa che preveda un concorso pubblico nazionale per le assunzioni il cui progetto di legge è stato elaborato e presentato al  governo dall’Istanza centrale di prevenzione della corruzione. Si è in attesa anche di una bozza che diventi legge per vietare ai dirigenti pubblici l’esercizio o la proprietà di interessi economici privati durante i loro mandati.


Marocco. Il mercatino di Ait Benhaddou. 2005. Foto Lorena Franzini
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Nel Paese la crisi economica ha visto nel 2012 arrancare il Pil e aumentare di contro la disoccupazione giovanile  (il 50% circa). I redditi sono molto sperequati e ancora estremamante bassi e questo significa ridurre ulterioermente le speranze di miglioramento ed inevitabilmente alimentare ulteriormente il focolaio di proteste e rivolte. Inoltre sul versante delle concessioni civile, nonostante il premier avesse legiferato per obbligare ogni partito ad avere almeno tre donne tra le proprie file in Parlamento, se si eccettua tra i partiti di maggioranza il partito presidenziale, nessuno ha ancora ottemperato a questa norma.
Di promesse mancate dall’esecutivo islamico parla la rivista Jeuneafrique che ricorda come la crescita è stata meno della metà delle previsioni , così come pochi sono stati gli investimenti, il deficit di bilancio non si è fermato al 3% e la povertà non è non è stata ridotta [3].

Ma torniamo al tema della primavera araba in Marocco che, come scrivevo in apertura, grazie alla disponibilità della casa regnante ha potuto vedere sbocciare anche qualche novità che ha attenuato le proteste impedendo, con l’aiuto non marginale di polizia ed esercito come accade nella regione del Rif [4], la deflagrazione della società.
Va anche detto che la valutazione che ne possiamo dare da questo lato del pianeta deve considerare che «i democratici della “primavera araba” non hanno abbracciato la rivoluzione per rendere la loro società conforme alla visione dell’Occidente – che,  nel contesto arabo, include  l’uguaglianza tra i sessi, l’abolizione della censura, […], la libertà d’espressione, […]. In quanto dottrina politica che sacralizza i diritti, il liberalismo politico non può emergere che a uno stadio ulteriore del consolidamento democratico» [5].
All’interno di questo quadro dopo lo scoppio delle rivolte del 20 febbraio 2011 Mohammed VI a giugno 2011 propose una nuova costituzione che venne approvata poco dopo e quasi plebiscitariamente. Per la prima volta il re è “costretto” a nominare primo ministro il vincitore delle elezioni e quest’ultimo può sciogliere il Parlamento. Inoltre può nominare buona parte dei funzionari pubblici e decidere le linee guida della politica economica del paese.
In passato la costituzione aveva recepito disposizioni che mettevano su un piano decisamente diverso la condizione delle donne nella società marocchina rispetto a quelle di molti altri paesi arabi.


Marocco. Contadine dell’Alto Atlante. 2005. Foto Lorena Franzini
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Piccoli passi che hanno consentito una stampa un po’ più libera, una popolazione meno disposta ad accettare malversazioni, elezioni libere con il conseguente arrivo dei Fratelli musulmani, movimento a cui appartiene il partito del premier.
Ma è Mohammed VI che detiene le redini limitando il movimento dell’esecutivo nonostante l’atteggiamento di quest’ultimo non sia radicalmente riformatore e sia sempre disposto a coinvolgere tutte le parti in causa.
Uno degli ultimi esempi più recenti della forza della monarchia sono gli accordi con il Consiglio per la cooperazione del Golfo (CCG) a cui appartengono  Arabia saudita, Bahrein, Emirati arabi uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Dopo 18 mesi di scambi e un viaggio ad ottobre dello scorso anno con il re a capo della delegazione nei reami del Golfo il Marocco disporrà di un fondo di sostegno alla cooperazione  e per un partenariato strategico più di 3,8 miliardi di euro [6].
Del resto il ministero dell’economia è controllato da Nizar Baraka appartenente al Partito dell’indipendenza già al potere. Stessa cosa dicasi dei ministeri del Turismo, degli Interni e degli Esteri sono appannaggio di “ministri bis” nominati dalla burocrazia di palazzo (makhzen)  spesso “bersagliati” dal movimento 20 febbraio [7].

Pasquale Esposito

[1] Pierre Daum e Auriel, “I giovani del Rif continuano la rivolta”, Le Monde diplomatique-il manifesto, ottobre 2012, pag. 6. Un resoconto è disponibile su www.lemondediplomatique.fr nell’articolo del 12 aprile 2012 “Au Maroc, une corruption très royale”.
[2] Mohamed al-Raji, “Un popolo senza dignità”, www.arabpress.eu, 8 gennaio 2013. Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.
[3] Hamza Boccolini, “Come salvarsi dalla rivoluzione? Con le riforme, come il Marocco”, www.linkiesta.it, 11 Gennaio 2013
[4] Pierre Daum e Auriel, “I giovani del Rif continuano la rivolta”, Le Monde diplomatique-il manifesto, ottobre 2012, pagg. 6-7
[5] Hicham Ben Abdallah El-Alaoui, “L’onda lunga della primavera”, Le Monde diplomatique-il manifesto, gennaio 2013, pag. 4.
[6] Pascal Airault, “Maroc : avec les monarchies du Golfe, un mariage de raison”, www.jeuneafrique.com, 11 gennaio 2013
[7] Wendy Kristianansen, “Marocco, l’ipoteca del re sul governo”, Le Monde diplomatique-il manifesto, novembre 2012, pag. 18

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