Mimmo Lucano, un uomo perbene

Riace manifestazione per Mimmo Lucano
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I fatti giudiziari riguardanti l’ex sindaco di Locri si riassumono in poche righe. Il Collegio giudicante del Tribunale di Locri, presieduto da Fulvio Accurso, ha emesso la tanto attesa sentenza condannando l’imputato Mimmo Lucano alla pena di anni 13 e 2 mesi di reclusione avendolo ritenuto colpevole di reati pesantissimi come l’associazione a delinquere finalizzata al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa, peculato, falso ideologico e abuso d’ufficio con il vincolo della continuazione.
In pratica un’urna di cemento armato, tanto più se si considera che il collegio giudicante ha aumentato di ben 6 anni la pena richiesta dal Pubblico Ministero.

Va ricordato che Lucano era stato posto ai domiciliari dall’ottobre del 2018 in quanto la Procura di Locri aveva giudicato le sue azioni quantomeno “spregiudicate”, avendo – ad esempio – assegnato il servizio di raccolta rifiuti a due cooperative prive dei requisiti richiesti.
Nella sostanza, neppure un euro è entrato nelle tasche di Lucano e questa constatazione rende ancora più difficile mantenere la doverosa prudenza nei commenti in attesa di conoscere il dispositivo della sentenza, perché sono troppe le considerazioni che affollano la mente di fronte una condanna monstre come quella.
Allora non rimane che pensare ad un accanimento feroce, quasi ad una insensata forma di vendetta concessa e protetta dalle norme del codice.
Sembra quasi che il Collegio giudicante si sia accanito, perché la fattispecie di reato commesso sfuggiva dai radar della normale consuetudine. Cosa significa, infatti, truffare ma non per intascare soldi? Significa solo, nel caso di Lucano, aver fatto un grosso pasticcio amministrativo, essersi perso nella burocratica compilazione di fatture, permessi ed altri complicati atti.
Ma veramente solo questo gli viene imputato? Credo proprio di no e quella sentenza abnorme ce lo sta dicendo. In quel processo, sotto accusa, non ci sono i comportamenti sbadati di un sindaco, ma c’è la condanna di una mentalità, di una cultura, di un modo di essere, di come veniva garantito il diritto all’accoglienza, e non dal solo Lucano ma dall’ intera comunità di Locri.
In altre epoche, quei comportamenti sarebbero stati più che sufficienti per finire sul rogo; ora, invece, utilizzando a mo’ di clava gli articoli del codice, si tenta di distruggere ciò che è “diverso” o in palese e fastidioso contrasto con la martellante propaganda di chi vorrebbe adoperare le ruspe per risolvere i problemi.

Mimmo Lucano a Riace
Mimmo Lucano a Riace. 2 Ottobre 2021

Questa è la vera accusa nei confronti di Lucano. Essere un diverso e aver pubblicamente rappresentato la sua diversità.
Forse la vera risposta neanche tanto velata, che si cela dietro la sentenza, è la manifestazione di paura e di estrema fragilità di un potere che può essere messo in discussione dalla determinazione di un solo uomo, che quindi va fermato.
Perché non è permesso parlare di sanità in una Regione che pur spendendo in questo settore, costringe i propri cittadini a farsi curare in strutture nel resto d’ Italia. Stesso discorso per il lavoro, dove alla prassi consolidata del lavoro nero, dello sfruttamento e del clientelismo, Riace riportava quel diritto nella lista delle priorità ineludibili dell’uomo.
Chissà perché, senza fare dietrologia o richiami ad esperienze storiche passate, vengono alla mente le parole lucide del padre dell’anarchismo italiano Errico Malatesta, che quasi si adattano alla perfezione all’esperienza di Lucano, quando affermava: ”Noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza”.
Eppure solo tre anni fa, l’esperienza che si stava vivendo in quello spicchio di Calabria dominato dalla criminalità organizzata, dall’abbandono delle terre, dalla desertificazione sociale, dalla scomparsa della memoria storica, era salutato nel mondo come l’esperimento più riuscito di inclusione e collaborazione fra le diverse etnie degli immigrati e i residenti. Prendeva corpo una forma di vita alternativa che veniva celebrata anche da “News Week” come l’alba di un nuovo giorno, tant’è che Riace da paese rurale morente diventava un albergo-diffuso per l’accoglienza di turisti equo solidali.
E allora, certo, troppi impegni da gestire per il volenteroso Lucano che in breve si è trovato sommerso dalle carte di quella burocrazia che proprio non voleva saperne della sua “visione”, quindi l’asilo multietnico sarà stato pure inaugurato senza le necessarie carte bollate, l’unico ristorante del paese avrà aperto i battenti forse senza aver pagato i tributi comunali per l’insegna. Sicuramente è probabile sia andata così e allora è facile prestare il fianco a chi è disposto a vedere in quei comportamenti disordinati, imprudenti, umorali, il reato di truffa pur di raggiungere il suo scopo.
È vero, le sentenze non si contestano ma è altresì vero che ogni sentenza fa “politica”, rispecchia cioè consapevolmente il sentimento di una parte della nazione, interpreta la voglia della comunità nazionale di vivere una determinata esperienza come propria o lontana e poco condivisibile. Questa sentenza non ha fatto eccezione, fiutando e interpretando al meglio la direzione corrente del vento.

Stefano Ferrarese

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