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Il treno come simbolo di libertà, il treno che con il suo sferragliare attraversa immense praterie, il treno di Emily Dickinson, di Hawthorne ma anche il treno di Woody Guthrie e Bruce Springsteen, Johnny Cash, Elvis Presley che con la canzone Mistery train dà inizio al rock. Questo e molto altro è quello che abbiamo scoperto e riscoperto guidati dalla voce narrante dell’americanista Alessandro Portelli, con Gabriele Amalfitano alla chitarra, Matteo Portelli alla tastiera e basso, e Margherita Laterza che presta la sua voce a canzoni e letture.

Di Alessandro Portelli abbiamo apprezzato la messe di informazioni che è stato in grado di fornirci senza mai risultare pedante, sospeso tra storia, poesia e immaginario. Complimenti a Gabriele Amalfitano e alla sua voce nera da basso che riesce a passare con eleganza e disinvoltura dal rock, al blues, al folk. Grazie alla precisione di Matteo Portelli, alla bella voce calda e squillante di Margherita Laterza.

Roma, Auditorium Parco della Musica, 06 09 2020
LEZIONI DI STORIA IN MUSICA
MYSTERY TRAIN. UN VIAGGIO NELL’IMMAGINARIO AMERICANO
©Fondazione Musica Per Roma /foto Musacchio, Ianniello ; Pasqualini

È un viaggio come non lo abbiamo mai fatto quello a cui siamo stati accompagnati con Le lezioni di Storia in Musica – Mistery TrainUn viaggio nell’immaginario americano. Spettacolo in serata unica tenutosi l’8 settembre ai Bagni Misteriosi del Teatro Franco Parenti dopo la serata all’Auditorium di Roma.
Non è solo un viaggio poetico. È un viaggio nella storia americana con i suo i sogni, le sue illusioni e contraddizioni. È un viaggio musicale e storico che disvela passioni, avventure individuali e collettive.

Musica, poesia, canzoni ci insegnano come nasce lo stile del fingerpicking. Ci insegnano come nel 1873 il settimo cavalleggeri, sì quello di Custer e del leggendario Arrivano i nostri, arriva a Chicago per fare la guerra agli operai. E sarà nel 1877, solo dopo pochi anni, che lo sciopero partito dai ferrovieri dilagherà in tutti gli States assumendo toni insurrezionali, e verrà spento nel sangue. Verrà soffocato con una tale ferocia che i giornalisti dell’epoca scriveranno che neanche durante la guerra civile hanno assistito a uno scempio simile. La stessa rabbia esploderà poi una manciata di anni più tardi, nel 1893, nella città di Pullman.
È un susseguirsi di proteste quello che ci viene messo sotto gli occhi dalla voce narrante di Alessandro Portelli. Proteste e sangue che sembrano scorrere fino a noi e non volersi arrestare. Sono violenze e sangue che oggi prendono la forma degli interventi omicidi della polizia sulle minoranze e che hanno dato vita al movimento del Black Lives Metter. Aspetto questo di cui ci piacerebbe discutere con l’americanista Portelli.
Di volta in volta alle notazioni storiche si alternano brani musicali diventati ormai patrimonio dell’utopia americana. Ascoltiamo Bound to glory di Woody Guthrie,

This train don’t carry no gamblers
Liars, thieves and big-shot ramblers
This train is bound for glory
This train is bound for glory …
Su questo treno non ci sono imbroglioni, bugiardi, ladri, pezzi grossi, fannulloni, questo treno è bound for glory, questo treno va in paradiso…

Questa canzone racconta le avventure degli hobo, i vagabondi del lavoro nomade, che attraversano il paese senza pagare il biglietto perché assediati da fame e povertà. Gli hobo viaggiano sui tetti dei treni, nei carri merci, sugli assali, cacciati, stanati, uccisi dalla polizia ferroviaria. Ma attraverso Woody Guthrie, che sulla sua chitarra aveva scritto questa macchina uccide i fascisti, gli hobo cantano che non ci sono bugiardi, ladri, fannulloni, sul loro treno, perché quel treno va in paradiso. Canzone struggente e potente ripresa da Bruce Springsteen che cambiando registro dichiara che sì, sul treno ci sono anche puttane, ladri, bugiardi, ma non importa perché quel treno è diretto in paradiso e là non ci sono differenze.
Siamo nel campo dell’arte e basta un cambio parole per modificare il senso, come appare in alcune rivisitazioni dei Rolling Stones che trasformano la desolazione e la tristezza che in certi blues rimane interna al soggetto che canta, e la pongono in un conflitto tra sé e l’esterno.

Tra le canzoni presentate non troviamo solo canti di rivolta. Ci sono anche canzoni più intimiste, ma non per questo meno rivelatrici delle tensioni di un paese alla perenne ricerca di un’identità, e perennemente vittima dell’illusione di averla raggiunta. A questo genere appartiene il bel testo scritto da Utah Phillips.

I look at my brown suitcase
And think of all the places that I’ve been,
Railroad yards and prison guards,
All the dumpy little towns along the stem
And the whispering of the people
As they watch every move that I go through;
I remember all those things,
Mostly I remember loving you.
Guardo la mia vecchia valigia e penso ai posti dove sono stato: i depositi dei treni, le guardie delle prigioni, tutti gli squallidi paesetti lungo la ferrovia, i sussurri della gente che mi guardava passare… Mi ricordo tutto questo, ma soprattutto mi ricordo di avere amato te.

Importante la scelta di non dar per scontato che tutti debbano conoscere alla perfezione l’inglese e capire al volo poesie e canzoni. Grazie a questa valutazione i testi vengono doppiati in tempo reale dalla brava Margerita Laterza, consentendo a tutto il pubblico di seguire i percorsi di senso proposti.

Viaggio intimista, viaggio nelle storie individuali, ma anche viaggio in un paese che svende il suo territorio ai vari Rockefeller, Vanderbilt, Carnegie, che creano le loro fortune costruendo le ferrovie, allorquando il governo garantisce la donazione di un miglio quadrato di territorio per ogni miglio di traversine posate. Così, ognuna di queste poche famiglie si appropria di territori grandi come mezza Europa.

In una serata di lezione e musica apprendiamo i drammi di operai sostituiti dalle macchine. Conosciamo un paese in cui manca un sistema di trasporto pubblico.
Apprendiamo di contraddizioni feroci, della nascita dei ghetti urbani.
Apprendiamo di un paese dove sulla ferrovia si muore. Perché come scriveva David Thoreau È la ferrovia che viaggia sopra di noi, sopra i corpi di tutti quelli, Yankee, irlandesi, neri, immigrati che sono morti per costruirla. È lo stesso Thoreau che dirà per fare cento chilometri ci si mette di più in treno che a piedi. E se uno sprovveduto chiede come sia possibile, visto che a piedi ci si mettono due giorni, basta rispondere che per pagare il costo del treno devi lavorarne tre di giorni.

È un tema che ricorre quello del viaggio. È un tema che assume significati diversi, come ha sottolineato Alessandro Portelli, nel passaggio dai canti degli hobo ai canti di Springsteen. Cantante quest’ultimo che nelle sue canzoni mette in luce la solitudine e la mancanza di interlocutori nei suoi viaggiatori che attraversano l’America, chiusi nelle loro solitudini e nelle loro macchine. Almeno gli hobo erano in tanti sullo stesso vagone e cantavano insieme.
È un viaggio musicale, storico e umano quello che trova la sua appropriata conclusione nella delicata Hobo’s lullaby finale, la delicata e assorta ninna nanna di Woody Guthrie.


I know the police cause you truble
They cause trouble everywhere
But when you die and go to Heaven
You’ll find no policemen there.

So go to sleep you weary hobo
Left the towns drift slowly by
Listen to the steel rails hummin’
That’s a hobo lullaby.
Lo so che la polizia ti crea problemi. Loro procurano grane ovunque. Ma quando morirai e andrai in cielo non troverai di certo sbirri lassù. Ora va a dormire mio stanco vagabondo. Lascia che le città scorrano lentamente. Ascolta il canto d’acciaio delle rotaie. Questa è la tua ninnananna.

È stata un’appassionante lezione. Giustamente lontana da consacrazioni retoriche o facili demonizzazioni della storia americana. Condotta da chi sapeva di che cosa stava parlando, interpretata da chi sapeva che cosa stava suonando e cantando. Un unico appunto. La prossima volta ci aspettiamo una maggior armonia tra docenza e spettacolo. Ma è un appunto da poco, che nulla toglie alla magia dei Bagni misteriosi che fanno da cornice al mistero di un treno che nel nostro immaginario continua ancora oggi ad attraversare l’America.
Gianfranco Falcone

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