Multinazionali al voto e il futuro delle elezioni

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La disaffezione alle istituzioni e la conseguente assenza dai seggi elettorali è un fenomeno molto diffuso e oramai connotante le democrazie liberali. L’astensionismo è talmente elevato che dovrebbe mettere in dubbio la reale rappresentatività degli eletti.

Uno degli ultimi casi più eclatanti sono stati negli USA le Midterm del novembre 2014 quando si votò per il rinnovo della Camera, di un terzo del Senato e per 36 governatori su 50 e «nonostante queste elezioni siano le più care nella storia americana – con una spesa di 4 miliardi di dollari secondo il Center for responsive politics – sono anche le meno seguite dal pubblico. I sondaggi hanno mostrato che l’interesse degli elettori Usa è ai minimi storici, e sostanzialmente inferiore rispetto a quello di quattro anni fa» [1]. Ma soprattutto meno del 40% degli elettori è andato a votare, ancora meno del 45% del 2010. Nelle elezioni del 2014 tra i giovani (18-29 anni) solo il 13% aveva  deciso di andare al seggio  in presenza di temi, in alcuni casi, “compatibili” con la loro attenzioni come la legalizzazione della marijuana o l’innalzamento del salario minimo.

Sarà per questo che il presidente Obama, qualche settimana fa, ha annunciato che sarebbe un’ottima idea rendere obbligatorio il voto, citando l’Australia come uno dei paesi in cui la legge lo prevede. Nel suo discorso ha motivato questa posizione, non chiarendo con quali modalità andrà ottenuta, con il fatto che diminuirebbe il peso del denaro in politica. «La gente che tende a non votare sono giovani, sono di basso reddito, e li si trova più spesso tra gli immigrati e le minoranze. C’è un motivo se esistono persone che voglio tenerli lontano dai seggi» ha precisato il Presidente.
Levata di scudi da più parti ed in particolare da quella repubblicana con a capo il senatore Marco Rubio, candidato alla Casa Bianca che sostiene la libertà del non voto, una scelta del tutto legittima in un paese come gli Stati Uniti. Alcuni esperti hanno immediatamente ricordato che il Primo emendamento della Costituzione difficilmente consentirebbe una disposizione con l’obbligo del voto.
Si è anche osservato che molte delle persone (poveri, poco acculturati, …) a cui fa riferimento il Presidente possono più facilmente essere indotte ad interessarsi di politica con messaggi semplici e brevi come gli spot televisivi e quindi il denaro per la comunicazione politica potrebbe essere addirittura utile [2].

L’uscita di Obama non è nemmeno del tutto estranea alla volontà di recuperare il terreno perduto sul fronte dei consensi visto che spesso una maggiore affluenza alle urne coinvolg più facilmente gli elettori favorevoli al Partito Democratico, come per esempio accaduto nella sua prima elezione.

La ragione profonda dell’astensione, a mio avviso, non è una generica disaffezione o il fatto che, in alcuni paesi, la legge elettorale non agevola o addirittura ostacola il voto [3] ma è l’impossibilità da parte dei rappresentati di incidere sostanzialmente nelle politiche dei loro governi. E questa si che ha a che fare con il denaro.
Martin Gilens della Princeton University e Benjamin I. Page della Northwestern University  nella loro ricerca “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens”  hanno preso in esame le politiche americane dal 1981 al 2002 e quello che ne viene fuori è che «nonostante l’apparente forte supporto empirico in precedenti studi per le teorie della democrazia maggioritaria, le nostre analisi suggeriscono che la maggioranza del pubblico americano in realtà ha poca influenza sulle politiche che il nostro governo adotta. Gli americani godono di molte caratteristiche centrali per una governance democratica, quali elezioni regolari, la libertà di parola e di associazione. Ma noi crediamo che se le politiche continueranno ad essere dominate da potenti organizzazioni imprenditoriali e un piccolo numero di ricchi americani, la democraticità della società americana è gravemente minacciata» [4]. Un dato: anche quando l’80% degli americani era favorevole ad una particolare politica, questa indicazione è stata seguita solo il 43% delle volte; al contrario nel 2008 solo il 23%degli americani avrebbe voluto il salvataggio delle banche che poi è stato fatto [5].

Non so quanto interessato, ma Peter Thiel, cofondatore del sistema di pagamenti PayPal in un discorso ripreso dal Washington Post e commentato da M. Krieger sul suo blog ha dichiarato che «il sistema che abbiamo è tale per cui il potere è sempre più concentrato in agenzie non democratiche, tecnocratiche» e che «definire la nostra società una democrazia è molto fuorviante». Tra le agenzie mette in primo piano la Federal Reserve che, commenta Krieger , «è davvero un ente pubblico o è un cartello bancario che agisce in collaborazione con il governo degli Stati Uniti? Chi lavora veramente per la Federal Reserve? Cura gli interessi degli oligarchi finanziari o della classe media?» [6]. Comunque Thiel dovrebbe ripensare anche al suo ruolo e al mondo delle multinazionali.

Da tempo Giorgio Galli segnala il declino delle valenza delle elezioni, un’invenzione che, «dal XVII secolo in poi, ha accompagnato, come momento cruciale della democrazia rappresentativa, la costruzione dell’egemonia planetaria dell’Occidente». Riprendendo l’editoriale di Limes di ottobre ci ricorda il mondo può non appartenere più agli Stati nazionali o «alle loro costellazioni come l’Unione europea […] culle dei sistemi elettorali, basi della democrazia rappresentativa, mentre il futuro sarebbe delle città globali dell’altrettanto globale capitalismo finanziario delle multinazionali» [7].
Un rimedio al declino del voto e al dominio delle multinazionali ci sarebbe e ce lo suggerisce sempre Galli: applicare l’invenzione delle elezioni al «potere economico». Non so se Thiel a questo punto sarebbe d’accordo.
Pasquale Esposito

[1] “Midterm Usa 2014, l’interesse degli elettori ai minimi storici”, www.lettera43.it, 4 novembre 2014
[2] Ilya Somin, “Obama suggests mandatory voting is a good idea”, www.whashingtonpost.com, 19 marzo 2015
[3] Per una prima analisi del meccanismo di voto negli USA cfr. Valerio Pierantozzi, “Quanto poco è democratico il sistema elettorale americano!”, www.eastjournal.net, 16 ottobre 2012
[4] “Gli Usa non sono una democrazia ma un’oligarchia“, www.lantidiplomatico.it, 18 aprile 2014
[5] “Gli Usa non sono una democrazia ma un’oligarchia“, ibidem
[6] “Il cofondatore di PayPal Peter Theil spiega perché la democrazia negli Usa è morta”, www.lantidiplomatico.it, 7 aprile 2015
[7] Giorgio Galli, “Oriente e Occidente”, Linus, novembre 2014, pagg.30-33

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