Miele di Ian McEwan: dove finisce il personaggio e comincia l’autore?

miele ian mcewan
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Una spy-story – e come nella più classica delle spy-stories l’inevitabile storia d’amore annessa – in una struttura metaletteraria che si avvolge su se stessa, densa di citazioni, rimandi e racconti dentro il racconto, a ribadire l’esile confine che separa la realtà dalla finzione.
Protagonista è Serena Frome (“che fa rima con plume” e già questo è un primo indizio di cui tener conto), che ci narra retrospettivamente del suo ingaggio come spia al servizio della guerra fredda presso il MI5, l’agenzia di intelligence britannica, incaricata di sostenere e finanziare, a loro insaputa, scrittori che, pur nella piena libertà di espressione ed autonomia letteraria, potessero in qualche modo farsi promotori della propaganda anticomunista. “Miele” è il nome dell’operazione a lei affidata e Tom Haley, quello del romanziere che deve convincere ad accettare di essere sostenuto dalla fondazione dietro la quale si nasconde in realtà il MI5.
L’intreccio narrativo vero e proprio comincia in realtà dopo quasi cento pagine. Prima il lettore fa la conoscenza con Serena, scopriamo così le sue origini, la sua storia famigliare, il suo carattere, la sua passione per la narrativa nonostante una laurea a fatica e mal conseguita in matematica, gli antecedenti amorosi e gli incontri della vita (del caso?) che la condurranno poi al suo impiego nei servizi segreti britannici; lo sfondo storico-politico è quello che si snoda a partire dalla fine degli anni sessanta e fino ai settanta, guerra fredda quindi, ma anche terrorismo dell’Ira ed atmosfere tipicamente britanniche in bilico tra conservatorismo, tradizione e nuove istanze libertarie foriere di fermenti culturali innovativi.
Ci spostiamo così dagli angusti ambienti degli uffici dei servizi segreti ai locali e pub dove, attraverso la musica, si dà voce alla rivoluzione culturale promossa dalle nuove generazioni, e ancora, dall’ombra della cattedrale in cui la protagonista è cresciuta – figlia di un vescovo anglicano e di un’educazione borghese – alle strade soleggiate della campagna inglese dove un maturo professore di storia, amico di un ministro (in realtà, veniamo a scoprire, egli stesso agente segreto) la inizia alla vita e le costruisce una carriera, non senza averle prima spezzato il cuore.
A questo punto sappiamo abbastanza di Serena da voler proseguire nel vivo della sua vicenda (e del romanzo quindi) ed è qui che l’intreccio si complica, anche a livello formale, e diventa una vera spy-story. McEwan sceglie quindi di presentarci Tom Haley nella maniera esatta in cui viene presentato a Serena, ossia attraverso i suoi racconti – che riecheggiano in maniera fin troppo evidente i lavori giovanili di McEwan stesso – ed attraverso le infinite congetture sulla sua natura più profonda scaturite dall’interpretazioni del testo (i suoi racconti), con l’adozione di quel metodo critico volto a validificare la tesi secondo la quale, in ogni opera, si nasconde un po’ dell’autore stesso. Quando la finzione e quando la realtà? E quanta di ognuna e dell’altra? Chi è realmente Tom Haley, l’uomo che affiora nei tratti dei protagonisti dei suoi racconti, o l’impossibilità del dirsi, del narrarsi, se non attraverso un’indebita e mai esaustiva, tanto meno persuasiva riduzione dell’io ad un carattere fisso e schematico? I mille rivoli in cui l’identità si scioglie e fluisce, sfuggente ad ogni tentativo di cristallizzazione, possono essere riportati sulla pagina scritta o non sono anch’essi finzione, atto arbitrario, ma pur costitutivo di ogni narrazione ed atto fondante di ogni ontologia? L’idendità – del singolo, ma anche di ogni nazione – non è sempre una narrazione fittizia, un modo di raccontarsi, di darsi, un tentativo di definirsi pure in opposizione all’altro?
Quel che rende avvincente ed insieme complesso l’ultimo lavoro dello scrittore inglese è appunto questa orditura su più piani: l’intreccio narrativo di superficie (il plot apparente quindi: la vita di Serena, i suoi incontri e la sua storia con Tom Haley, le vicende storico-politiche non solo della Gran Bretagna, ma dell’Europa e del resto del mondo, le suggestive ed invitanti descrizioni di semplici giornate e serate, riportate con la solita maestria e la solita scrittura, qui più che mai precisa ed evocativa) avviluppato con l’esigenza di confrontarsi ad un più alto livello (metaletterariamente quindi) con la letteratura stessa, di di-spiegare sulla pagina, quasi chirurgicamente, la scaturigine di ogni creatività ed insieme il tentativo di restituire in maniera fedele i sentimenti dei personaggi, non reali, ma autentici nel loro progressivo formarsi.
Concepito, come detto all’inizio e ribadito, all’interno di una struttura metaletteraria, alla fine ne svela anche il senso profondo e rinnova così lo stereotipo del genere spy-story e love-story insieme, mettendolo al servizio di una riflessione ben più ampia sulla letteratura.  Ed anche, proprio quando pensiamo di aver svelato l’inganno, di aver capito il gioco e di essere giunti ad una fine prevedibile, McEwan, con vero tocco d’autore, ci sorprende e, inaspettatamente, commuove.  E quel che fino ad un momento prima era apparso come gratuito, diviene improvvisamente necessario così da trovare una sua legittimazione poetica.

Miele ci lascia infine con un dubbio: non avrà voluto McEwan parlarci anche un po’ di sé stesso? Quanto c’è di finzione e quanto di realtà, con tutti quegli aneddoti e citazioni di scrittori, critici realmente esistenti e di eventi storici realmente accaduti disseminati tra le pagine? E davvero ci sono stati scrittori realmente, a loro insaputa, al servizio della guerra fredda?
Ma questo è infine il fascino della letteratura –  e di ogni esistenza – non sapere mai fino a che punto inventa e costruisce narrativamente sé stessa.
Rita Ciatti

Ian McEwan
Miele
Einaudi 2012
pagg. 351  – 20,0 euro

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