Micah P. Hinson and The Pioneer Saboteurs. Musica per la rivolta

Micah P. Hinson and The Pioneer Saboteurs
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Dodici tracce potenti. Come scrive Bianchi <<la musica risponde alla Call To Arms evocata dal primo brano del CD sulle orme del Profeta>> [1]. La poesia di Walt Whitman [2] ha ispirato il ventinovenne texano Micah P. Hinson, ma come ha dichiarato lui stesso <<è l’America di oggi che mi ha fornito il contesto. Ho cercato di trovare un senso a quello che ci sta accadendo, la morte del sogno americano. Un cittadino non può tirarsi fuori da quello che gli accade intorno: se lo fa non è un cittadino. Quello che voglio è che la gente sappia che non è sola in questo casino che stiamo vivendo>> [3]. Sono in corso profondi cambiamenti che sono funzionali alle solo elites e non si possono accettare. Bisogna ribellarsi. Pioneer Saboteurs non è semplicemente il nome del gruppo ma <<una fottuta rivoluzione>>[4].
E forse la rivoluzione passa attraverso la forza la bellezza e la sensualità della donna spesso ritratta in copertina e che per questo disco, con quella pistola puntata,  sembra avvertirci dei rischi che  incombono sugli osservatori inoperosi di fronte alla catastrofe in arrivo.

Nella sua breve recensione Primi dici poco dell’album lasciando spazio all’accostamento del nostro a Johnny Cash e alla sua vita dolorosa che gli fa raccontare storie di emarginazione e solitudine. <<Un tappeto vibrante di archi, un arpeggio di chitarra, una voce ombrosa che canta:  “Bambino non avere paura, tuo padre non ti ama”>>. Un buon disco [5].

Un disco <<dignitoso>> e di <<transizione>>. Dalle parole di Coacci si intuisce una qualche forma di delusione per un artista che dagli esordi è stato paragonato a personaggi del calibro di Dylan e Cash.
In questo lavoro c’è ancora tanta sonorità che lo ha segnato fino ad oggi e ci sono tentativi di evasione senza però trovare sempre l’amalgama nelle giuste proporzioni.
In queste escursioni si trovano ad esempio <<soluzioni strumentali ambiziose quanto irrisolte come l’ouverture per soli archi di A Call To Arms, brani che guardano alla soundtrack più che alla classica forma canzone come 2s And 3s>>, mentre il Micah classico lo si ritrova in My God, My God, Take off that dress for me e Seven horses seen. L’esempio migliore dell’equilibro è The striking before the storm <<denso, concentrato, imperniato su una melodia/ritornello bella tonda ed ispirata, ma al contempo vibrante di varianti, di escursioni, di spiazzanti micro-uscite>> dalle migliori sonorità dei precedenti lavori [6].

Disco di buon livello ottimo se ci si ferma alle dichiarazioni di intenti secondo Lieta. Un disco permeato dalla riscossa, dalla redenzione con la voce di Micah <<più che mai nella scia di un Richard Hawley meno affettato>>  e con il <<il magniloquente epos garantito dagli arrangiamenti d’archi, insieme a qualche svisata di fiati (vedi Stuck on the job)>>.  Il brano migliore è Watchers, tell us of the night <<con quella burrasca di chitarre distorte e percussioni riverberate>> [7].

Non è sicuro che sia la sua opera migliore ma sicuramente un grande disco dove si avverte la maturazione dell’artista. Nuzzi presenta un Micah con la musica più che le liriche in primo piano. Suoni curati negli arrangiamenti <<con un respiro quasi classico, da spaghetti western, ove sono gli archi a ruggire anziché le chitarre – a scandire i battiti del tempo ed evocare i fantasmi mai sopiti della guerra e dell’odio…>> [8].

Non ha dubbi Sideri sulla bontà di questo disco nel quale Micah esprime tutta la sua maestria, compresa la sua voce, nell’adoperare generi musicali diversi per aprire squarci sulla canzone americana. Il tutto per rendere al meglio quella chiamata alla rivolta e al fare qualcosa dello spirito di frontiera che promana dalla poetica di Whitman.
E così si passa dall’ouverture di A call to arms, ai <<bozzetti acustici>> che rimandano ad un Elliott Smith <<più ruvido, alle odissee spettrali e fosche>>, ai <<ai mugolii e marcette pop con tanto di tra la la a fare il contrappunto>> come in The letter at twin wrecks, ad <<invocazioni wave orchestrali>> come in Watchers, tell us of the night [9].

Nonostante le ambizioni Hinson con questo lavoro, secondo Benzing, non raggiunge i livelli dei precedenti The Opera Circuit e The Red Empire Orchestra.
Le sue architetture sonore, sicuramente più complesse e dove gli archi sono un punto nodale, non riescono ad esprimere bene l’idea di gettare il cuore oltre l’ostacolo e combattere per un mondo migliore. Le sue soluzioni non sempre riescono: i minuti finali di The returning <<non sembrano avere altro senso se non quello di conquistare al songwriter texano una sorta di (sterile) patente “alternativa”>>.
Qua e là eccessi di lirismo, ma la <<schiettezza country-folk>> di Take off that dress for me ci ricorda che <<l’unico vero gesto rivoluzionario è aprirsi totalmente all’amore>> [10].
Non vi curate di noi, ma ascoltate!
Ciro Ardiglione

genere: country
Micah P. Hinson
and the “PIONEER SABOTEURS”
etichetta: Full Time Hobby
data di pubblicazione: giugno 2010
brani: 12
durata: 58:33
cd: singolo

[1] Stefano L. Bianchi, “il Poeta è un Fingitore”, BLOW UP. giugno 2010, pag. 31
[2] “Piooneers O Pioneers” da “Leaves of Grass”
[3] Stefano L. Bianchi, idem
[4] Stefano L. Bianchi, idem, pag. 32
[5] Michele Primi, Rolling Stone, giugno 2010, pag. 143
[6] Simone Coacci, www.storiadellamusica.it, giugno 2010
[7] Manuel Lieta, www.beatbopalula.it, 17 giugno 2010
[8] Paolo “Barocciga” Nuzzi, www.indieforbunnies.com, 28 giugno 2010
[9] Marco Sideri, BLOW UP., giugno 2010, pag. 84
[10] Gabriele Benzing, www.ondarock.it, 3 giugno 2010

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