Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau: il difficile compito di insegnare a volare

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Candidato agli Oscar 2012 come miglior film straniero, Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau, è un film delicato ed intenso al tempo stesso. Intenso perché mette in scena ben due drammi – con i loro strascichi di dolore e conseguenze -,  delicato perché le emozioni e la psicologia dei personaggi emergono e si delineano a poco a poco grazie ad un attento studio che privilegia l’approccio naturalistico anziché la messa in risalto degli elementi artificiosamente drammaturgici in quanto tali.

Che significa? Semplicemente che la storia avrebbe potuto benissimo reggersi anche senza il particolare degli elementi drammatici, ché essi non sono funzionali allo svolgimento – benché servano a dare profondità e spessore ai personaggi  – e quindi si evita quel che a livello di sceneggiatura è forse il difetto maggiore riscontrabile in un film: l’automatismo narrativo. Il punto di forza del cinema di Philippe Falardeau è infatti l’osservazione e la predilizione per i personaggi tratti dalla realtà, trasferiti sullo schermo quasi in maniera documentaristica. I suoi riferimenti sono per l’appunto Mike Leigh e Ken Loach, registi per cui la realtà ha un valore in quanto tale e non necessità di modifiche sostanziali per risultare allettante.

La vicenda – tratta dall’opera teatrale di Evelyne de la Chenelière, in cui però tutto finiva per ruotare intorno ad un unico personaggio –  si svolge quasi interamente in una classe di una scuola di Montreal (ricostruita sulla base delle tante visitate, così da non perdere mai l’aderenza con la realtà): una mattina viene trovato il corpo di Martine, un’insegnante che si è impiccata e così la scuola si trova a dover affrontare una serie di problemi, non solo di tipo logistico quale dover trovare in tempo breve un sostituto, ma soprattutto di ordine emozionale quale la difficoltà di dover accompagnare i bambini nel difficile percorso della gestione e del superamento del lutto. Si presenta come sostituto un insegnante di origine algerina, Rachid Lazhar (interpretato da Fellag, il noto direttore, attore e regista teatrale appunto di origine algerina), pieno di entusiasmo e disposto a prendere servizio immediatamente. Le cose non saranno però facilissime, intanto perché i suoi metodi di insegnamento della lingua francese sembrano essere troppo rigidi e severi, nonché legati ad una maniera di intendere l’insegnamento ormai sorpassata – o quantomeno diversa da come la intende la comunità di Montreal –   e poi perché, come apprenderemo man mano, egli ha una storia drammatica alle spalle: la sua situazione da immigrato non è ancora regolarizzata ed ha perso l’intera sua famiglia, anch’egli quindi, come i bambini, è alle prese con un proprio dramma privato.

Philippe Falardeau ci tiene però a sottolineare che Monsieur Lazhar non è un film sul lutto, ma su quella complessa entità organica che è la scuolaun microcosmo a tutti gli effetti, specchio delle dinamiche della società stessa – ove avviene l’incontro con un immigrato, portatore di una propria cultura e di una propria sensibilità. Un film sull’integrazione dunque? Certamente, ma non solo. Un film che mostra come essa, l’integrazione, non sia solo un processo definibile tramite la politica o gestibile da norme e leggi apposite, ma avvenga soprattutto nel quotidiano, attraverso la semplice esperienza del vivere insieme, dello stare a contatto nel medesimo luogo, giorno dopo giorno, nella condivisione delle più banali attività. Nel film si parla anche di un altro tipo di integrazione – se così la si può definire –  quella tra mondo dei bambini e mondo degli adulti e relativo passaggio dall’uno all’altro nella maniera più indolore possibile. Anche qui, in questi due mondi a contrasto, abbiamo a che fare con codici linguistici differenti, con visioni e percezioni afferenti i fatti della vita che si distinguono per una diversa capacità di reazione e metabolizzazione e soprattutto con l’osservanza di un apparato di norme che stabiliscono a priori come interagire reciprocamente. Ciò che maggiormente interessa a Rachid Lazhar è riuscire a dotare i bambini di tutti quegli strumenti di cui potranno aver bisogno in futuro e soprattutto riuscire a traghettarli verso quell’altrove indefinito – l’età adulta – in maniera responsabile. Compito che si presenta come particolarmente difficile non tanto per la situazione problematica del lutto – che è un di più – , ma soprattutto a causa delle norme e codici comportamentali che definiscono in maniera rigida le relazioni tra adulti e bambini, tra insegnanti e bambini. Durante il colloquio con i genitori, una coppia redarguisce Monsieur Lazhar in maniera piuttosto decisa rammentandogli che compito di un insegnante è appunto quello di “insegnare, non di educare”, mentre durante una riunione tra insegnanti si menziona il divieto imposto agli adulti di esprimere la propria vicinanza affettiva agli alunni anche in maniera fisica.  Norme e codici comportamentali che problematizzano le relazioni tra adulti e bambini in maniera ulteriore, in primis perché i piccoli non possono aver ancora stabilito i confini del proprio corpo e quindi, se da una parte si rende necessario sorvegliare gesti e contatti da parte degli adulti per scongiurare il rischio pedofilia, dall’altra si rischia anche di finire per tabuizzare ogni spontanea manifestazione di affetto. Così che il tema portante di Monsieur Lazhar sembra essere non solo e non tanto quello dell’integrazione degli immigrati o del superamento del lutto, quanto quello delle difficoltà relazionali tra mondo degli adulti e mondo dei bambini – vero elemento drammaturgico che costituisce il nodo cruciale del film e relativo scioglimento emozionale, affidato al personaggio del piccolo Simon –  ma anche quello del passaggio tra uno stato all’altro, del divenire – dall’età infantile a quella adulta, ma anche dalla vita alla morte, da una stagione all’altra (il film inizia in pieno inverno e termina verso la fine dell’anno scolastico, con l’avvicinarsi della primavera e c’è un significativo insistere sulle condizioni meteorologiche dato da riprese del campo di scuola innevato, delle strade ghiacciate, dei particolari degli indumenti invernali ecc.) – e soprattutto quello di come riuscire a rendere accettabile nella mente di un bambino tutto ciò. Nonostante i film sui bambini – o con i bambini – siano spesso a rischio di retorica o di rappresentazioni stereotipate, Philippe Falardeau riesce invece a farci entrare in maniera assai naturale nel loro mondo senza che si avverta la minima forzatura, con sguardo rispettoso e comprensivo e mettendovi tutta la delicatezza che si potrebbe richiedere a chi è consapevole di star maneggiando una… crisalide (il riferimento non è ozioso). Degna di menzione è la recitazione dei bambini, tra cui spicca quella di Émilien Néron (che interpreta il piccolo Simon), un vero miracolo di bravura ed anche naturalmente dotato di una fisionomia particolare che lo rende adattissimo a fare l’attore e ovviamente la versatilità espressiva del già menzionato Fellag.
Monsieur Lazhar uscirà nelle sale italiane il 31 agosto, io consiglio di segnarvi questa data perché è uno di quei film imperdibili e che continua a crescere nel cuore dello spettatore anche dopo l’uscita dalla sala.

Rita Ciatti

Scheda del Film

Titolo: Monsieur Lazhar  –  Paese : Canada – Produzione:  micro_scope –  Genere: commedia/drammatico – Durata: 94′– Regia: Philippe Falardeau– Sceneggiatura: Philippe Falardeau, Evelyne de la Chenelière (tratto dall’opera teatrale di Evelyne de la Chenelière) –  Fotografia: Ronald Plante – Montaggio: – Stéphane Lafleur– Musica: Martin Léon – Distributore Italia: Officine UBU – Attori Principali: Fellag, Émilien Néron, Sophie Nélisse, Brigitte Poupart, Danielle Proulx, Louis Champagne.

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