Milano. Diritti e libertà: una scelta politica.

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Qualche mese fa ho deciso di ricorrere contro le decisioni del Comune di Milano e portare il mio caso al TAR.
Perché?
La mia è stata una scelta politica.
I diritti e la libertà non sono una sine cura che una volta concessa si rinnova automaticamente.
Diritti e libertà, a cui devono fare da contrappeso i necessari doveri, sono valori da affermare in continuazione, anche e soprattutto se c’è il rischio di pagare di persona.
C’è anche un motivo etico per cui ho deciso di ricorrere.
Io non potrò salvare nessuno dalla morte per annegamento nel Mar Mediterraneo, dai lager libici. Non potrò impedire che Liliana Segre sia messa sotto scorta, a causa dell’odio di cui è vittima 70 anni dopo Auschwitz.
Però posso, per quanto mi compete, difendere l’idea di uno Stato di Diritto, nei luoghi e nelle circostanze in cui posso farlo. Affinché questo impegno contribuisca a consolidare una cultura che è l’unica che può diventare argine contro l’odio, i sovranismi e l’umiliazione dei bisogni negati.
Se questa cultura del diritto si afferma anche nei piccoli atti della vita quotidiana, allora sarà possibile affermarla anche di fronte alla grande Storia.
Allora sì che alla domanda di che cosa abbiamo fatto noi, singolarmente e individualmente presi, perché la barbarie non si rinnovasse, potremo rispondere che abbiamo condotto una battaglia culturale. Perché i diritti non siano negati a Gianfranco, a Liliana, a Aboubakar Soumahoro.

Ma veniamo ai fatti.

A febbraio del 2017 l’Ufficio Titoli Sociali del Comune di Milano iniziò a versarmi i contributi relativi alla misura B2. Misura a sostegno delle persone con disabilità grave e degli anziani non auto sufficienti. Usufruii di questo beneficio nel 2017 e nel 2018. Nel 2019 le cose cambiarono.
Andai a vivere da mia madre e a quel punto il Comune decise che ero ricco. Infatti fece il cumulo tra i miei redditi e i redditi di mia madre. Escludendomi così dal contributo che mi era stato riconosciuto fino ad allora.
Io non sono un giurista, ma mi resi conto che nei provvedimenti del Comune c’erano almeno due punti che non tornavano:
1) la legge nazionale prescrive esplicitamente che il reddito a cui fare riferimento in caso di erogazione dei titoli sociali è il reddito della persona disabile. Non è il reddito del nucleo familiare, come sostenuto dal Comune di Milano;
2) la legge nazionale definisce il contributo B2 come contributo socio sanitario. Non è un contributo socio-assistenziale come erroneamente sostenuto dal Comune di Milano. La partita si giocava essenzialmente su questi due punti. E sembrava proprio che il Comune di Milano stesse dando nella mia situazione una lettura erronea. Così come sembrava arbitraria l’esclusione dagli aiuti economici.

A quel punto, supportato da mia sorella che è avvocato, decisi di rivolgermi allo studio legale Todarello & Partners. Volevo fare ricorso contro le decisioni del Comune di Milano. Sembrava ci fossero i presupposti. L’avvocato Chiara Berra, che si darebbe occupata della pratica, mi informò ben presto che lo studio mi avrebbe assistito nella causa pro bono.
Così procedemmo.
Fu sicuramente entusiasmante ricevere tempo dopo la notizia che il TAR si era pronunciato a nostro favore. Accogliendo, in una prima fase del processo, le nostre richieste. Attualmente la situazione è questa: sarò reintegrato nella graduatoria e riceverò i fondi relativi al provvedimento B2, salvo il buon esito finale della causa; il Comune rimborserà i soldi che ho utilizzato per pagare il badante nel corso del 2019. Quindi tutto è bene quel che finisce bene?
Troppo presto per dirlo. Aspettiamo la sentenza definitiva.
Intanto stiamo andando nella direzione giusta.

Rimangono però da fare alcune riflessioni. L’accesso alla misura B2 è stato difficile fin dall’inizio.
Anzi, è stato ostacolato fin dall’inizio.
Quindi, è necessario che i percorsi a sostegno dell’autonomia siano realizzati in modo automatico. Non devono diventare frutto di contrattazioni estenuanti.
Ci sono anche delle domande.
Perché il Comune utilizza atti amministrativi per escludere gli aventi diritto da misure garantite dalle leggi dello Stato?
Tali atti amministrativi sono frutto di sciatteria, di negligenza, di imperizia?
O sono piuttosto frutto, come ventilato da più parti, del tentativo di disincentivare ad ogni costo l’utenza dal richiedere diritti e contributi?
Perché cittadini in palese condizioni di fragilità devono ingaggiare estenuanti battaglie giuridiche per ottenere ciò che è loro dovuto?
Gianfranco Falcone – http://viaggi-in-carrozzina.blogautore.espresso.repubblica.it/

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