Mercurio di Amelie Nothomb

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Un personaggio saltato fuori da un film di Tim Burton, ecco l’impressione che fa Amelie Nothomb, sbarcata a Milano per presentare il suo ultimo libro “Primo sangue” dedicato al padre mancato pochi anni fa e per presenziare alla prima teatrale di “Mercurio” tratto da un suo libro con la regia di Corrado d’Elia.

Una scrittrice originale quanto lo sono le storie nei suoi libri tanto che non posso esimermi da farle una domanda su quale sia il suo sentimento nei confronti della trasposizione teatrale o cinematografica delle sue opere, se li senta come una sua creazione o se piuttosto riconosca loro una alterità rispetto ai testi che lei ha scritto e da cui sono tratti. Amelie Nothomb ha un sorriso da furetto mentre si appresta a rispondere, forse anche un po’ sorpresa dallo scoprire quando è seguita in Italia e mi da una risposta che trasmette molto bene  i suoi sentimenti: mentre i suoi libri sono come dei figli, i film e pièce teatrali che ne derivano sono dei nipoti nei confronti dei quali ha sentimenti da nonna. Quando le viene chiesto di usare un suo testo è sempre diffidente ha bisogno di capire se la persona che si occuperà del progetto è una persona valida, capace se ne avrà cura, ma poi una volta che si fida allora lascia che suo figlio vada e, a quel punto proprio come una brava nonna, offre la sua opinione solo se richiesta.

Il Mercurio portato sul palco all’apparenza è una favola dark, una bella e la bestia al contrario, una “maschera di ferro” al femminile dove la prigione è dentro la prigioniera. Come molti racconti di Amelie Nothomb anche Mercurio all’apparenza sembra un racconto leggero, ma basta sollevare appena il velo dell’apparenza perché emergano perversioni mentali e accorgersi che nulla in realtà è ciò che sembra.

Gianni Quillico in Mercurio
Gianni Quillico in Mercurio. Foto Angelo Redaelli

In un isola vivono appartati dal mondo un vecchio capitano e la sua pupilla Hezel che l’uomo pare abbia salvato da un incendio durante il quale la giovane è rimasta sfigurata. La ragazza vive isolata in un luogo dove le è preclusa la possibilità di vedere riflessa la propria immagine perché questo la distruggerebbe, una sorta di leggenda di Narciso al contrario. Al fine di curare i disturbi di cui soffre Hazel viene assunta una infermiera, Françoise la quale si pone degli interrogativi sulla storia di Hazel che si lega molto alla donna e diviene ben presto l’unico elemento rilevante delle sue giornate.

L’impianto scenico, le luci e la scelta della musica sono veramente efficaci nel trasmettere al pubblico la sensazione di trovarsi al cospetto di un grande gioco dove le vittime ed i carnefici non sono quello che sembrano in un crescendo di pathos dove ogni personaggio può essere tutto e il contrario di tutto. Le scene si succedono rapide in un veloce alternarsi di giorno e notte, la musica è ripetitiva al punto di essere ossessiva, poco cambia da un giorno all’altro se non piccoli dettagli mentre spiriti sussurrano sospetti alle orecchie di Françoise e le sue domande e le sue ricerche fanno nascere nuovi interrogativi piuttosto che offrire risposte. Hazel è la principessa del castello o la prigioniera del carcere? Il capitano è altruista benefattore o maniaco predatore e l’infermiera ha solo intenzioni altruistiche o fa anche lei parte del gioco?

Molto brava l’attrice Chiara Salvucci nella parte di Hazel, costretta a recitare con una maschera deve delegare all’espressività del suo corpo e della sua voce quello che il volto non può esprimere riuscendoci egregiamente, sarebbe una perfetta interprete di Helen Keller in Anna dei miracoli. Le storie di Amelie Nothomb sono così incredibili che vale la pena non dire una parola sul finale, del resto la vita stessa di questa scrittrice è a tratti incredibile: il padre era console del Belgio in Congo quando venne sequestrato insieme a 1.400 connazionali e sarebbe dovuto essere fucilato con loro, ma iniziò ad intavolare un dialogo continuo con i sequestratori raccontando loro storie dall’alba al tramonto e trasformandosi in una Sharazade da “Le mille e una notte“, liberato dopo quattro mesi decise di celebrare la vita con un terzo figlio e fu così che nacque Amelie Nothomb. Quanto ci sia di vero nella venuta al mondo della Nothomb e quanto invece più prosaicamente sia stato l’intervento economico del Belgio a favorire la liberazione degli ostaggi da parte di una popolazione incattivita per la brutale colonizzazione belga in Congo non è dato sapere, ma Amelie Nothomb è sicuramente un’ottima affabulatrice.
Quando si ama veramente qualcuno non ci si può impedire di fargli del male” (da Mercurio di Amelie Nothomb)
Adelaide Cacace

Teatro Litta MTM – Milano
Mercurio
fino al 20 Marzo 2022
durata 70 minuti

da Mercurio di Amélie Nothomb
progetto e regia di Corrado d’Elia
con Chiara Salvucci, Giovanna Rossi e Gianni Quillico
assistente alla regia Luca Ligato
scenografia Giovanna Angeli
costumi Stefania Di Martino
tecnico luci Christian Laface
tecnico audio Gabriele Copes
produzione Compagnia Corrado d’Elia

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