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Codogno, Alzano, Varzi, Lonato. Ve li ricordate questi nomi? Sono i nomi dei piccoli centri che per primi sono stati dichiarati zona rossa in questi tempi di Coronavirus. Oggi invece sono i nomi delle prime tappe del tour voluto da Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Parenti.
L’idea del tour I Camios è semplice e visionaria: due camion acquistati e attrezzati, questi possono accostarsi coda contro coda e offrire un palco itinerante di quasi tre metri per otto e portare il teatro là dove la sofferenza è stata più forte. Là dove la necessità è più impellente.


Andrée Ruth Shammah con le sue idee ha provato a dare lavoro a maestranze duramente colpite dalla crisi, in un settore che fatica a ripartire. Dà lavoro gli attori ma anche a tutto quel personale che ruota attorno al teatro e di cui spesso ci dimentichiamo, i macchinisti, i tecnici delle luci, gli attrezzisti…

La Shammah riparte alla grande e lo fa organizzando spettacoli a I Bagni Misteriosi, ex piscina Caimi, rispettando le distanze in sala, e lo fa con il tour I Camios in giro per la Lombardia. Un tour a cui partecipano il giovane Davide Calgaro con la sua comicità, i giovanissimi Watt con la loro musica. Il tutto guidato dai DUperDU con Fabio Wolf al pianoforte e la splendida voce di Marta Marangoni che tempo fa ho avuto il piacere di intervistare in relazione all’attività di laboratorio di teatro sociale che svolge con l’associazione da lei fondata, Associazione Minima Theatralia.
Durante il tour i DUperDU avranno il compito di scrivere e cantare La Canzone Fattapposta. Canzone che in tempo di lockdown era dedicata ai singoli e che oggi diventa colonna sonora della memoria delle comunità e solidarietà collettiva.

Fabio Wolf e Marta Marangoni

Abbiamo raggiunto telefonicamente Marta Marangoni per raccogliere alcune impressioni.
Come sta andando il tour?
È un tour de force più che un tour.

Sembra uno scioglilingua ma rende bene l’idea.

È entusiasmante. È una cosa veramente entusiasmante. A parte che sembra incredibile avere il lavoro adesso. Ed è molto emozionante anche per quello. Perché noi stiamo girando per la Lombardia, Anzano, Codogno. Il ricordo che si ha di Codogno è quello del cartello che indicava il nome del paese e delle borse della spesa lasciate fuori dalla zona rossa. Entrarci, e fare uno spettacolo proprio al centro di Codogno, anche parlare con le persone è forte anche come impatto emotivo.
Voi state girando in quelli che erano i centri del contagio.
Si però è più sicuro qui di qualsiasi centro di villeggiatura in questo momento.
Perché? C’è ancora un forte presidio medico?
Noi giriamo in totale sicurezza. Giriamo con i camion, con i tecnici che sanificano in continuazione. I luoghi dove andiamo, dove ci appoggiamo per cambiarci, i camerini, sono tutti sanificati. Le persone vengono messe a distanza per il fatto che le piazze dove ci fermiamo sono molto ampie. Gli spettatori sono tutti registrati all’ingresso. Tutti sempre con la mascherina. Anche quando ti aggiri per i centri storici ti accorgi che tra la gente c’è proprio un’attitudine alla distanza.
L’hanno metabolizzata?
Tantissimo. Loro sono stati colpiti. Invece in molte località di villeggiatura sono uno sopra l’altro.
Voi la sera tornate a casa a Milano?
Sì. Perché le tappe più lontane distano un’ora e mezza da Milano. Quindi non conviene pernottare.
È una gran faticaccia. Perché lo fai?
Te l’ho detto che è molto stancante. Però è molto bello il progetto. Il tour tocca i diversi paesi della Lombardia. Io e Fabio andiamo a cercare gli aneddoti, studiamo la le vicende locali anche per dare a questa canzone fattapposta un taglio storico, per riuscire a raccontare da chi è stato fondato un paese, quali sono le curiosità, l’aneddotica legata a quei posti. C’è passato il Barbarossa, piuttosto che sono passati i Celti. Ieri siamo stati a Lonato e abbiamo scoperto che sono passati gli Ungari nel 909 e hanno raso tutto al suolo. C’era questo Ugo da Como che ha fatto una fondazione con oltre 10.000 opere letterarie rare. C’è questa biblioteca e ci sono dei musei importanti. Ci sono dei segreti. E quindi vai a Lonato, vai a Remedello come se andassi a Firenze. Con la stessa attenzione al dettaglio alla storia dei luoghi. Questo significa appassionarsi alla storia locale. Significa parlare con le comunità. Questo è proprio il bello.
Ad Alzano e Varzi il sindaco ha detto: “Ma questa canzone deve diventare l’inno della nostra città”. Questo accade perché diamo ai luoghi e alle persone un forte valore, raccontiamo un po’ come dei cantastorie cantando la Canzone Fattapposta. A questa parte di ricerca storica si affianca il momento del pomeriggio, in cui ci aggiriamo come turisti per caso in questi paesi, in queste città, per guardare, per vedere dal vivo. Ma soprattutto chiacchieriamo, facciamo delle interviste ai cittadini. Quello che siamo riusciti a fare, che poi è il compito che ci ha affidato Andrée Shammah, è proprio di andare a chiacchierare, a capire l’umore della città. Quindi andiamo nelle piazze a fare qualche domanda, non solo Covid o non Covid, ma anche su argomenti attuali. Così ad esempio abbiamo scoperto che a Cantù c’è un castello abbandonato, che aspetta di essere acquistato e valorizzato.
Mi sembra che la Shammah quest’estate stia facendo delle scommesse e le stia vincendo tutte. È una sensazione che mi confermi?
Sì. Lei ha delle intuizioni geniali. Io la stimo tantissimo e sono contenta che ci sia arrivata questa proposta. Perché lei ha colto nel segno. Insomma noi abbiamo fatto queste canzoni, compresa la Canzone Fattapposta per l’infermiere Ivano, impegnato in prima linea sul fronte Covid, che tu conosci già. Abbiamo scritto 150 canzoni in quarantena. La Shammah ci ha detto: “Bene! Adesso invece di scriverla ad personam scrivetela per la città la Canzone Fattapposta“. Questa è stata una grandissima intuizione.
Per quanto riguarda la sperimentazione ti do ragione. Noi siamo come gli scarrozzanti di Testori, che arrivano nei paesi a dare spettacolo.
Quando arriviamo in loco io e Fabio facciamo le interviste da cui ricaviamo all’impronta una strofa intera. Quindi, io scrivo a mano sul mio fogliettino, e la eseguo al momento. È un lavoro pazzesco. E poi quando torno a casa devo riscrivermele. Prima di tutto non devo perdere i fogli.

Ridiamo di gusto. Sembra una cosa molto banale ma non è proprio così.

E poi, la cosa molto bella e insisto molto su questo, e in effetti funziona molto, è che le persone che intervistiamo sono anche quelle di cui mettiamo il nome nelle canzoni. Non inserisco il nome di chi passa per caso. Agli intervistati chiedo se sono sicuri di assistere allo spettacolo. In caso affermativo inserisco il loro nome. È bello perché le persone si riconoscono in quello che stiamo dicendo. Poi, questi personaggi che rispondono molto volentieri alle interviste, spesso sono delle persone anche conosciute nel borgo, nei luoghi, nei paesi in cui ci fermiamo.
Che emozioni scorrono in questi paesini che sono stati messi così tanto alla prova? Che percezione si ha? Si avverte paura, dimenticanza, gioia per averla scampata, sofferenza, di tutto un po’? Cosa respiri nell’aria?
A Codogno e ad Alzano dove pensavamo di trovare una situazione difficile in realtà tutto questo discorso del distanziamento è interiorizzato. C’è un po’ la voglia di ricominciare. C’è proprio questa voglia. C’è un grandissimo entusiasmo e accoglienza rispetto al progetto che proponiamo. Essendo gestito tutto in sicurezza uno non si fa problemi a venire a vederci. Se sei a casa tua sano e tranquillo prendi questa offerta come una perla rara, dopo mesi in cui non hai più visto niente. Comunque i comuni adesso, con questa possibilità di fare gli spettacoli all’aperto, stanno facendo qualcosina. Però c’è molto entusiasmo nell’accoglienza.
Alzano e Codogno sono stati invasi dai giornalisti. Per cui quando andiamo in giro a fare le nostre interviste ci dicono subito: “Se siete giornalisti non vi diciamo nulla del Covid“. Questa è la prima cosa che ci dicono. Invece quando scoprono che siamo del teatro si aprono. Perché non gli stai chiedendo del Covid, ma gli stai chiedendo della loro storia, dei loro luoghi.
Quando vi è stata fatta la proposta dalla Shammah come l’avete presa? In fin dei conti vi è stato chiesto di andare in quelli che erano stati i focolai del coronavirus in Italia.
All’inizio l’abbiamo presa bene, quando non sapevamo di dover far le interviste in mezzo alla gente. Però essendo all’interno di una organizzazione ufficiale in cui tutto deve essere ligio alle regole non ti fai tanti problemi. Diverso era il fatto di andare un po’ in giro, nei bar, di qua e di là. Però, io dopo mi sono divertita con questo discorso della distanza. Io ho questo palo dei selfie che tengo come metro di distanza. Per il teatrante, la barriera, il limite, deve essere risolto creativamente. Cioè, se c’è questa regola della distanza la teniamo e ci giochiamo, anche con quelli che salgono sul palco con frasi come: “Mi raccomando signor sindaco la distanza“. Senza banalizzare, attenzione.
Altrimenti li farebbero la pelle se sentissero la banalizzazione del loro dolore, della loro sofferenza. Immagino che sia un gioco delicato tra presenza e assenza.
Sì. Ti faccio l’esempio di quello che cantiamo:

Codogno, Codogno, paese di sogno.
In tutti i cuori tu lasci il segno.
Tu sei la città indomita e forte.
Come una guerriera reagisci alla sorte.

Ha una bellissima voce mentre la canta. È commovente. Glielo dico. Mentre lei continua imperterrita nella sua descrizione.

In alcuni comuni abbiamo anche fatto delle rime sui cosacchi che portavano la peste. Come nella Canzone Fattapposta per Alzano Lombardo.

Hai resistito perfino alla peste
Perché tu sai opporti alla sorte
Come le monache astute ed accorte
Hanno ai cosacchi chiuse le porte

Abbiamo scritto rime in cui sottolineavamo che ancora oggi resistere alla peste è una virtù. Abbiamo trattato l’argomento Covid con questo filtro. Cercando di attualizzare ogni cosa come nella Canzone per Remedello

Scorre lieve il fiume Chiese nella piana alluvional

Là vicino del Gandino c’è la chiesa eccezional
Ci ricorda che la peste sì sconfiggere si può
Remedello non si arrende perché è forte dentro il cuor

Voi siete in tour con Davide Calgaro e i Watt. Com’è lavorare con artisti ventenni, e che a volte hanno anche meno di vent’anni?
Secondo me è molto bella anche questa idea di tirar fuori l’energia dei giovani.
La nostra come DUperDU è un’apertura più teatrale, per poi passare la palla a qualcosa che può piacere molto anche ai giovani. E quando presento Davide Calgaro e i Watt dico sempre che quando io li ho visti la prima volta sono stata proprio colpita da questa freschezza, da questa spontaneità. Loro sono entusiasti, vediamo che al pubblico piacciono. Comunque è una proposta anche un po’ da piazza dove c’è del cabaret. La nostra se vogliamo è un po’ una perla intellettuale all’inizio. E poi il resto è più per il godimento del pubblico con pezzi accattivanti.

Questa sembra un’altra delle scommesse giocate e vinte da Andrée Ruth Shammah. Dare spazio ai giovani a cui ormai da tropo tempo stiamo negando ogni cosa: lavoro, studio, socializzazione.
Ma non c’è solo questo. Questo tour è un’impresa dalle mille sfaccettature. Dà spazio alle comunità, ed è un teatro che ha il coraggio di tornare alla tradizione dei guitti viaggianti per rinnovarsi.
Grazie Andrée Ruth Shammah. Grazie ai DUperDU, a Davide Calgaro, ai Watt.

Gianfranco Falcone

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