Massimo Zompa: della casa, dell’abitare e dei clienti.

Immagine di una realizzazione di Massimo Zompa foto concessa dall’autore
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Abitare, essere a casa, avere casa: l’elenco potrebbe continuare. Tante espressioni, verbi e parole ci riportano ad un luogo reale o metaforico che ci ha conquistato quando siamo divenuti stanziali e abbiamo iniziato a prenderci cura del nostro spazio di vita. La nostra esistenza è del tutto cambiata e ci ha guidato fino all’esperienza più recente della pandemia. La casa è stata per alcuni un rifugio confortevole, una sorta di luogo protetto dove staccarsi dal “pericolo”, dall’esterno e così via; per altri può essere stata una prigione o un luogo in cui le difficoltà si sono accentuate. Il lavoro da casa è stato un’esperienza inedita per tante persone e anche la pratica scolastica si è trasferita lungo le impervie vie della didattica a distanza.

Nel nostro linguaggio esistono, non a caso, anche gli arresti domiciliari che indicano nella casa un possibile luogo di restrizione delle libertà. Insomma, abbiamo tante cose da rivedere e ripensare. Siamo, come si dice da sempre, animali sociali che hanno costruito città e luoghi di condivisione e che oggi, lungo nuovi percorsi, parlano di connessioni. L’esperienza più recente, le problematiche legate ai mutamenti climatici e, probabilmente, la stessa demografia ci inducono a ripensare la casa, le città e gli spazi da condividere. Senza ricostruire il lungo cammino che ci lega all’idea di proprietà, delimitazione e confini, secondo molte tesi all’origine della diseguaglianza, non possiamo rifugiarci neanche in qualche vecchio mito come quello del “buon selvaggio”. Usando un’altra espressione, potremmo dire che non si tratta di volgere la testa al passato, ma di progettare un futuro sostenibile e capace di allargare il campo delle opportunità per tutti.

Il discorso è ovviamente complesso e ci chiede una grande attenzione perché la quantità di fattori che entrano in gioco è enorme e ci pone in relazione ad una sfida della complessità. Edgard Morin ha sintetizzato, in un’intervista al Corriere della Sera (Nuccio Ordine, 19 agosto 2022), la sfida che ci attende:

Questo è il cuore della crisi e la crisi è nel cuore dell’umanità. Non dobbiamo più opporre l’universale alla patria. Ma legare le nostre patrie (familiari, regionali, europee…) e integrarle con la nostra unica patria terrestre”.

Il nostro “abitare”, in senso geografico o in senso lato, deve saper integrarsi con i mutamenti e le transizioni che dobbiamo affrontare.

Massimo Zompa – dopo una lunga discussione passata per la definizione di architetto, interior design, arredatore e così via, abbiamo concordato per presentarlo come “decoratore di interni” – ha accumulato negli anni una lunga esperienza nella realizzazione di case per una committenza composita e spesso con notevoli disponibilità economiche ed intellettuali. Definire lo spazio di una casa, significa anche stabilire un contatto con chi la dovrà vivere e provare a pensare uno spazio partendo da esigenze chiare e precise. Lavorare in questo campo significa anche scoprire il peso che ha, a tutti i livelli, la voglia di emulare o la comunicazione pubblicitaria. Con Massimo Zompa abbiamo parlato di pregiudizi, di spazio, di esperienze e del bisogno di socialità.

Nel suo cammino lei ha lavorato con attori, imprenditori, politici e uomini dello spettacolo, non solo entrando nelle loro case ma, in maniera più forte ed evidente, pensando e ideando le loro case. Un lavoro che va oltre la semplice idea di decoratore d’interni. Come definirebbe il suo lavoro e in che cosa esso consiste davvero?

Non tutti i clienti anche se sono imprenditori o artisti hanno la possibilità di condividere le loro necessità con chi lavora per loro. Nel mio caso con alcuni c’è stata una possibilità di scambio e, avendo questa possibilità, ho potuto farmi ascoltare e ascoltare il cliente stesso. Fornisco un servizio e devo stare ad ascoltare le necessità del cliente per poter proporre il meglio. Metto a sua disposizione la mia sapienza nella materia, ma si sceglie solo condividendo quello che il cliente vorrebbe realizzare. Per fare questo lavoro, la cosa fondamentale è non avere pregiudizi; bisogna ascoltare senza pregiudizi da una parte e dall’altra. Non c’è mai la soluzione migliore in senso assoluto; c’è quello che serve per vivere meglio.

Per offrire ai nostri lettori dei punti di riferimento per collocare la sua attività e le sue realizzazioni, può raccontarci qualcosa della sua storia, della sua formazione e così via.

Immagine di una realizzazione di Massimo Zompa Foto concessa dall’autore
Immagine di una realizzazione di Massimo Zompa. Foto concessa dall’autore

A diciannove anni parto da Marina di Massa perché mi dimentico di fare il rinvio militare e vado a Casale Monferrato. A Roma, dopo aver finito il servizio militare, trovo lavoro casualmente in uno studio di arredamento al centro. Lo studio Mantovani allora faceva interventi importanti; io però rispondevo semplicemente al telefono. Ho avuto, comunque, l’opportunità di imparare tanto. Dopo quattro anni disegno un tavolo che mi fanno realizzare e che venderanno molto bene. Poi decido di andare a Londra per imparare l’inglese e lavorare con l’architetto John Stephanidis, un greco trapiantato a Londra, che aveva delle attività fantastiche e importantissime. In realtà con lui non avrò mai modo di lavorare; ho, in compenso, la possibilità di conoscere artisti importanti – ad esempio David Hockney – che mi aiutano a coltivare il gusto della bellezza. Lavoravo in un ristorante pachistano di notte, ma andavo a fare colazione all’Albergo Savoy perché ero affascinato dal rito della colazione e dalla cura per i dettagli. Tornato a Roma, ho avuto poi l’opportunità di aprire un negozio di antiquariato in centro. Questa attività mi rese visibile sempre più nell’ambiente che è legato anche all’arredamento. Diedi un valore importantissimo alla vetrina perché univo oggetti e mobili disegnati da me con quelli antichi: si vedeva tutto, come stando dentro ad una casa, come se lo spazio allestito fosse una stanza accogliente. E questa disposizione invogliava la gente ad entrare e a vivere lo spazio come una casa. Da lì è iniziato il mio cammino con Valentino e con Karl Lagerfeld, le sorelle Fendi e così via. Arrivai anche al cinema con Mauro Bolognini che mi fece fare un film come set-designer e poi con altri registi. In quegli anni ho imparato quanto potesse essere facile lavorare nel cinema, almeno dal mio punto di vista, perché c’è una grande organizzazione che ti mette a disposizione tutto quello che chiedi e ti permette di realizzare quello che immagini.
Una cosa interessante mi è successa dopo aver curato la casa di Karl Lagerfeld a Roma. Mi chiesero di allestire palazzo Venezia; il piano nobile veniva utilizzato per la prima per un ricevimento relativo all’uscita del profumo Fendi e poi per un grande pranzo finale. Mi chiesero di occuparmi dell’arredamento e, quindi, ho disegnato candelieri da tavolo e da terra, tovaglie, tavoli, lo spazio per l’orchestra; ho curato le luci in modo da creare una particolare atmosfera. L’esperienza accumulata al cinema mi fu di grande aiuto. Un’altra bella esperienza l’ho vissuta quando, nel 1985, fui chiamato da Piero Tosi, (premio Oscar per i costumi) per collaborare all’allestimento della prima mostra, a palazzo Strozzi, sulla storia di Salvatore Ferragamo. La mostra divenne poi itinerante, spostandosi nei più importanti musei del mondo e fermandosi infine a Firenze nel museo Ferragamo allestito per l’occasione.

Lei è partito, se ho ben capito, da sue esperienze personali nell’arredamento per giungere poi alla gestione di un negozio di antiquariato ed arredamento nel centro di Roma che è diventata l’occasione per lavorare nel cinema. Il suo rapporto è stato sempre con oggetti d’arte e materiali di pregio anche dal punto di vista artigianale. Nelle sue progettazioni lei ha però, a parte la relazione con gli oggetti e con la loro bellezza e qualità, creato un approccio basato sul racconto e sulla interpretazione delle esigenze delle persone che a lei si rivolgono. Oserei dire una relazione psicologica. Quale iter è alla base del suo lavoro?

Per poter essere utile nel mio lavoro e per facilitare la realizzazione dei desideri del cliente devo riuscire a pensare quello che potrebbe servirgli e che non è venuto in mente a lui. Avevo predisposto un questionario attraverso il quale si potessero desumere tutte le abitudini della casa che andavamo a realizzare. Ho lavorato con una clientela facoltosa e che aveva le necessità di usare la casa anche come “rappresentanza” e si doveva, quindi, curare tutto nel dettaglio. Bisogna mettere a loro agio i clienti e comprendere la qualità di vita che hanno sempre avuto.  Non c’è necessariamente da spendere una follia; è importante comprendere le esigenze di vita di chi poi abita la casa o anticipare bisogni che poi verranno. Può sembrare strano: ma è necessario capire, ad esempio, la quantità di vestiti e accessori per progettare un comodo spazio per riporli e così via. La cura è, insomma, diretta anche a  questi piccoli dettagli che rendono la casa davvero a misura di chi la vive. Dove posate le chiavi quando rientrate a casa? E la giacca? Tali aspetti riguardano anche i costi, ovviamente.

Immagine di una realizzazione di Massimo Zompa. Foto concessa dall’autore
Immagine di una realizzazione di Massimo Zompa. Foto concessa dall’autore

Come è cambiata, a suo parere, l’idea dell’abitare e che rapporto si instaura tra la personalità di chi la chiama ad intervenire e gli spazi e gli oggetti?

Le persone si dividono in non so quante tipologie. Di base direi che ci sono quelli che hanno visto la casa di chi secondo loro è influente e vogliono ripetere quello che hanno visto. La vogliono uguale, ma non troppo uguale. Questo accade a tutti i livelli e la pubblicità, i giornali influenzano tutti. Alcuni non sanno apprezzare quello che hanno. La casa esprime il suo calore anche in piccoli dettagli che possono non piacere, ma la rendono vissuta, la rendono nostra, la rendono davvero abitata con le nostre emozioni. Nel mio ruolo non desidero imporre un certo mobile se il committente non lo vuole; posso consigliarlo e capire che cosa è importante che lui mantenga di quello che già ha: delle vecchie tende si possono rimettere a posto, non perché sono particolarmente belle, ma perché gli appartengono. Alcune delle persone per le quali ho lavorato non vengono da iniziali posizioni di benessere e allora vogliono tutto nuovo, vogliono allontanarsi da ciò che erano. La televisione e le case viste nelle riviste condizionano tutti a prescindere dal reddito o dal gusto. Il mio lavoro consiste, alla fin fine, nel creare un’atmosfera nella quale le persone che vivono la casa possano riconoscersi.

Ci può raccontare qualche aneddoto del suo lavoro e della sua storia?

Ho conosciuto e ho lavorato con tanti personaggi della politica, del cinema e dello spettacolo. Ricordo l’incontro con Federico Fellini, con Paolo Villaggio, con Fabrizio Frizzi, con Carlo Verdone. Ho curato per alcuni di loro uno spazio intimo come la casa e non mi va di raccontare queste esperienze perché avrei l’impressione di violare un’intimità.

A suo parere che cosa è cambiato con la Covid nella visione della casa e della sua organizzazione? E l’esperienza pandemica ci costringe a rivedere il nostro rapporto fra il dentro e il fuori?

Mi trovo leggermente impreparato su questo argomento; in generale vorrei, ad esempio, dire che non sono un patito della domotica e non mi piace l’idea di una casa in cui comando tutto con un gesto. Ho visto stendere chilometri di cavi per avere poi degli interruttori che ti costringono a ricordare movimenti che non memorizzi. Ho dovuto montare televisioni a filo nelle docce e accanto allo specchio del lavabo, elementi superflui ma di grande prestigio. Apprezzo di più chi si innamora di un oggetto che ha una sua peculiarità.
Per quello che riguarda il rapporto Covid/casa mi è venuto in mente che a vincere, in questo caso, sono stati i telefonini e i social; hanno vinto i produttori di telefoni e di tutte queste cose che prima usavamo meno. Quando parliamo di rapporto con la casa, ci riferiamo specialmente a delle persone della mia età perché quelle più giovani spesso non hanno sufficiente disponibilità per farsi una casa o per migliorarla. Insomma chi voleva ricevere per far vedere la propria casa, non poteva farlo: non si poteva entrare; chi non aveva questa esigenza non poteva, all’inverso, uscire e incontrare altri. In un modo o nell’altro il vero problema era l’impossibilità dell’incontro, dei rapporti, dei contatti e vincevano i mezzi tecnologici. Non mi pare che nel mio lavoro sia cambiato molto: la vera esigenza è la socialità, vedere gli altri, stare con gli altri.

Per chiudere le chiedo se nel suo lavoro lo sforzo di progettare qualcosa di bello o attraente, si sposa davvero con le attese di una clientela che, come lei ha raccontato, vede nella casa un segno del proprio potere economico.

Le rispondo raccontandole una piccola storia che è molto esemplificativa in relazione alla sua domanda. Fui chiamato da un giovane russo, molto ricco, che aveva comprato una bellissima casa con piscina e veduta, in una delle zone più belle della Sardegna. In effetti, a parte ogni considerazione e giudizio, questi ricchi fanno lavorare quelli come me e possono permettersi di comprare o vendere intere collezioni di oggetti. Questo signore mi disse come voleva la casa; io gli feci vedere attraverso i disegni che cosa avrei realizzato. I lavori furono eseguiti in un tempo brevissimo per rispettare le sue scadenze e il suo budget. Pensavo che l’aspetto più qualificante del progetto era stato quello di inserire la casa nel contesto della Sardegna ed esaltare la veduta con una gigantesca vetrata che consentiva la vista di un panorama mozzafiato. Alcuni mesi dopo, sono ritornato nella casa per un controllo e ho trovato una televisione gigantesca, come non avevo mai visto prima, che copriva completamente la pur immensa vetrata. A lui non importava nulla del panorama o della bellezza della Sardegna; per lui era importante avere una casa in un luogo così, per poter testimoniare di essere potente. Era un uomo emerso dalle difficoltà, e voleva che tutti lo guardassero per quello che era diventato. In effetti, non voleva guardare fuori verso il mare, ma voleva che lo guardassero.

Antonio Fresa

 

 

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