Massimo Recalcati, A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo

Massimo Recalcati, A pugni chiusi Psicoanalisi del mondo contemporaneo

, psicanalista affermato, ha il merito di aver riportato in Italia il pensiero del francese Jacques Lacan, anche lui psicanalista, e di aver studiato profondamente la cultura e la società del nostro paese dopo la stagione del postmoderno. Dopo il Novecento delle ideologie e delle utopie, e dopo gli anni del postmoderno, Recalcati ha analizzato il profilo del cosiddetto uomo ipermoderno, l'uomo “senza inconscio”. L'uomo che ha soppresso la Legge (e il Padre), senza aver saputo creare una alternativa credibile. È l'uomo in balìa di un ritorno della propria libido su sé stessa. Fare dell'io dio, questo è il cuore dell'Ipermoderno, direbbe Recalcati. Più di altri con i suoi scritti, negli ultimi anni, ci ha aiutato a decifrare “l'inverno del nostro scontento”, quello provocato in noi dagli eventi dell'ultimo ventennio come quelli della grande crisi finanziaria, della pandemia e soprattutto della guerra. Recalcati possiede il dono di esprimersi con estrema chiarezza. Ama ricordare che fu bocciato in seconda elementare perché giudicato incapace di apprendere. Pertanto quando parla, cercando di insegnare qualcosa, «è sempre a lui che mi rivolgo, al bambino idiota che sono stato. È per lui che riduco, sminuzzo, – mastico le cose sino all'osso. Nelle persone alle quali mi rivolgo mentre insegno, cerco sempre il volto annoiato e un po' ebete del bambino che sono stato. Io parlo a lui che è il mio testimone. Distillo le parole, ripeto lo stesso concetto in forme leggermente differenziate, ci giro attorno, lo spremo come fosse un limone per provare a estrarne tutto il succo».

Se vogliamo un distillato, o dei distillati, del pensiero di Recalcati dobbiamo confrontarci con il suo acuto volume A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo. Con la sua chiarezza ha provato a leggere le dinamiche sociali e politiche degli ultimi vent'anni con la lente della psicoanalisi senza abusare della sua strumentazione clinica. Anche le analisi dedicate ad alcune figure che hanno caratterizzato gli ultimi vent'anni di vita politica nazionale e internazionale – da Silvio Berlusconi a Beppe Grillo, da Matteo Renzi a Sergio Mattarella, da Donald Trump a Vladimir Putin – «non sono finalizzate a formulare diagnosi psicopatologiche, ma a rendere queste figure delle cifre simboliche del nostro tempo, incarnazioni di una tendenza più generale, di un movimento d'insieme più largo che trascende le loro individualità».

Massimo Recalcati, A pugni chiusi Psicoanalisi del mondo contemporaneoBuona parte del libro si concentra sull'interpretazione della nostra vita sociale, su alcuni grandi temi sui quali ha scritto diffusamente: l'evaporazione del padre, la crisi generalizzata del discorso educativo, il disagio dei genitori e dei loro figli, la trasformazione della famiglia, il grande problema del “fine vita”, le nuove dipendenze patologiche, il ricorso alla violenza, l'iperconnessione come alienazione, i miti ipermoderni del successo individuale e del godimento immediato, il rifiuto neolibertino del senso della Legge e altri ancora che offrono un ritratto composito della nostra Civiltà. Ne ricava un quadro Da questo quadro si deduce come il nostro tempo sia contraddistinto da un'angoscia inedita: «per un verso il dominio della tecnica ha consacrato l'uomo come padrone della Terra, per un altro verso questa padronanza si rivela come potenzialmente minacciosa per la vita stessa dell'uomo, oltre che per il mondo intero». Si configura dunque una nuova forma di malessere collettivo: «mentre per Freud il disagio dell'uomo scaturiva dall'inconciliabilità tra il programma della pulsione – spinta al soddisfacimento immediato – e quello della Civiltà – differimento del soddisfacimento immediato –, oggi il programma della pulsione sembra essersi imposto su quello della Civiltà». Non è più la Civiltà a contenere la spinta distruttiva e autodistruttiva della pulsione, «ma è questa stessa spinta che sembra dettare legge». Se per Freud, infatti, il conflitto al cuore del disagio dell'uomo scaturiva dalla contrapposizione dell'istanza trasgressiva del desiderio con quella normativa della Legge, oggi le cose appaiono in modo molto diverso. Da un lato osserviamo innanzitutto «un vuoto di Legge – una sua evaporazione – e, dall'altro lato, il tentativo disperato di restaurare il volto patriarcale della Legge».

Tra i temi affrontati da Recalcati vi è quello della necessità della presenza dell'Altro e della . Senza l'Altro – sottolinea Recalcati – «non c'è salvezza, senza legame con l'Altro non c'è possibilità di vita umana». «Nessuno si salva da solo», disse papa Francesco in una piazza San Pietro deserta e battuta dalla pioggia nei giorni più tragici dell'epidemia del Covid. La salvezza dell'uno «dipende dai comportamenti dell'altro e viceversa. È un motivo che il testo biblico ricorda in più luoghi, per esempio nell'Ecclesiaste quando si legge: “Guai a chi è solo e cade senza che abbia qualcuno che lo rialzi”». Il virus del Covid ci ha spinti a rivedere il nostro concetto di . Siamo stati abituati «a ritenere che la libertà fosse una proprietà dell'individualità, che fosse la manifestazione esclusiva di un Io incapsulato su sé stesso, che ogni limite alla libertà fosse un attentato alla nostra dignità. In questo modo il nostro tempo ha perduto di vista il nesso che lega la libertà alla comunità. La pulsione neolibertina ignora, infatti, l'esistenza della comunità definendo come unica forma possibile della Legge il diritto alla sua illimitata affermazione». Si tratta – dal punto di vista psicoevolutivo – di una concezione solo puberale della libertà, perché nella sua rigida opposizione alla comunità la libertà perde ogni legame con la responsabilità.

La libertà senza responsabilità – altro tema affrontato da Recalcati – rigetta ogni limite interpretandolo come un sopruso o un abuso di potere. Come nell'adolescenza patologica «il limite viene infatti costantemente violato perché espressione di un mondo senza vita. Il discorso educativo contemporaneo è travolto da questo inno sconsiderato della libertà, che coincide con la volontà anarcoide di fare quel che si vuole senza rendere conto a nessuno. Diversamente, l'esperienza della quarantena ci ha insegnato che esiste un altro volto della libertà». Durante il lockdown oggettivamente non era in gioco una repressione brutale dei nostri diritti o come qualcuno ci ha fatto credere il pericolo di una svolta totalitaria che avrebbe messo a rischio la nostra democrazia, «ma un'esperienza etica inedita della libertà. Non la libertà come liberazione dall'oppressione del limite, come emancipazione della vita individuale dalla comunità, ma la libertà come fondamento della vita sociale, come solidarietà e come fratellanza. Se per un verso il mio simile è colui che mi deruba della mia libertà e dei miei privilegi assoluti, è colui che attenta alla mia vita e pertanto è una minaccia mortale per la mia vita che deve essere soppressa, come insegna tragicamente il gesto di Caino, per un altro verso, se nessuno si salva da solo, il mio simile è colui che mi può trarre fuori dal baratro, accompagnare la mia vita, sostenerla se cade, condividere un'eguaglianza fatta di differenze».

Altro spunto proposto da Recalcati distinguere l'essenziale per la nostra vita dall'inessenziale. In tanti lamentiamo «una perpetua insoddisfazione e una perdita verticale del senso». Nella – anch'essa investita dall'ideologia iperattivistica – sembrano aver valore e senso solo ciò che è produttivo o ornato da una logica imprenditoriale. Diventa sempre più difficile pensare alla scuola come alla possibilità di un tempo non colonizzato dalla necessità produttiva. Invece dovrebbe essere proprio la scuola «a preservare la possibilità di un tempo fecondo a partire dalla sua improduttività. Dedicare un pomeriggio alla lettura di una poesia, considerato dal punto di vista economicistico, appare uno spreco di tempo. È quello che un noto imprenditore rimprovera continuamente ai nostri giovani: lo studio non è affatto necessario al lavoro». Eppure, è proprio da questo uso improduttivo del tempo – di cui la scuola dovrebbe essere custode – che potremmo trarre una lezione fondamentale: «la formazione non deve essere una palestra piegata alla logica del successo individuale, a una gara di tutti contro tutti, ma un tempo dove si impara collettivamente a dare un senso singolare alla propria esistenza».

La battaglia per lo è una battaglia di Civiltà dal respiro ampio. Recalcati ne è convinto sottolineando che non dovrebbe riflettere un colore politico. Per questa ragione «i numeri non dovrebbero essere tutto. I partiti che la ritengono giusta dovrebbero mantenere il loro sguardo alto. In gioco non è un semplice guadagno elettorale, ma il senso stesso del mondo». Il legame familiare è un esempio significativo di giusta cittadinanza. Non si diventa padri o madri – spiega Recalcati – perché si genera biologicamente una vita. «La vita del figlio è tale solo se viene simbolicamente adottata al di là del sangue e della stirpe. C'è genitorialità solo se ci assumiamo la responsabilità illimitata che il prendersi cura della vita di un figlio comporta. Questa nozione di responsabilità non è mai un fatto di sangue, ma implica un consenso, un atto, una decisione simbolica». Allo stesso modo lo Stato ha il dovere etico di adottare – di riconoscere come suoi figli – «coloro che non solo e non tanto nascono nel suo territorio, ma si riconoscono come parte integrante di quello Stato contribuendo alla sua vita. Diversamente, l'idea che la cittadinanza sia un diritto vincolato al sangue è un'idea fondamentale del Mein Kampf di Hitler. L'origine del razzismo e di ogni genere di fanatismo ha sempre come fondamento l'ideale della purezza etnica, che esclude il pluralismo».

Sulla paura dello straniero che incentiva «l'edificazione di una versione dell'identità fobica, refrattaria allo scambio, iperdifensiva», Recalcati si sofferma diffusamente. I confini diventano muraglie, «cessano di essere porosi, acquistano la consistenza del cemento armato. In un tempo dominato dal panico sociale generato dalla durezza della crisi economica, dal carattere anarchico e inarrestabile dei flussi migratori e dalla follia terrorista, la solidificazione dell'identità tende a configurarsi come una reazione giustificata alla minaccia incombente». I rigurgiti nazionalisti, etnici, populisti, sovranisti che caratterizzano la scena politica non solo nazionale ma internazionale da anni cavalcano questi tesi. Ma la vita della città senza contaminazione «è destinata all'imbarbarimento esaltato della setta, alla psicologia totalitaria delle masse». La partita dell'integrazione è il più grande antidoto a ogni forma di violenza, compresa quella del terrorismo. In questo mondo nuovo attraversato dall'esperienza inevitabile della contaminazione, del cosmopolitismo, dello scambio, della flessibilità dei confini, la nozione di cittadinanza deve essere rivista. La battaglia politica e culturale dello Ius soli potrebbe diventare un esempio significativo. Alla tentazione della chiusura e del barricamento identitario vincolato al sangue e al particolarismo dell'etnia – «che sono, in realtà, la faccia speculare della globalizzazione universalistica – si può rispondere ponendo con forza il tema della rifondazione positiva del senso di appartenenza alla vita della città. La psicoanalisi lo verifica quotidianamente nella sua pratica clinica: l'integrazione cura la dissociazione; l'esperienza del riconoscimento cura l'odio; la condivisione cura il senso di segregazione».
Antonio Salvati

Massimo Recalcati
A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo
Feltrinelli, 2023
pagine  400
€ 10

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