Mi puoi leggere fino a tardi: un ritratto intenso e inedito di Francesco De Gregori

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Guarda che non sono io quello che mi somiglia… canta Francesco De Gregori in uno dei brani contenuti nell’ultimo album di inediti (2012), dal titolo Sulla strada. “Un discorso su come siamo e su come ci vedono, su quelli che ti vogliono esattamente come ti immaginano e spesso immaginano cose sbagliate”, afferma onesto.

Ma fatele quando sono morto, le biografie” ha sbottato e sorriso quando l’autore, il giornalista Enrico Deregibus, gli ha parlato della prima edizione di questo libro, nel 2003. Suona – dunque – quantomeno rischioso cimentarsi nella stesura di una sua biografia, genere letterario che, quando riferito ai cantautori, lo stesso De Gregori pare non apprezzare molto: “Non amo i libri sui cantanti, li trovo inutili anche nei confronti di chi ama le mie canzoni. Cosa possono sapere di più sul mio conto leggendo quel libro?”.
Tuttavia, Deregibus vi si dedica da anni, durante i quali, con l’accuratezza dello storico e la passione dell’estimatore ha raccolto quasi 1500 documenti, tra interviste, racconti, testimonianze inedite, mail e confidenze. Il tomo si presenta, dunque, come una ripresa aggiornata della prima versione: 350 pagine, che ad essere onesti, sono troppe anche per un animo complesso come quello del nostro protagonista; ma, messi da parte diversi elenchi di date ed aneddoti piuttosto superflui, questo libro è un ritratto autentico che sfata molti luoghi comuni e aiuta tutti – fans, critici e profani – a capire meglio chi è Francesco De Gregori. Mi puoi leggere fino a tardi s’intitola, come l’ultimo verso dell’ultima – bellissima – canzone dell’ultimo disco di inediti del Principe dei cantautori, Falso movimento. Un titolo simbolico e un po’ “paraculo”, ammette l’autore, che pare scritto apposta per questo libro, edito da Giunti e pubblicato in concomitanza con il quarantennale di Rimmel e il tour Vivavoce. Un viaggio nella vicenda artistica di uno dei pilastri della musica italiana, tra i più sfuggenti, discussi, analizzati, e indubbiamente amati di sempre.

Con gli anni, lo stesso De Gregori ha dovuto ricredersi fino a dichiarare il suo apprezzamento per questa biografia in progress, che l’autore imposta creando un controcanto tra la vicenda personale dell’artista e la storia del nostro Paese, la storia dell’ Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare, quella con gli occhi aperti nella notte triste, quella che si innamora, quella che resiste. E che il Principe ha saputo raccontare e cantare come pochi altri: dalla Roma di De Gasperi, Pasolini e Berlinguer alla nascita del Folkstudio – fucina della musica italiana ed internazionale -; dalla morte di Tenco agli anni della resistenza, passando per gli Stati Uniti con Woodstock; dall’ombroso e traumatico episodio del Palalido fino ad arrivare ai giorni nostri, con Berlusconi, Renzi e Grillo.

E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure: rimane l’amore per la musica a cui un ragazzo alto, magro e pieno di capelli ricci è rimasto fedele da quando aveva 17 anni, dalla sua prima esibizione al Folkstudio alla celebrazione dei 40 anni di uno dei suoi album più amati: Rimmel. Rimangono i guru di sempre, Cohen, ma soprattutto Dylan, da cui prende ispirazione per molti arrangiamenti, di cui traduce alcuni testi che finiranno in un album: Amore e furto, uscito il 30 ottobre 2015. “Dylan ha fatto in musica quello che gli impressionisti hanno fatto in arte, eliminando la prospettiva e usando altri sistemi di scale”, racconta.
La vita è l’arte dell’incontro, diceva qualcuno. E nella carriera di De Gregori, a dispetto della sua fama di solitario e snob, restano i tanti colleghi con i quali ha condiviso il palco, molti di questi diventati veri amici: a partire da Giorgio Lo Cascio, Ernesto Bassignano e Antonello Venditti, passando per Fabrizio De André, prima maestro e poi amico in Sardegna durante un’indimenticabile estate di canzoni e bevute. E poi Giovanna Marini, Caterina Bueno, Claudio Baglioni, Pino Daniele, Fiorella Mannoia, Luciano Ligabue. Ma tra tutti, l’incontro che ha cambiato l’esperienza musicale e personale di Francesco De Gregori è stato senza dubbio quello con Lucio Dalla,  una collaborazione e un’amicizia esplose nel ’79 con il tour di Banana Republic e continuate fino a Work in progress, l’ultimo progetto artistico condiviso insieme, due anni prima della scomparsa di Lucio, il 1 marzo 2012. Dopo aver pianto in silenzio il proprio lutto personale, il Generale lo ricorderà in tanti modi diversi, a partire dalle parole: “Lascia un grande vuoto e un grande pieno […] Sentirlo cantare le mie canzoni è stato meraviglioso. Scorgere il suo divertimento mentre interpretavo le sue, sorprendente”. Ma l’omaggio più bello che gli renderà sarà una cosa piccola: durante i suoi prossimi concerti, alla fine di Santa Lucia, il suo brano più amato da Dalla, farà sbocciare una citazione musicale di Come è profondo il mare. “È la canzone di Lucio che più ho amato”.

Le opere d’arte non vanno capite, vanno gustate. Le canzoni sono opere d’arte”. E non c’è niente da capire.  Anche chi per lungo tempo non ha voluto fare i conti con la sua musica o ha cercato – invano – di piegarla alle dinamiche banalizzatrici che guidano da sempre la discografia, le radio e la tv, oggi è obbligato a farli: ha scritto canzoni che scavalcano decenni e mode; molte di queste sono entrate sotto la pelle di centinaia di migliaia di persone. E oggi, dopo oltre 40 anni di carriera, lui è ancora lì, àncora culturale, estetica, commerciale, umana. Le pagine di Deregibus offrono un De Gregori sempre in bilico tra mitezza e incazzatura, peso e leggerezza, piano e chitarra, frammenti di vita tangibili e intangibili. E diventano testimoni di un’opera che ha mantenuto coerenza e partecipazione civile, insieme ad una scrittura che offre visioni profonde, che sa inquadrare i particolari, emozionare, evocare e anche intrattenere.
Mentre la sua musica in sottofondo fa da coperta a queste parole, mi auguro che il Principe col cappello, le spalle larghe e l’armonica tra le labbra si fermi in questo pezzo di tempo ancora per un po’. Che posso farci se mi fai sognare.

Angelica Falcone

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