Messico. Petrolio, tortillas e indigeni dimenticati

Messico bandiera
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I miei personali riflettori mi inducono a cercare di illuminare alcuni temi che sono comuni anche ad altri paesi, ma anche uno, il Messico, che risulta abbandonato e che andrebbe riportato alla luce.
Si tratta, nell’ordine, della privatizzazione della compagnia petrolifera pubblica, della questione alimentare e delle condizioni delle popolazioni indigene finite quasi nel dimenticatoio dopo la caduta di popolarità, e non solo, del subcomandante Marcos.

Il 18 marzo scorso in coincidenza del settantesimo anniversario della nazionalizzazione degli idrocarburi l’opposizione – con a capo Lopez Obrador – portava in piazza, a Città del Messico, la contestazione alla riforma energetica. E il 25 marzo davanti all’assembla informativa della Convención Nacional Democrática ribadiva che non appena il piano sarà presentato inizieranno azioni di <<resistenza civile contro la privatizzazione>> [1].

Attraverso il suo programma liberista, il presidente Felipe Calderón vorrebbe avviare, tra le altre cose, una riforma che preveda il cambiamento dell’articolo 27 della Costituzione per privatizzare la compagnia di Stato Petroleos Mexicanos (Pemex).
Il Messico è il sesto produttore di petrolio al mondo ed il secondo fornitore per gli USA [2] e la Pemex è la terza compagnia al mondo per estrazione di greggio ed <<è tradizionalmente utilizzata come il “porcellino” del governo. Anzi il porcellone, visto che i 100 e rotti miliardi di dollari all’anno che fattura finiscono per la maggior parte nelle casse dello stato e ne finanziano il funzionamento, sprechi e corruzioni comprese>> [3].

Simbolo e strumento dell’indipendenza del Paese, la compagnia rappresenta il 40% delle entrate del magro bilancio statale senza delle quali è difficile pensare al suo mantenimento. Secondo il governo messicano ed alcuni analisti economici la privatizzazione porterebbe capitali e tecnologie per arrestare il declino della produzione del greggio. Un debito elevato e le tasse che Pemex paga non consentirebbero quegli investimenti necessari per sfruttare, ad esempio, i giacimenti nel Golfo del Messico che sono a profondità superiore ai duemila metri o evitare che giacimenti vicini alle acque territoriali degli Stati Uniti vengano sfruttati dal potente vicino [4].
Argomentazioni che non convincono perché la strategicità delle risorse energetiche di per sé e le esigenze di sviluppo del Paese portano a valutare positivamente il controllo pubblico per aiutare la crescita.
Ma non convincono nemmeno le spiegazioni sugli investimenti che Pemex non potrebbe fare perché i suoi versamenti allo Stato sono elevatissimi. Infatti se si pensa che la pressione fiscale in Messico è la più bassa nel mondo – circa il 20% [5] – basterebbe poco per abbassare i versamenti Pemex, consentendo gli investimenti necessari e il miglioramento dei conti dell’azienda. Una strada iniziata a percorre lo scorso anno anche se lentamente e con grandi difficoltà per l’opposizione dei grandi gruppi [6].

Un allargamento delle fonti di entrata dello Stato ed un’espansione delle aree di intervento a sostegno della crescita sono sostenibili a maggior ragione se la sperequazione nei redditi verrà risolta. In un rapporto del 2006 si legge che gli undici cittadini più ricchi detenevano tutte le principali imprese e detenevano attività patrimoniali equivalenti il 5% del Pil messicano. E la distribuzione della ricchezza era al primo punto dei problemi economici da risolvere [7].

Veniamo alla questione alimentare che non è del tutto avulsa dalla precedente.
Il 31 gennaio le organizzazioni contadine, sindacali e sociali hanno organizzato un’imponente manifestazione a Città del Messico per protestare contro l’aggravarsi delle condizioni dei contadini e per i continui aumenti del prezzo del mais, materia prima fondamentale nell’alimentazione messicana.

La richiesta avanzata è quella di rinegoziare il Nafta (Il Trattato di libero scambio fra Messico e Stati Uniti e Canada) che ha imposto il taglio dei dazi doganali su mais, il riso, il latte e i fagioli colpendo duramente il settore agricolo. Sarà difficile pensare ad un governo liberista che riveda il trattato, ma intanto il Ministro per l’Agricoltura ha dovuto sedersi al tavolo e annunciare degli stanziamenti a sostegno[8].
La situazione resta grave perché il Trattato e le sue ultime aperture dal primo gennaio consentono di mettere in concorrenza economie con forze nemmeno lontanamente paragonabili. A proposito del mais Carlos Salazar, rappresentante dei produttori, dichiara «Noi coltiviamo ventisette milioni di ettari; gli Stati uniti, 179 milioni. Le sovvenzioni alla produzione sono di 700 dollari per un contadino messicano, di 21.000 dollari per un agricoltore americano. La resa è di 8,4 tonnellate per ettaro negli Stati uniti, 7,2 tonnellate in Canada, contro 2.5 tonnellate in Messico» [9].
Dall’entrata in vigore del Nafta nel 1994, la quantità di prodotti alimentari è triplicata e rappresenta il 40% dei bisogni del Messico con i prezzi che dipendono dai mercati internazionali con le relative speculazioni e spinte inflattive anche per il sempre più diffuso l’utilizzo di biocombustibili.
Il fabbisogno messicano di mais è di 39 milioni di tonnellate contro una produzione interna di 21 e queste cifre danno l’idea della gravità per i bilanci familiari. E serve a poco la decisione del governo di importare 650 mila tonnellate a prezzi bloccati [10].
A proposito delle speculazioni oramai <<il flusso di denaro che proviene dagli hedge fund è tale da sommergere e alterare, per periodo più o meno lunghi, le tendenze tradizionalmente legate al clima, alle dimensioni del raccolti e alla propensione al consumo>> [11].

Nel frattempo «ogni ora, il Messico importa cibo per 1,5 milioni di dollari e, nel corso di questa stessa ora, trenta contadini messicani emigrano negli Stati uniti» precisa la ricercatrice americana Laura Carlsen [12]. E per il politologo John Saxe-Fernández ci sarebbe un disegno che porta a <<svuotare le campagne messicane, fonte di conflittualità sociale, e rifornire l’economia statunitense di milioni di lavoratori disponibili a lavori sottopagati utili a calmierare il mercato del lavoro di quel paese>> [13].

Quello di cui non si parla da tempo è la situazione delle popolazioni indigene che ricevono sempre meno spazio sui media.
Le violenze nei loro confronti sono continue e la mancanza di visibilità sta aggravando le loro condizioni. Secondo la Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani, organizzazione che si occupa di diritti umani violati in Chiapas, si è verificato <<un notevole aumento delle denunce per aggressione e violazioni dei diritti umani sopportate dalle comunità indigene, soprattutto quelle zapatiste. Abusi di ogni tipo: dalle violenze fisiche alle minacce fino all’eliminazione di alcuni leader. Il tutto sempre unito alla minaccia delle autorità di sottrarre alle comunità indigene le terre coltivabili>> [14]. Con il pretesto che le comunità fiancheggiano i narcotrafficanti o l’Epr (Esercito Popolare Rivoluzionario) si tenta di espropriare terre ricche di risorse e biodiversità. Sembra che dall’arrivo del nuovo presidente le azioni violente dell’esercito e dei gruppi paramilitari sia notevolmente aumentato. Ancora una volta Samuel Ruiz arcivescovo di San Cristobal de las Casas, vicino alle posizioni degli indios del Chiapas ha denunciato quello che stava accadendo [15].
Un esempio? La comunità di Bolon Ajaw subisce le aggressioni dei paramilitari che tentano lo sgombero di terre che dovrebbero servire alla costruzione di un insediamento “eco-turistico” [16].
La resistenza zapatista e con essa la popolarità del subcomandante Marcos ha subito una battuta d’arresto tanto che l’incontro dei popoli indigeni d’America a Vicam dove l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (EZLN), ad ottobre del 2007, ha riunito quasi tutte le popolazioni è stato segnalato solo da qualche giornale locale e da un paio nazionali.

Un rilancio dell’iniziativa sembra previsto nell’estate 2008 quando secondo Marcos, forse nella sua ultima intervista, il suo movimento avrà capito come lottare e con chi dopo il fallimento dell’Altra Campagna [17]. Un’iniziativa che avrebbe dovuto allargare la rappresentanza, non nel senso di organizzazioni partitiche, a tutti gli invisibili generando resistenze e solidarietà per cambiare i rapporti di forza a favore delle popolazioni. E per queste ultime spesso i riflettori sono spenti.

Nel frattempo sembra riorganizzarsi il movimento guerrigliero attraverso l’Ejercito Revolucionario del Pueblo Insurgente intenzionato a difendere il territorio e le sue risorse con le armi [18].
Pasquale Esposito

[1]”Si approfondiscono i dissensi nel Prd”, www.latinoamerica-online.it, 25 marzo 2008;
[2]Diplomazia Economica Italiana, n. 3 18 febbraio 2008, pag. 24
[3] Gianni Proiettis, “Messico, giù le mani dal petrolio”,Il manifesto, 20 marzo 2008 pag. 8
[4]Diplomazia Economica Italiana, n. 3 18 febbraio 2008, pag. 24
[5]“Le tasse nel mondo, un’indagine dell’Economist. Chi paga di più?”, www.ilsole24ore.com , 13 marzo 2008; l’articolo riprende un’elaborazione della rivista Economist su dati forniti dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico
[6] Michele Romano, “La riscossa silenziosa del Messico”, www.uninews.unicredit.it, 21 Gennaio 2008
[7]Rapporti Paese congiunti Ambasciate/Uffici ICE estero 1° semestre 2006, pag. 1
[8]Fabrizio Lo russo, ”Il Nafta 14 anni dopo”, www.peacereporter.it 29 febbraio 2008
[9]Le dichiarazioni sono riportate nell’articolo di Anne Vigna, “Il giorno in cui il Messico rimase senza tortillas”, Le Monde diplomatique/il Manifesto marzo 2008, pag. 8.
[10]Roberto Da Rin, “Messico: mais per le auto e le tortillas vanno in crisi”, www.illsole24ore.com 25 gennaio 2007
[11]Roberto Capezzoli, “La danza del frumento guidata dagli hedge fund”, Il Sole-24 Ore 23 marzo 2008, pag. 4; l’aumento del prezzo delle derrate alimentare sta provocando una vera e propria emergenza umanitaria, cfr. Sissi Bellomo, “Se l’inflazione diventa fame”, Il Sole-24 Ore 23 marzo 2008, pag. 4.
[12]Anne Vigna, idem, pag. 1
[13]Gennaro Carotenuto, “Migliaia di contadini messicani bloccano l’ambasciata degli USA protestando contro il TLC”, www.gennarocarotenuto.it 4 gennaio 2008
[13]Sissi Bellomo, “Se l’inflazione diventa fame”, Il Sole-24 Ore 23 marzo 2008, pag. 4.
[14]Alessandro Grandi, “Situazione pericolosa”, www.peacereporter.it 6 marzo 2008.
[15]”Allarme Chiapas”, www.peacereporter.it, 7 novembre 2007
[16]Carta 21-27 marzo 2008, pag. 51
[17]Laura Castellanos, “Il tramonto di Marcos”, Internazionale pag. 35; si tratta della traduzione dell’articolo-intervista al subcomandante Marcos su Gatopardo. L’articolo è anche un resoconto della storia recente del movimento tra successi e sconfitte.
[18]Gianni Proiettis, “La sinistra in Messico: un

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