MasterChef, la ricetta perfetta

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Prendete un format nuovo, due chef pluristellati e un imprenditore italo-americano, affascinanti e ben vestiti.  Condite con diciotto talentuosi concorrenti che aspirano a diventare grandi cuochi. Terminate il tutto con un linguaggio fresco, diretto (anche troppo), et voilà, MasterChef Italia è servito.
Incoronare il nuovo chef non professionista non è la fortuna di questo talent culinario; è nella suspense, nei giochi di sguardi, nella comunicazione non verbale ciò che tiene lo spettatore incollato al televisore.
Sembra una barzelletta, il vicentino, il bolognese e l’americano, ma è il mix perfetto. Sono l’eccellente connubio di tre modi diversi di vedere la cucina.

Quando partì nel 2011 la prima stagione, i sedicenti temutissimi giudici, in realtà, sembravano più intimoriti dei concorrenti;  Cracco addirittura giudicava i piatti, risparmiando i suoi inquietanti silenzi, Barbieri utilizzava termini del vocabolario italiano (e non bolognese), Bastianich non lasciava nemmeno le briciole. Già dai casting della seconda stagione e dal tormentone del giudice italo-americano “ma vuoi che muoro?”, ci accorgiamo che l’italiano non sarà il fiore all’occhiello del programma e che la musica è cambiata.

La macchina da presa è sempre lì ad anticiparci l’eliminato della puntata, riprendendo il momento esatto dell’errore, del troppo sale nella salsa, del tempo sbagliato di cottura. Quello che infatti abbiamo imparato durante le quattro edizioni è che la lingua di maiale con crema di albicocca è l’apoteosi del sapore, ma il pollo crudo ti manda a casa.
La comunicazione è il punto forte perché, in effetti, non esiste. O, per meglio dire, è andata scomparendo nel corso delle stagioni. Paradossalmente parlando, MasterChef al momento è la trasmissione Sky con la più alta percentuale di share, il sesto programma più visto dagli italiani su tutte le reti, digitali e non. Il montaggio predilige lunghe sequenze di inquadrature apparentemente mute, in cui i veri protagonisti sono gli sguardi spaventati dei concorrenti, consci del fatto che il loro destino è nel piatto che hanno davanti.  E questo i giudici lo sanno, mettendo in atto  scene di sadismo tali da indurre lo spettatore a chiedersi se non stia guardando Saw l’Enigmista.
C’è da ricordare però il deludente finale della terza stagione: la regia, decidendo di puntare sulla diretta, ha sopravvalutato le capacità dei giudici, che, abituati al montaggio della post-produzione, non sono stati in grado di reggere la pressione del live, dando luogo a imbarazzanti e lunghi silenzi, gaffe e deludenti errori organizzativi. Non a caso, anche il vicepresidente di MasterChef ha dichiarato che il linguaggio della diretta non concilia con quello del montato, ammettendo di aver imparato la lezione.

Anche se alcuni dei partecipanti hanno trovato posto in vari show culinari, non ci ricorderemo mai chi sono stati i vincitori delle diverse edizioni che, per la precisione, hanno vinto centomila euro in gettoni d’oro e la possibilità di pubblicare il proprio libro di ricette.
Aspettiamo con ansia la prima tv solo per vedere dopo quanti minuti chef Barbieri definirà “mappazzone”  o “boazza”  un piatto che tutti noi probabilmente spazzoleremmo in tre secondi netti.
Non c’è bisogno di rivisitare una ricetta che è già perfetta, dove ogni singolo elemento è studiato per esaltare il prodotto finale, divertente, edificante, cinico e leggero allo stesso tempo. Preferiamo magari vedere il dramma di una pasta scotta piuttosto che le tragedie articolate ad arte dei soliti talk-show domenicali.

Michela Bonamici

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