Miracolo a Le Havre. Una favola moderna che incanta e commuove

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Parlare di un film di Kaurismäki comporta anzitutto una doverosa premessa. Il suo cinema da sempre ci proietta in una dimensione stilizzata, rarefatta e minimalista, i cui personaggi, sgravati dalle interpolazioni della condizione adulta, impassibili e parossistici, caratterizzati da una recitazione “atonale” e votati ad una sorta di genuinità fanciullesca (tra i tanti, Ho affittato un killer), chiusi nei loro silenzi (si pensi a Tatjana) e inadeguati alla vita (vedi Nuvole in viaggio), paiono vivere fuori dal tempo (così per L’uomo senza passato) e completamente avulsi dalla realtà che li circonda (in questo senso anche Miracolo a Le Havre: si pensi a Marcel Marx che si guadagna da vivere facendo il lustrascarpe, in un’epoca in cui le scarpe eleganti sono state ormai quasi interamente soppiantate da quelle, più comode, in tela).

La cifra stilistica del cinema di Kaurismäki pare allora essere la poesia, non la prosa; la favola, non il realismo. Questo, però, e qui siamo alla seconda premessa, non vuol dire che Kaurismäki sia distante dai temi sociali (che anzi nel suo cinema sono costantemente presenti: si pensi al dramma della disoccupazione ancora in Nuvole in viaggio od allo spettro dell’indigenza in Vita da Bohème), ma solo che il suo approccio a questi ultimi è caratterizzato dagli stilemi narrativi di cui sopra si è detto.

Da qui, possiamo finalmente arrivare a Miracolo a Le Havre, che non solo non si discosta dalla precedente filmografia del cineasta finlandese, ma ne rappresenta una sorta di summa. E sì, perché il film di cui parliamo, pur affrontando temi a dir poco “spinosi” – da quello dell’immigrazione, a quello dell’emarginazione; da quello del ruolo sociale che snatura l’uomo, a quello della solidarietà come unica possibilità di salvezza –, lo fa col piglio leggero che gli è congeniale, realizzando un’opera che rappresenta una miscela di dramma e ironia, realismo e finzione, in cui si strizza pure l’occhio a Zavattini (come lo stesso Kaurismäki afferma in un’intervista apparsa qualche giorno fa su Lastampa.it), ma lo si fa sempre restando fedeli al proprio modello ideale.

Il film pare dunque più che l’affresco di una società alla deriva – frantumata dalla contrapposizione fra un mondo opulento ed uno disperato che, a rischio della propria vita, tenta con ogni mezzo di sfuggire alla miseria cui è relegato (in questo caso utilizzando addirittura un container come nascondiglio), sgretolata dalle diseguaglianze fra chi sta bene e chi stenta a sbarcare il lunario (così per i due lustrascarpe che vivono delle briciole di benessere che riescono a raccogliere in strada), minata alle fondamenta dalla totale mancanza di solidarietà verso chi sta peggio (vedi il personaggio del delatore interpretato da Jean-Pierre Léaud) –, pare, dicevamo, una sorta di ipotesi utopica su un diverso mondo possibile, in cui un albero di ciliegio possa fiorire fuori stagione a dispetto delle ferree regole della botanica, un commerciante possa far credito a chi non può permettersi di pagare nonostante quanto imposto dai basilari principi dell’economia (a proposito, nell’intervista citata sopra Kaurismäki afferma anche: “Preferisco i lupi agli uomini pallidi di Wall Street”, se ci fossero dubbi su cosa ne pensi del nostro sistema economico), un commissario possa proteggere un immigrato clandestino in fuga, rischiando di compromettere la propria carriera e contravvenendo così alle rigide leggi del vivere sociale che pongono il successo professionale prima di ogni altra cosa.

L’universo su cui si fonda la cinematografia di Kaurismäki prende allora forma (e sostanza) ed incanta lo spettatore mettendo in scena una storia popolata da personaggi disorientati ma profondamente umani, fragili ma dotati di una straordinaria (e stoica) capacità di “resistenza”, nonostante la condizione di miseria in cui sono calati, poetici nel loro dolore universale e nel loro vicendevole sostegno. E, nel raccontare l’ennesima vicenda di marginalità, il regista mette a nudo, ancora una volta con estrema lucidità, le contraddizioni di una società che pare aver dimenticato (o ricorda bene, ma vuole esorcizzare) i tempi in cui anch’essa era costretta ad emigrare alla ricerca di un futuro migliore o si trovava a dover lottare con l’indigenza ed il bisogno quotidiano. Così, nel film, vediamo poliziotti armati di tutto punto all’apertura del

container in cui sono nascosti degli inermi immigrati clandestini, assistiamo ad uno spropositato dispiegamento di forze per dare la caccia ad un bambino, avvertiamo tutto il peso di una assurda politica della ghettizzazione dello straniero (che non lascia alcuno spiraglio alla integrazione ed alla costruzione di un nuovo tessuto sociale che tenga conto dei mutati assetti geopolitici) e di una legislazione che non solo impedisce a chi sta peggio di trovare rifugio nei paesi più ricchi, ma condanna anche chi è solidale con costoro.
Tra i momenti più felici del film, non si può dimenticare il cammeo dei sacerdoti che discettano del Vangelo, fumando voracemente e facendosi lustrare le scarpe proprio da quegli umili che sono oggetto dei loro elevati discorsi di dottrina evangelica.

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale
: Le Havre – Genere: Commedia, Drammatico – Origine/Anno: Francia, Germania, Finlandia/2011 – Regia: Aki Kaurismäki – Sceneggiatura: Aki Kaurismäki – Interpreti: André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo, Evelyne Didi, Nguyen Quoc Dung, François Monnié, Roberto Piazza, Pierre Étaix – Montaggio: Timo Linnasalo – Fotografia: Timo Salminen – Scenografia: Wouter Zoon – Costumi: Frédéric Cambier

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