Muse. The Resistance. Melodie rock e progressioni sinfoniche

Muse Resistance
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Gli amanti del rock più o meno tradizionale dovranno fare poca resistenza se vogliono provare a godersi e a comprendere il nuovo lavoro dei Muse. Come annunciato nei mesi precedenti dalla stessa band c’è tanto suono orchestrale in questo lavoro al quale hanno partecipato alcune decine di musicisti a supporto.
Il disco è stato mixato da Mark Stent già collaboratore a vari livelli di numerosi artisti dai Depeche Mode agli Oasis, da Madonna ai Massive Attack solo per citarne alcuni. Le registrazioni invece si sono tenute in Italia tra il lago di Como e Milano.

Muse ResistanceGiunti al quinto album in studio, i Muse si presentano con un progetto dove la loro tendenza ad andare oltre i confini del rock si accentuata ampliando le proprie inclinazioni. Forse perché la produzione è rimasta completamente nelle loro mani evitando di confrontarsi con il produttore di turno. <<Ammettiamolo, molti dei nostri produttori passati non ci avevano capito veramente…ci avevano spinto a fare cose, o almeno alcune cose, che non erano del tutto nostre. Stavolta invece quello che si può sentire sono al cento per cento Muse, su questo non c’è dubbio>>, dichiarava nell’intervista al Mucchio Selvaggio il batterista Dominic Howard [1].

Matthew Bellamy conferma, in un’altra intervista, queste limitazioni anche se non le collega alla produzione: <<era come se imponessimo da soli certe restrizioni. Ma ora è arrivato il momento di mostrarci in tutta la nostra complessità. Prendi un pezzo come United States of Eurasia: drammatico, teatrale, un po’ Queen, un po’ Chopin. Magari suonerà ridicolo. Perché c’è così tanta roba insieme…>> [2].

Howard racconta come in studio la quasi totalità delle prove sono strumentali cioè senza la voce di Bellamy che canticchia mentalmente consentendo un’attenzione certosina agli strumenti. E a proposito di come si compone l’alchimia del suono del gruppo, Christopher Wholstenholme spiega che le modalità con le quali Bellamy suona la chitarra lasciano molto spazio alla batteria e al basso tanto da consentirgli sperimentazioni quasi mai consentite in un gruppo rock dove lo strumento funge da sostegno [3].

Tante peculiarità distintive. Sempre Howard sostiene che si sentono <<quasi un caso a parte>> rispetto alle bande britanniche che lasciano la scena velocemente, mentre loro continuano a suonare senza preoccuparsi di limiti di genere e con naturalezza [4].
Resistenza è un titolo dato per sottolineare le proteste e le rivolte per ingiustizie che in questi ultimi tempi hanno visto diffondersi in tutto il pianeta. I primi tre pezzi ne sono la migliore testimonianza mostrando una concretezza maggiore rispetto ai testi soliti. E magari le rivoluzioni possono avverarsi senza spargimenti di sangue.

John Vignola non si esalta per questo lavoro. Le perplessità sono espresse nella parte finale quando il gruppo si priva <<di uno dei suoi connotati più importanti, ovvero l’energia>>. La novità è la semplificazione di diversi brani con intromissioni pop in Uprising (simile a Call Me dei Blondie), la <<leggerezza delle forme>> di Undisclosed Desires o nei passaggi fra Wagner e Chopin (Exogenesis) o Freddie Mercury e Tom York [5].

Madeddu con un giudizio <<cerchiobottista>>, anche se positivo, lascia all’ascoltatore la posizione da assumere di fronte a questo disco. Ascoltando i brani spesso accade che i Muse cambino in corsa lo spartito e questo potrebbe essere un banale mescolare le acque oppure inversione geniale. Unnatural Selection <<organo da chiesa, poi il riffone – che piace, eh! – quindi, dal nulla, due minuti di bluesaccio slow per poi tornare compiaciuti ma senza un perché al tema iniziale>> oppure Mk Ultra che parte con un <<synth molto ’80 poi no, basta, mano al chitarrone >>. Sembra essere su un ottovolante dove i saliscendi sono la melodia e architetture sonore sofisticate. I tre movimenti sinfonici di Exogenesis evocano Pink Floyd e Yes con un filo di Beethoven [6].

Nella sua recensione Sibilla pone l’accento sull’ennesima prova di coraggio che il gruppo riesce a dare di sé. Un disco riuscito non solo per la capacità di fondere il prog-rock alla musica classica evidentissima nei componimenti finali. Anche se <<il vero punto focale di The resistance è Undisclosed Desires, canzone completamente priva di piano e chitarre, totalmente “contemporary” e lontana mille miglia da quella classicità sbandierata in altri punti del disco>> [7]. Non vi curate di noi e ascoltate.

Ciro Ardiglione

genere: rock
Muse
The Resistance
etichetta: Warner
data di pubblicazione: 11 settembre 2009
brani: 11
durata: 54:20
cd: singolo
[1] Si tratta dell’intervista concessa dai Muse a Damir Ivic in Il Mucchio Selvaggio, settembre 2009, pag. 44
[2] Manlio Benigni, “Come cigni neri”, Rolling Stone, settembre 2009, pag. 94
[3] Damir Ivic in Il Mucchio Selvaggio, settembre 2009, pag. 46
[4] Manlio Benigni, “Come cigni neri”, Rolling Stone, settembre 2009, pag. 94
[5] John Vignola, Il Mucchio Selvaggio, settembre 2009, pag. 75
[6] Paolo Madeddu, Rollin Stone, settembre 2009, pag. 96

[7] Gianni Sibilla, www.rockol.it, 14 settembre 2009

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