Messico. 43. #misonostancatobasta.

Messico bandiera
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Un giorno sarà il caso di parlare di quella parte del Messico che mostra le sue eredità artistiche, un patrimonio culturale invidiabile e paesaggi all’interno e sulla costa che lascerebbe chiunque con il fiato sospeso. Ma adesso  faremmo un gravissimo torto nei confronti di chi, in condizioni spesso disperate, deve difendersi dalla violenza di ogni genere per sopravvivere.
Il 12 giugno scorso il presidente della Repubblica Peña Nieto è stato ricevuto a Bruxelles dai presidenti di Consiglio europeo e Commissione, Donald Tusk e Jean-Claude Juncker, e sarà uno degli invitati del Presidente Hollande alla festa del 14 luglio, festa della Rivoluzione e che ci ricorda dell’uguaglianza, della fratellanza e e della libertà.
Nessuno ha fatto alcunché per contrastarlo, nemmeno dopo che il Consiglio dei ministri Ue degli Affari esteri  ha approvato la Relazione 2014 sulle violazioni delle libertà civili secondo la quale in Messico vige «un sistema giudiziario criminale, che include impunità, tortura, detenzione arbitraria, giustizia militare, mancanza di diritti durante i processi e di indipendenza della magistratura. […] violenza causata da discriminazioni di genere, minacce contro i difensori dei diritti umani e giornalisti, e necessità di dare maggiori diritti alle minoranze più vulnerabili, in particolare gli indigeni e i migranti» [1]. Ma visto che il Messico investe 145 miliardi di dollari e cioè il 40% del totale degli investimenti stranieri, gli interessi economici prima di tutto. E poi è troppo distante dai confini europei per crearci “problemi” con l’arrivo di migranti che fuggono dalla violenza sistematica e dalla miseria. Il 23% delle famiglie vive con meno di 10.000 dollari all’anno e oltre il 40% della popolazione è sotto il livello della povertà.

Proprio quegli interessi che molti dei partiti al potere e all’opposizione hanno deciso di perseguire all’interno di un’organizzazione statale frutto di una miscela che esplode in continuazione. Una miscela fatta di una politica economica neo-liberista in particolare dal 1994 quando l’ex presidente Salinas de Gortari portò il Messico ad aderire al Nafta, l’area di libero scambio nord-americano e di una scelta guerrafondaia per contrastare il narcotraffico che ha le sue radici negli anni ’70 quando l’allora Presidente USA, Richard Nixon volle combattere militarmente i cartelli della droga ed ebbe l’appoggio totale della presidenza messicana.
Non passa giorno che si proclamino obbiettivi militati assegnando nuove risorse e non passa giorno che l’economia di mercato faccia progressi come le recenti  leggi sull’energia che assegna la priorità allo sfruttamento delle risorse ambientali rispetto all’agricoltura e sull’educazione per avvantaggiare le scuole private che tante proteste hanno generato, di fatto costantemente represse nel sangue.
«La strategia del terrore diffusa in tutto lo stato messicano è frutto della connivenza tra istituzioni locali, cartelli del narcotraffico e forze di polizia con la protezione di un governo centrale che asseconda gli interessi economici delle multinazionali impegnate nell’accaparramento delle risorse energetiche e minerarie del paese» [2].

Secondo l’International Institute for Strategic Studies di Londra, il Messico è il 3° paese con più morti in un conflitto armato dopo Siria ed Iraq.  Tra il 2006 e il 2014 sono 30.000 i desaparecidos (secondo alcune organizzazioni non governative ne sarebbero sparite molte di più) e la guerra del narcotraffico ha provocato 100.000 morti. Secondo la polizia, nel solo mese di aprile di quest’anno, gli omicidi sono stati 1.374 vale a dire 45 al giorno.
È evidente che un tale tasso di omicidi è indicativo di uno Stato assente  o connivente ed è evidente che le sparizioni sono una strategia atta a eliminare ogni forma di dissenso sia essa di singoli individui che di comunità.

Uno degli episodi più atroci è avvenuto il 26 settembre 2014 quando sono scomparsi 43 studenti della scuola normale rurale di Ayotzinapa nella cittadina di Iguala (Stato di Guerrero, lo stesso di Acapulco). Della loro vita non si sa più nulla anche se, dopo un mese dal sequestro, il procuratore generale della Repubblica Jesus Murillo Karam rivelando che il sindaco di Iguala Luis Abarca, legato al cartello Guerrero Unidos, aveva ordinato alla polizia municipale di attaccare gli studenti e consegnarli ai sicari del cartello che li avrebbero bruciati, per lo Stato la questione è chiusa. Non lo è per i familiari che continuano a cercare la verità e per tutti coloro che sono vittime di ogni genere di soprusi.
«Ancora oggi la fine dei 43 studenti è avvolta nel mistero. Anche se pare chiaro il movente della loro sparizione: dare una lezione a quelle scuole dove si formano i futuri maestri rurali che sono considerate una fucina di marxismo in un Paese che ha scelto il liberismo sfrenato. Le ipotesi sul loro destino comunque sono tre: uccisi e sepolti; tenuti prigionieri nelle celle di sicurezza del 27esimo battaglione dell’esercito nei pressi di Iguala; segregati nei campi di papavero a lavorare come schiavi per i narcos. Si tratta di deduzioni plausibili, compresa quella che riguarda l’esercito. Il comportamento dei militari è stato quanto meno sospetto quella notte: non sono intervenuti quando gli studenti furono presi a fucilate dalla polizia municipale ma successivamente e solo per minacciare i sopravvissuti nell’ospedale di Iguala, inoltre non hanno permesso ai loro padri di entrare nella sede, respingendoli con violenza» [3].

In questo contesto, nel mese di giugno, si sono svolte le elezioni di medio termine per eleggere deputati, sindaci e i governatori di 9 stati. In un quadro di totale instabilità e con meno della metà degli 83 milioni di cittadini aventi diritto che ha votato il senso democratico della consultazione di fatto viene a mancare. Se da una parte c’è stata la forza del boicottaggio di tanti movimenti sociali contro un sistema corrotto e colluso, dall’altra molti messicani non hanno nessuna fiducia nei politici e negli amministratori. Le uccisioni non si sono fermate, nemmeno a dirlo, durante la campagna elettorale. In un’ intervista con El País, il governatore dello Stato di Guerrero, Rogelio Ortega  «ha ammesso l’esistenza di infiltrazioni della criminalità organizzata nelle istituzioni. […] ha affermato che i narcotrafficanti hanno finanziato le campagne elettorali fino al giorno in cui si sono accorti che si potevano direttamente candidare. “Se avete paura voi che venite da fuori, immaginatevi noi che viviamo qui tutti i giorni”, ha detto al giornalista spagnolo» [4].

Pasquale Esposito

[1] I contenuti del Rapporto sono riportati in Matteo Miglietta, www.eunews.it, 22 giugno 2015
[2] Silvia Talini, “Né vivi né morti, viaggio tra i fantasmi messicani”, www.coreonline.it, 28 maggio 2015
[3] Roberta Zunini , “Messico, il mistero dei 43 ragazzi scomparsi” espresso.republica.it ,15 giugno 2015
[4] Orsetta Bellani, “Messico, domenica il voto: ucciso il 5° candidato in 4 mesi. 20 i politici trucidati”, www.ilfattoquotidiano.it, 6 giugno 2015

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