Marocco: la rivolta nel Rif non si placa anzi si espande.

history 6 minuti di lettura

La rivolta partita lo scorso ottobre da Al Hoceima, cittadina nel Rif  regione nel nord del Marocco, si è nel tempo allargata conquistando altri aree del paese comprese grandi città come Rabat, Tangeri, Nador e Casablanca. Il movimento, il cui nome è Hirak al shaabi (Movimento popolare), è diventato tale dopo la morte del pescivendolo Mohssine Fikri finito nel tritatutto del camion della raccolta dei rifiuti, nel tentativo di recuperare il pesce spada che aveva, quello che gli serviva per vivere. Glielo aveva sequestrato la polizia e gettato nel camion. Come era accaduto allo scoppio della primavera araba marocchina il dramma della morte di un semplice cittadino, allora fu il fruttivendolo tunisino Mohamed Bouazizi, ha fatto riaprire le ferite della popolazione, in questa regione particolarmente marginalizzata. Come ha scritto il giornalista Bernard Guetta, «i mesi passano e gli abitanti del Rif sono ormai diventati gli eroi di tutti i marocchini che non sopportano più la coesistenza tra una povertà di massa e un manipolo di grandi ricchi» [1].

Quando le proteste si sono allargate l’esecutivo che di fatto non può scavalcare il re, ha riposto duramente reprimendo manifestazione poi operando decine di arresti con accuse molto pesanti come quella di “attentato alla sicurezza dello stato” e “istigazione a delinquere”. Non si è nemmeno tirata indietro nel fare disinformazione associando immagini che non riguardavano le manifestazioni. Il 14 giugno per i primi 25 attivisti arriva una condanna a 18 mesi di carcere molti di più di quelli dati a chi aveva partecipato alla morte di Mohssine Fikri.
Alcuni attivisti hanno iniziato lo sciopero della fame. Tra gli arrestati è tuttora in carcere colui il quale è ritenuto il leader del movimento: Nasser Zefzafi. Disoccupato dopo che la sua attività di riparazione di computer e telefoni era fallita. Su di lui si rincorrono voci di ogni genere dal semplice esagitato, ad un appartenente a gruppi islamici radicali, fino a «chi addirittura lo definisce un provocatore al soldo degli spagnoli» [2]. Sta di fatto che il suo arresto avviene dopo un’azione eclatante quando a fine maggio sfida un ordine del governo che voleva gli iman predicatori contro i ribelli e interrompe il sermone di un iman ad Al Hoceima e invita i fedeli ad andare avanti nella protesta, «alla protesta e pronuncia un discorso definito reazionario di cui la Rete fa rimbalzare ampi stralci: “per chi sono fatte le moschee? Per Dio o per i prepotenti?”» [3]. Ha un grande seguito, grazie anche ad un uso puntuale dei social e mostra grande attenzione per i suoi sostenitori e poi scrive Karima Moual «è intransigente, non vuole compromessi e si rivolge direttamente al Re, come parte responsabile dell’abbandono della regione più indipendentista della storia del Marocco. È l’unico con il quale è disposto a parlare e non attraverso mediatori, già rispediti al mittente. La partita della stabilità nel Paese nord africano, questa volta si gioca dalla sua roccaforte più problematica e ostile, bisogna vedere se in questa occasione il monarca saprà rispondere adeguatamente alla sfida» [4]

E il re Mohamed VI non è proprio tranquillo perché, se è vero che il tutto parte da una regione abitata da berberi, tradizionalmente ostili al potere centrale, prima spagnolo che qui usarono armi chimiche e poi quello del regno alawida, lo scollamento tra il potere politico ed economico – nelle mani di un élite fedele sempre e comunque al sovrano – e la popolazione stanca della corruzione imperante, delle promesse e di una realtà socio-economica di grandi disuguaglianze, è diffuso in tutta la nazione. La preoccupazione deve essere seria se, il 18 maggio, Mohamed VI non è andato ad incontrare Trump in Arabia Saudita.
Tra i leader della rivolta soprattutto dopo l’incarcerazione di Nasser c’è anche Nawal Ben Aissa, «casalinga di 38 anni, moglie di un tassista, madre di quattro figli. […] Decisa ad ascoltare i problemi dei rifeños (popolazione del Rif), scende direttamente nelle strade». In un’intervista a El Mundo dice che: «Quando abbiamo iniziato le proteste, il governo si è dimostrato a favore delle nostre domande e si è impegnato a prendere in considerazione le nostre richieste. Poco dopo, senza che sapessimo il perché, hanno iniziato a detenere le persone in modo indiscriminato anche se non avevano niente a che vedere con il movimento». Una delle sue preoccupazioni maggiori riguardano il degrado della sanità nel Rif «dove il numero di patologie oncologiche è elevato. Le cause risalgono al 1921 quando l’esercito spagnolo ha usato nella regione armi chimiche. La Spagna non ha mai negato di averle utilizzate, ma non l’ha mai riconosciuto ufficialmente.
Ad Al Hoceima c’è un ospedale oncologico molto piccolo, insufficiente per far fronte al problema. Nawal lo conosce molto bene, ha intervistato i malati facendo dei video e divulgandoli sui social grazie ai quali molta gente ha fatto offerte anonime per aiutare i malati a pagare i trattamenti.  “Non chiediamo l’ospedale più grande del mondo, o con le migliori tecnologie, vogliamo solo una struttura sanitaria adeguata”» [5].

La regione è stata volutamente abbandonata per i suoi trascorsi indipendentisti, non sono pochi i politici che accusano il movimento di esserlo, così non arrivano investimenti produttivi, non si vuole una sede universitaria, la riqualificazione delle scuole, delle strutture ospedaliere accettabili. Il livello di disoccupazione e di emarginazione è molto più alto che nel resto del Marocco.
Il governo ha promesso 900 milioni di euro nella regione. Vedremo se e come accadrà.

Tornando alla protesta e al movimento è utile per comprenderne il senso e le sue potenzialità leggere le parole di Ayad Zaroual, attivista della comunità e ricercatore presso LISST l’Università di Tolosa.
«Il movimento Rif “Hirak” mette l’intermediazione delle élites tradizionali da parte. Nei giorni scorsi abbiamo visto come i discordi sul Rif dei partiti politici e degli imam è messo in discussione e diventa incomprensibile. La gente comune fonda la sua opinione, il suo punto di visa su ciò che sta accadendo e come le cose dovrebbero essere gestiti a partire dai social network, dalle decisioni della strada, dalle relazioni internazionali e dalle ONG. C’è una cyber-democrazia in termini di nuove arene di riflessione e discussione. Si diffonde non solo informazione, ma anche un’intelligenza collettiva di massa che utilizza la strada come mezzo di espressione. Questo mette in discussione i concetti di partecipazione e cittadinanza» [6].
Pasquale Esposito

 

[1] Bernard Guetta, “Il Marocco in rivolta contro le disuguaglianze”, https://www.internazionale.it/opinione/bernard-guetta/2017/06/13/marocco-rivolta, 13 giugno 2017
[2] “Marocco: le proteste del Rif si allargano a tutto il paese”, http://www.yabasta.it/spip.php?article2311
[3] Olga Piscitelli, “La rivolta del Rif in Marocco, presidio continuo a Al Hoceima”, http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2017/06/06/marocco-il-rif-in-rivolta-presidio-continuo-a-al-hoceima_1ca70d2c-bbe3-488a-bc59-1a5bd7c3ebac.html, 6 giugno 2017
[4] Karima Moual, “Alta tensione in Marocco, la rivolta del Rif”, http://www.lastampa.it/2017/05/27/esteri/alta-tensione-in-marocco-la-rivolta-del-rif-OhNInGRIGFnfS3eIHiNGLI/pagina.html, 27/05/2017
[5] “Marocco: le proteste del Rif si allargano a tutto il paese”, ibidem
[6] Ayad Zaroual, “Contestation dans le Rif: le Makhzen ne doit pas avoir peur d’une intelligence de masse “, http://www.jeuneafrique.com/450777/societe/mouvement-rifain-hirak-makhzen-ne-peur-dune-dune-intelligence-de-masse/, 23 giugno 2017

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article