Mimmo Di Molfetta ci parla di atletica leggera, di sport territorio e scuola

Mimmo Di Molfetta atletica leggera sport
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La chiacchierata con Mimmo Di Molfetta è molto di più che un’intervista perché è una persona speciale per la mia storia personale, sia sportiva che umana. È stato il mio allenatore e mentore ma soprattutto l’uomo che mi ha fatto amare l’atletica in tutte le sue discipline.
Mimmo Di Molfetta è stato responsabile della Federazione di Atletica Leggera ed è ora eletto in quota tecnici da Consigliere Federale con Stefano Mei come Presidente FIDAL.

Chi è Mimmo Di Molfetta?
Sono un uomo innamorato dello sport a trecentosessanta gradi. La lunga militanza, a livello agonistico e non, mi ha insegnato che lo sport può essere determinante per avere una visione della vita da diverse angolazioni. Insegno a far rinunciare e ad accettare le sconfitte. Grandi insegnamenti di vita che al giorno d’oggi sono lacunose per molti giovani. Lo sport aiuta in modo sano e corretto ad uno stile di vita, insegna l’umiltà, nonostante si possa crescere nel percorso fino a diventare un atleta a livelli agonistici e partecipare a gare mondiali. Provengo da una famiglia di militari, dove già vigeva disciplina e rigore, e mio padre non era d’accordo sulle mie scelte di dedicarmi allo sport a tempo pieno. Quindi per dimostrare che lo volevo fortemente mi iscrissi dapprima all’ISEF per poi proseguire con gli studi in Scienze Motorie, così ho aggiunto cultura alla mia prima passione, in modo di poter esprimere le mie idee e scrivere pubblicazioni innovative per l’evoluzione del settore.

Nonostante ti sia ritirato come Responsabile Nazionale Lanci di Atletica Leggera continui ad essere impegnato come candidato in quota Tecnici da Consigliere Federale con Stefano Mei, candidato Presidente FIDAL, in cui un punto di forza del programma è la parola “meritocrazia”, cosa si intende?
Premesso che il termine meritocrazia nello sport viene associato al fatto che chi ottiene i risultati o le prestazioni migliori va avanti, noi dobbiamo vederla a a tutto tondo, partendo dalle cariche apicali dal punto di vista tecnico. Tra i tecnici che compongono l’organico federale devono esserci non solo quelli che hanno la fortuna di avere un atleta olimpico, ma soprattutto quelli che, andando magari a cercarli sul territorio, che con grande dignità e competenza fanno il loro lavoro pur non avendo avuto la fortuna di avere, da un punto di vista genetico, tra le mani un soggetto atletico ben dotato. Questo perché non basta  la bravura. Quindi ben venga un reclutamento e quindi una valorizzazione di tutti quegli allenatori che hanno per esempio delle Scuole di Asta o di Salto in alto e così via. Insomma, la possibilità di scambiarsi idee con altre realtà come queste a livello nazionale e creare poi dei poli a livello geografico, Nord, Centro e Sud, dove possano affluire queste scuole. Ecco questo significa meritocrazia: non è soltanto avere, ripeto, l’atleta olimpico, ma è colui che lavora assiduamente ogni giorno sul campo e fa crescere tanti atleti anche se non di primissimo livello. Questi segnali possono far crescere il settore con la vicinanza dell’organo centrale Federale che si ramifica verso le periferie dei territori.

Mimmo Di Molfetta
Mimmo Di Molfetta

Ritieni da uomo di sport e uomo di scuola che per far avvicinare le nuove generazioni di ragazzi all’Atletica, partendo dalle scuole primarie fino alle scuole secondarie, sia opportuno magari rivedere i vecchi e famosi “Giochi della Gioventù” e creare dei progetti di interscambio tra alunni professori e genitori?
Credo sia fondamentale un cambiamento rispetto ai vecchi campionati dei Giochi della Gioventù poi divenuti Campionati Studenteschi. C’è stato un vero depauperamento negli insegnanti di educazione fisica, che prima a quei tempi venivano pagati per il tempo extra scolastico che dedicavano ai ragazzi seguendoli sui campi di atletica. Oggi invece un professore di educazione fisica con un carico maggiore di responsabilità rispetto a prima, per accompagnare i propri ragazzi a praticare diverse discipline atletiche sui campi di scuola, è pagato 350 euro lordi all’anno. Sicuramente ci sono stati dei tagli nella scuola e non è il caso di addentrarsi più di tanto per capire certe dinamiche, ma la scuola è il vero movimento per lo sport per tutti a prescindere che si faccia Pallavolo, Pallacanestro, Calcio o Atletica Leggera. Noi ci siamo mossi con un Progetto che si chiamava l’Atletica va a Scuola risultato fallimentare perché la direzione era contraria a quella necessaria. Un progetto per entrare nella scuola deve partire dal territorio. Un progetto che parte dal centro per portarlo bene avanti è il territorio che deve prendere i contatti e presentarlo alle scuole. E poi deve esserci un referente provinciale del progetto stesso oltre al coinvolgimento di tutte le società presenti sul territorio stesso in modo da fare da tutor nelle scuole. Tutto questo per fare in modo che i ragazzi non facciano solo una gara e poi spariscano, ma sperare che in futuro ne possano fare altre anche grazie alla presenza di più impianti sportivi locali, in modo da continuare ad allenarsi nella propria città senza doversi trasferire altrove per tesserarsi con altre società.
Lo sport diventa territoriale e si ha una mano lunga che entra nella scuola e cosi le società hanno la possibilità di reperire la fonte vitale che sono i ragazzi, per poi riprendere fiducia nei confronti del Ministero al quale presentando un progetto strutturato e ben fatto potrà dare dei fondi necessari. Ecco il nostro impegno è stato quello di individuare su tutto il territorio nazionale delle società che facciano da trampolino per questo progetto.

Oggi molti campi scuola di Atletica Leggera come quello presente a Foggia, la nostra città, andrebbero ristrutturati. Come alleni i ragazzi che si approcciano all’Atletica e soprattutto come li motivi rispetto ad altri sport tipo il calcio che risulta tra i più popolari e con maggiori risorse?
Io parto non su cosa devono fare i ragazzi ma su cosa vogliono. Ho voluto fare una ricerca, grazie alla collaborazione di una neo-laureanda della Università di Scienze Motorie di Foggia dove insegno, sul drop out nella nostra città, cioè un questionario fatto su duemila ragazzi del primo e secondo anno di scuola superiore, per capire come mai ci fosse un abbondono e l’assenza di voglia nel fare sport.
Ebbene per oltre il 47 % delle risposte il motivo è stata la noia. Non “non faccio sport perché ho molto da studiare!, “perché sono lontano dal campo scuola” e via discorrendo. Su un’altra domanda sul tecnico il campione ha risposto, più o meno in ugual modo, che il rapporto con il tecnico o l’allenatore è noioso. Quindi il problema non è dei ragazzi a cui subentra la noia nel non proseguire con lo sport ma è bensì intrinseco negli allenatori. La risposta è istruire il più possibile è fare più cultura giovanile su coloro che dovranno portare questi ragazzi al campo, senza fargli fare sempre gli stessi e ripetuti allenamenti, perché oggi giorno i ragazzi hanno molte altre interferenze e quindi è facile disinnamorarsi dello sport.
La verità è anche un’altra: coloro che escono dalla facoltà di Scienze Motorie fanno solo 20 ore di atletica leggera durante tutti i cinque anni di studio. Cosa possono insegnare? Il corso di laurea è più orientato a specializzazioni mediche che non sulla pratica, sulla didattica, su come si insegna, su come si coinvolge, sulla psicologia applicata. Ben venga allora per i giovani che si approcciano al mondo dell’atletica leggera di fargli fare tutto, dalla partita di calcetto a quella di pallacanestro passando per la pallavolo e così via perché in questo modo fanno aggregazione e si divertono, poi dopo in un secondo momento va bene specializzarli in qualche disciplina più consona alle loro caratteristiche fisiche, perché è vero che l’atletica leggera è uno sport individuale ma allo stesso tempo quando ci si allena si fa gruppo e si cresce insieme.

Quando sei stato Responsabile Federale del Settore Lanci hai avuto la fortuna di seguire diversi talenti che poi si sono rilevati anche campioni nella vita, tra questi mi piace ricordare Antonietta Di Martino, detentrice tutt’ora del record italiano di Salto in Alto femminile. Quanto è cambiato rispetto ad ieri, quando mi allenavo anch’io, nelle metodiche di allenamento o nella alimentazione, negli impianti sportivi e/o piste di atletica?
Senza volersi prendere in giro, ora sicuramente per poter raggiungere determinati obbiettivi di livello assoluto oggi c’è bisogno di una equipe composta da un allenatore, da un biomeccanico, da un nutrizionista, da un dottore e da un massaggiatore. Figure che negli anni in cui noi facevamo atletica erano demandati al buon senso di una vita sana (la mamma) o alla testardaggine del tecnico del momento. Da un punto di vista di impianti sportivi rispetto al passato non è che siamo messi meglio, anzi parlando di quello di Foggia dove ancora alleno, è alquanto fatiscente, andrebbe ristrutturato anche per poter ospitare delle gare a livello nazionale e non solo locale. Nella provincia la situazione è ancora peggio con la presenza di pochi impianti in un territorio di oltre 7000 kmq.
Bisogna iniziare magari a pensare anche ad un Atletica diversa, magari turistica, che grazie anche alla bellezza del nostro territorio, vedi il Gargano per esempio, possa essere coinvolta con il mondo dei runners, organizzando delle corse in montagna, nulla da invidiare a quelle che si fanno in Trentino o in alta montagna, perché qui da noi si potrebbe fare anche un bagno in inverno viste le temperature. Inoltre, la realizzazione di un campo scuola in questa ottica è da vedere non solo finalizzato a coloro che praticano atletica leggera, ma deve essere considerato come un contenitore che dia la possibilità a tutti gli altri sport all’interno di una città, tipo fare una preparazione atletica o consentire ai runners di organizzare un raduno e così via. Quindi vista la presenza di fondi regionali o fondi tra sport e periferie bisogna spingere le amministrazioni ad investire sulla realizzazione di questi impianti, che non sono utili solo per il mondo dell’atletica leggera ma soprattutto sono un bene per la comunità dei cittadini, e inoltre potrebbe essere una opportunità sfruttandolo da un punto di vista turistico, organizzando come si diceva prima delle corse turistiche coinvolgendo tutto il mondo runners.

Sei stato insignito con la “Palma D’Argento al Merito come Tecnico del 2019”, quindi di belle emozioni continui a viverne. Per finire questa bella chiacchierata ti chiederei qual è l’emozione più bella che hai vissuto, anche sotto forma di rabbia gioia tristezza.
Sicuramente l’emozione personale più grande è stata quella dell’arrivo sotto la fiaccola olimpica di Sidney, sogno di ogni sportivo anche se vi ho partecipato non da atleta ma da tecnico, e sicuramente con molte altre responsabilità visto che il numero degli atleti che portavo. L’emozione si è ripetuta anche alla partecipazione delle altre due Olimpiadi, quella di Atene e Pechino.
Molte le emozioni vissute da tecnico dei miei atleti e ognuna di esse mi ha regalato qualcosa, da quelle più grandi come la finale alle Olimpiadi di Claudia Koslovic, la medaglia ottenuta da Vizzoni a Sidney, il quinto posto mondiale da Zara Bhani, il sesto posto al Campionato Europeo di Elisabetta Marin. Ma le emozioni più intense le ho iniziate a vivere con voi, con il gruppo storico di ragazzi che siete stati. Penso di avere centrato un vero primato mondiale per aver avuto la fortuna di far lanciare il giavellotto ad uno di voi, migliorando la sua prima misura da 12 m. per arrivare ad un primato di 58 m. Ecco credo che questa sia la soddisfazione ed emozione più grande che un tecnico possa avere.

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