Montepulciano d’Abruzzo, molto più che cinquant’anni

bottiglie di montepulciano
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Il Montepulciano D’Abruzzo non ha cinquant’anni ma molti, molti di più [1]. Non ha nulla neanche della Toscana malgrado nel nome ne voglia evocare fasti enoici e notorietà.

Ha una sua storia fatta di difficoltà, a volte serie, per essere nato, coltivato, lavorato e commercializzato in una regione che storicamente ha dovuto farsi largo raddoppiando gli sforzi normalmente necessari. Un vitigno tenace, robusto e non di facile approccio alla beva, se non nel suo prodotto più immediatamente godibile: il Cerasuolo.

Non è stato facilitato per la notorietà dalle proprie caratteristiche racchiuse nei suoi grappoli conici di medie dimensioni. Ha una bacca rossa, ricca di sostanza estrattiva, compatta e stretta in una forma che sembra voglia impedire che se ne violi l’integrità. È stato sempre giudicato difficile da domare in una vinificazione il cui prodotto, mutevole a volte, direi nervoso per natura, quasi come le popolazioni della valli da dove si dice provenga – sottozone Alto Tirino, Terre dei Peligni, Casauria [2] -, ha inizialmente concesso più dolori che gioie. Da quando però valenti vignaioli ne hanno compreso le peculiarità di trattamento è diventato un prodotto di impareggiabile qualità, ribelle ed imponente nelle sue espressioni che possono sublimare, se adeguatamente lavorate, in bottiglie da ricordare che raggiungono facilmente l’eccellenza.

Durante una degustazione chiunque sarà immediatamente colpito dall’aspetto e dal colore del contenuto del calice che lo contiene. Un rosso rubino intenso con sciabolate color mattone per le “riserve” più ricche che preannunciano all’olfatto note robuste di violetta e frutta rossa molto matura che esploderanno poi in bocca. Le percezioni saranno subito avvolgenti, ogni papilla gustativa rileverà una sequenza di gusto che cresce, persiste e si diffonde con variabilità di sensazioni imponenti di frutta rossa inizialmente per poi quasi turbare il riconoscimento in sentori di spezie aromatiche complesse. Non mancheranno caffè, liquirizia e cuoio alla fine con una piacevolissima sensazione di morbidezza, per la malo-lattica, che accompagnerà a lungo il palato in un’armonia appagante.

Tutto arriva da un’uva di montagna quindi, che dalle falde della Majella e del Morrone ha trovato successo di coltivazioni in buona parte nel centro della penisola dove ha portato un grande arricchimento alle varietà contemplate.

Edoardo Valentini
Edoardo Valentini

Per ripercorrerne la storia abbiamo incontrato Francesco  Paolo Valentini, l’artigiano del vino, attuale titolare dell’Azienda Agricola Valentini con il figlio Gabriele. Francesco Paolo è figlio di Edoardo. Fu quest’ultimo, nel 1968, a curare personalmente insieme a Giustino De Cecco, Carmine Festa, e il dottor Arlini, presidente della Commissione del Montepulciano D’Abruzzo, tutto l’iter per ottenere la Denominazione di Origine Controllata di cui ricorre quest’anno il mezzo secolo di vita.
In realtà su questo percorso giunto a favorevole conclusione, si erano intersecate altre iniziative che non ebbero stessa sorte: il tentativo di istruire un consorzio per la tutela del Montepulciano D’Abruzzo (era anche stato coniato il logo dell’iniziativa proposta da Edoardo Valentini: un cardellino) ed il tentativo di restituire al vino, attraverso un altro nome, un’identità che non doveva essere condivisa con la regione Toscana malgrado questo potesse significare, nell’immediato, un positivo riscontro commerciale per la maggiore notorietà dei vini toscani in quel periodo.

Allora erano mosti, quelli del Montepulciano d’Abruzzo, acquistati in quantità per ottenere buoni tagli nobilitanti in colore e sostanza estrattiva per altri vitigni meno dotati da questo punto di vista. Malgrado la nota tenacia di Edoardo Valentini, questi ultimi due tentativi si rivelarono infruttuosi; il Consorzio ebbe vita successivamente nel 2002 con sede in Ortona e un’aquila come simbolo. Ancora oggi si ripropone ciclicamente il vecchio contenzioso sul nome Montepulciano ormai diventato simbolo enologico dell’Abruzzo.

Etichetta del Montepulciano d’Abruzzo DOC

In realtà si è sempre giocato su una profonda verità: si tratta di due vitigni diversissimi, resi ancora più distanti dalle centinaia di anni che ne hanno modificato le espressioni fenotipiche. L’uno, Sangiovese grosso dal quale abbiamo il Nobile di Montepulciano e l’altro il Montepulciano d’Abruzzo che giunge ai tempi nostri nelle sue attuali gettonatissime espressioni fenotipiche di R7 e nuovi cloni della sottozona Terre dei Peligni, ma proveniente da un vitigno diverso: l’Averusto.

È quello che ci dice Francesco Paolo con il quale abbiamo tentato di risalire alle origini scegliendo di far uso solo di notizie documentabili, tralasciando quindi le generiche informazioni, pur contenute nei classici, che però non possono essere attribuite con certezza al vitigno Montepulciano se non avvalorandone la qualità perché proviene da uve di stessi territori, ma non sappiamo se da stessi genotipi.
È sicuramente vero che alcuni indizi ci porterebbero a contemplarne la presenza nei secoli a cavallo della nascita di Cristo. Lo si evince chiaramente dai trattati di Publio Ovidio Nasone, “il vino prepara i cuori e li rende più pronti alla passione” descriveva nel II libro degli Amores 16, 1 – 10 la Valle Peligna fertile di grano e ancor più fertile di uva. Anche Plinio il Vecchio (Naturalis Historiae), Lucio Giunio Moderato Columella (De re rustica), Marco Valerio Marziale ( Epigramma 121 libro 13; 116 libro 14) , avevano considerato i vini abruzzesi e peligni nelle loro opere descrivendone le caratteristiche.

Appunti di un antico quaderno dei Valentini: botte n.4 vendemmia 1898, vigna Cervelletto

Secondo la documentazione e le esperienze dei Valentini però il tutto può essere fatto risalire al 1500 quando i Medici acquisirono possedimenti della famiglia Piccolomini, nell’alto Tirino, e qui impiantarono i primi vigneti di Averusto  che poi generò il Montepulciano Cordisco o tardivo, e che si diffusero subito nell’area Peligna.
In questa Valle il vitigno esplose in un prodotto di successo grazie alle sapienze di produttori che seppero fondere capacità enologiche, uso di botti di legno di ragguardevoli dimensioni, da 150 a 250 ettolitri, a quelle agricole. A quel periodo è da far risalire la notorietà di uve di qualità che ha accompagnato la produzione della Valle Peligna nel corso degli anni mentre nel versante di Torre dei Passeri ci si specializzò più verso la commercializzazione di uve, vini e mosti.

Il torchio in una vecchia cantina Foto in bianco e nero di Ilenia Cardone
Il torchio in una vecchia cantina. Foto Ilenia Cardone

Il mondo del vino però non aveva ancora superato due prove impegnative: l’epidemia di fillossera che partita da fine ‘800 iniziò nei primi ‘900 ad interessare queste zone e a fare ulteriore selezione dei ceppi di Montepulciano, e lo scandalo del metanolo del 1986.
Ad entrambi questi eventi si rispose con il lavoro, la competenza, l’organizzazione agricola che si scoprì poteva garantire conforto alimentare e reddito. Una schiera numerosa di piccoli produttori e commercianti iniziarono ad avere nella cantina al di sotto del piano stradale della loro casa gli spazi necessari alla lavorazione delle uve. Era partita la riscossa del Montepulciano D’Abruzzo sicuramente, ma anche degli altri vitigni. Avere vasche, botti e torchio nella cantina sotto casa era una condizione molto comune e si concedeva la parte eccedente il fabbisogno stimato in famiglia ai cariarelli.
Commercianti per lo più provenienti dalla Campania che durante la vendemmia acquistavano il prodotto per rivenderlo in altre zone in modo da migliorare produzioni a minore qualità. Il Montepulciano stava percorrendo la strada del suo successo. Nel 1968, dopo che da alcuni anni si stava lavorando nella raccolta della documentazione necessaria, grazie a 36 campioni di bottiglie (annate 1958-1962) di Montepulciano d’Abruzzo dell’Azienda agricola Valentini, ad etichetta provvisoria, inviate sotto la diretta responsabilità di Edoardo Valentini al “Comitato Nazionale per la tutela dei vini”, il Montepulciano D’Abruzzo ottenne la sua Doc che quest’anno compie mezzo secolo di vita.

Montepulciano d’Abruzzo bottiglie 1968 per concessione DOC

Questi successi, come evidenziato, hanno un lunghissimo percorso, almeno da quelle prime cultivar del 1500 di Avenusto, poi di Cordisco o Tardivo, e poi da quel Montepulciano della botte n. 4 di castagno di cui si ha documentazione nei quaderni della vendemmia del 4 Ottobre 1898, come riportava il trisavolo del nostro interlocutore, Gaetano Valentini e, come nella verticale del 2014 a partire dal 1880, e poi 1890, e poi 1896 per 31 anni fino a noi con una indiscussa, incredibile, vitalità del prodotto che ha stupito ed emozionato i fortunati partecipanti.

Paragonare i successi attuali, anche internazionali, alle difficoltà della metà degli anni ’90, ottenuti oltre che dai già citati Valentini ma anche dai Masciarelli, Pepe, Montori, Illuminati, San Lorenzo, Bosco, Zaccagnini e via discorrendo, può dare un’idea del lavoro eccellente svolto. Ma non bisogna dimenticare quel popolo lavoratore, silente e quasi sempre anonimo, che si ingegnò sui propri errori e cammin facendo capì che, dopo le iniziali necessità quantitative, era necessario porsi obiettivi di qualità. Li raggiunse.
Adesso occorrerà farsi una ragione di quel nome che comunque, ammesso che dal 1500 parta dall’Averusto di origini toscane, oggi, con la sua evoluzione, fatta da secoli di interazioni genotipo-ambiente, è un prodotto diverso che il mondo dell’enologia apprezza e al quale non potrebbe rinunciare.

Emidio Maria Di Loreto

[1] Il Montepulciano d’Abruzzo, con il mezzo secolo di vita della sua DOC, ha ormai una connotazione importante ed internazionale nel mondo del vino. Malgrado abbia un approccio non facile alla beva, ha raggiunto lusinghieri livelli di apprezzamento e numeri ragguardevoli. Attualmente, secondo il consorzio per la sua tutela, è prodotto in 17.000 ettari di vigneti- su una superficie totale di 32.000- per raggiungere quasi il milione di ettolitri da 200 aziende che producono circa 3,5 milioni di ettolitri . In Abruzzo oltre il 50% delle coltivazioni a vigneti sono di Montepulciano d’Abruzzo se ne deduce che si deve maggiormente al suo apporto il +13% di aumento delle esportazioni di vino nella sua regione per il 2017; http://www.inumeridelvino.it/

[2] DISCIPLINARE DI PRODUZIONE DEI VINI A DENOMINAZIONE DI ORIGINE 
CONTROLLATA “MONTEPULCIANO D’ABRUZZO” Allegato 4 SOTTOZONA TERRE DEI PELIGNI Articolo 9 Legame con l’ambiente geografico A) Informazioni sulla zona geografica.2. Fattori umani rilevanti per il legame……Ma come afferma Franco Cercone nel suo libro La meravigliosa storia del Montepulciano d’Abruzzo, la prima notizia storica sulla presenza del vitigno Montepulciano in Abruzzo, è contenuta nell’opera di Michele Torcia dal titolo Saggio Itinerario Nazionale pel Paese dei Peligni fatto nel 1792 (Napoli 1793)”; https://www.vinidabruzzo.it/ DISCIPLINARE DI PRODUZIONE DEI VINI A DENOMINAZIONE DI ORIGINE 

 

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