Messico. Crimini efferati e illegalità diffusa

Messico bandiera

Sembra non esserci fine alla diffusione della violenza nel paese di Pancho Villa. E non solo in termini di cifre, che crescono drammaticamente, ma anche – e soprattutto – in relazione a un inasprimento della crudeltà nei suoi atti.
Il Procuratore generale della Repubblica, Eduardo Medina Mora, ha esposto cifre impressionanti: al 30 novembre 2008 si contavano 5376 omicidi legati al narco-traffico contro i 2500 di tutto il 2007. Ed è opinione del magistrato che i numeri cresceranno in futuro [1].
La ong olandese – – rivela in uno studio che il ha superato l'Iraq e la Colombia nella triste graduatoria dei sequestri, con 7000 persone. La cifra è anche inferiore alla realtà perché mancano quelli non denunciati e i sequestri lampo a scopo di rapina [2]. Il momento istituzionalmente più drammatico e di maggior impatto di questo clima si è registrato la notte del 15 settembre scorso con l'attentato a , capitale dello stato di Michoácan, dove nel corso della festa per l'indipendenza del Messico sono state lanciate sulla folla due bombe a mano provocando otto morti e centotrentadue feriti.

Per cercare di capire il fenomeno, vale la pena soffermarsi sull'analisi di che offre diversi spunti sulle organizzazione del crimine e sui loro modelli di rappresentazione simbolica spesso raccapriccianti.

A parte le testimonianze sulle mutilazioni, decapitazioni e violenze fisiche, si fa riferimento agli enormi interessi gestiti dal in vari settori dell'economia dall'edilizia al turismo. Secondo Victor Clark Alfaro del centro binazionale dei diritti umani a , gli accordi del libero commercio avrebbero favorito la crescita dell'. Il cartello di Sinaloa, come altri, si è organizzato con modelli relazionali moderni. Per controllare le aree di accesso agli Stati Uniti da Juarez hanno dato in <<franchising l'uso di funzionari corrotti e di tunnel sotto la frontiera dotati di ventilazione, luci e binari, in cambio di tasse e di commissioni dai trafficanti che ottengono i subappalti>>. L'impossibilità di controllare tutto il territorio ha spinto a concedere licenza di gestione e controllo autorizzando tutti i mezzi ed in qualsiasi modalità per la difesa dei propri “interessi”.

Quando si analizza la presa sul territorio della , secondo Julian Cardona, non si possono separare il traffico della droga da quello dell' e dal fenomeno dello sfruttamento del lavoro da parte delle manifatturiere che producono per le grandi aziende internazionali. Le donne impiegate con ritmi e condizioni disumane e gli uomini a libro paga delle organizzazioni malavitose.

Dura è l'interpretazione data dal giornalista Alvarez che spiega come lo strapotere delle organizzazioni del sia dovuto alla perdita di <<rapporti diplomatici>> tra queste ultime e il governo che <<vuole controllare il traffico della droga, non distruggerlo: altrimenti dovrebbe rinunciare a uno dei pilastri della posizione del Messico nell'economia globale>> [3].

La risposta del governo di è stata sostanzialmente di tipo militare con l'invio di decine di migliaia di soldati nelle zone, soprattutto di frontiera, a contrastare con le armi gli eserciti dei cartelli. I militari sarebbero anche d'aiuto al tentativo di debellare la diffusa tra le forze dell'ordine. Ma sembrano servire a poco.
Secondo un'opinione diffusa nel paese la presenza sul territorio dell'esercito messicano, l'aumento dei controlli alla frontiera e un calo della domanda di cocaina negli USA, hanno provocato un'inondazione di droga sul mercato interno. I narcos per continuare ad accumulare ricchezze e potere necessitano di <<sorvegliare i politici locali e di tenere alla larga le bande rivali. Per raggiungere il primo obiettivo servono molti soldi, per il secondo molto piombo>> [4].

Il narcotraffico è un pericolo concreto per la sopravvivenza della democrazia in Messico (e non solo) sostiene Ugo Pipitone che sottolinea l'incapacità dei governanti e della classe politica in generale di non riuscire ad affrontare la crisi. Burocrazia inefficiente, scarso controllo sociale delle istituzioni, faziosità e interessi personalistici nei partiti politici impediscono una svolta. <<E così un paese drammaticamente diseguale, con poca capacità di risparmio e affamato di investimenti, è entrato in una spirale pericolosa d'inconsistenza istituzionale, disoccupazione e criminalità organizzata>> [5].

L'andamento dell'economia del paese e soprattutto le enormi disuguaglianza con decine di milioni di poveri sono presupposti che devono essere tenuti ben presenti per spiegare questa guerra e il controllo di intere aree da parte del crimine organizzato. Non è un caso se la mappa della povertà si sovrappone a quella delle zone rurali controllate dal narcotraffico.
In uno studio compiuto due anni fa dal Tribunal Superiore Agrario si leggeva che la povertà è funzionale <<per convincere o minacciare i campesinos e reclutarli quali produttori di droga. Un studio recente [riferito a due anni fa, ndr] calcola che il 30% della superficie coltivabile in Messico è coltivata con marijuana o oppio, estensione che supera di molto quella coltivata a mais>>. E quando non serve più coltivare la marijuana magari perché si coltiva in alcune aree degli Stati Uniti si diventa manovalanza.

Non sono solo i campesinos a trovarsi nella condizione di dover emigrare dopo anni di stenti o cedere alle pressioni dei cartelli. A dicembre il messaggio durante una riunione di vescovi a Veracruz recitava: <‘assenza di una crescita economica che crei posti di lavoro ha provocato la proletarizzazione della classe media messicana, accompagnata da un incontrollabile indebitamento di famiglie intere>>. Nel dicembre in Messico sono stati persi 170.000 posti di lavoro e il tasso di disoccupazione a novembre era arrivato al 4.47% della <<popolazione economicamente attiva, che significa circa 2 milioni di persone>> [6].

Il governo di Calderon continua a non dare risposte valide sia perché il paese continua a tenersi lontano da interventi che possano cambiare le linee di sviluppo in favore di una più equa distribuzione delle risorse pubbliche e private e sia per la totale inadeguatezza delle risposte alla crisi che incide profondamente sul tessuto sociale ed economico.
Nonostante i nove miliardi di dollari restituiti come incentivi fiscali l'imprenditoria che appoggia Calderón e i partiti politici di riferimento continua a non investire in attività produttive. Come pure buona parte delle risorse provenienti dalla vendita di idrocarburi tramite la Pemex non sono servite a far crescere il paese visto che il Messico è il fanalino di coda dell'America latina, la poverissima Haiti compresa, per la crescita economica [7].

La dipendenza strettissima dall'economia americana che assorbe l'80% delle esportazioni, la diminuzione delle rimesse degli emigrati e il calo del prezzo del petrolio stanno facendo rivedere al ribasso le stime per la crescita dell'economia [8] lasciando presagire un periodo ancora più nero e con un bilancio dello Stato sempre più debole per investimenti pubblici.

Il popolo messicano saprà capace di reagire come potrebbero sembrare le candele accese nella piazza di Morelia o la manifestazione di protesta contro la violenza a fine agosto come si chiede Ordaz [9] o come potrebbe accadere con la crescita del Movimento di Liberazione Nazionale che prova a dare unitarietà all'impegno di associazioni, comunità, comitati, sindacati e forze politiche già sostenitori di istanze di giustizia e sviluppo equo e sostenibile? [10].

Pasquale Esposito

[1] “Una mattanza al rialzo”, Il Manifesto, 10 dicembre 2008, pag. 9
[2] Gianni Proiettis, “Messico in guerra –peggio di Colombia e Iraq: con Calderon già 5000 morti”, Il Manifesto, 2 settembre 2008, pag.9
[3] Ed Vulliamy, “La guerra del Messico”, The Observer, nella traduzione di Internazionale, 16 gennaio 2009, pagg. 30-39.
A proposito di simboli buona parte dei malavitosi sono cattolici e mostrano devozione a un santo non ufficiale Jesús Malverde, bandito con un santuario a Sinaloa. Il responsabile delle autopsie legali nel dipartimento di polizia di Tijuana spiega il significato delle mutilazione che caratterizzano gli assassinii di quest'anno.
[4] E' una delle tesi riportate in Pablo Ordaz, “Il Messico contro i Narcos”, El Pais Domingo nella traduzione di Internazionale, 10 ottobre 2008, pag. 43. Nello stesso articolo si riportano i particolari emersi nei giorni successivi all'attentato di Morella e cioè il fatto che il Governatore sapeva di minacce ma non rafforzo la vigilanza e di una telefonata anonima alla squadra in borghese che avrebbe dovuto mischiarsi tra la folla ed invece non si è presentata.
[5] Ugo Pipitone, “Le bombe di Morelia”, Internazionale, 10 ottobre 2008, pag. 45
[6] Stephane Bruno, “Narcoeconomia”, Il Manifesto, 27 dicembre 2008, pag. 11
[7] Jaime Avilés, “Un paese decapitato”, Il Manifesto 2 settembre 2008, pag.9
[8] Per il 2009 il governo a settembre prevedeva una crescita del 3% risultato di un taglio sulla precedente previsione al 4%, in “A slowing Mexican economy”, www.economist.com, 23 settembre 2008; le previsioni fatte a ottobre dalla Economist Intelligence Unit si attestano allo 0,9%, www.economist.com, 22 ottobre 2008
[9] Pablo Ordaz, idem, pag. 46
[10] Marica Di Pierre, “Il Messico ci prova con un Movimento di liberazione nazionale”, www.carta.org, 12 Settembre 2008

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