Mutilazioni genitali femminili, violenza inaudita contro le donne

donne mutilazione spilla fibula
history 4 minuti di lettura

Dopo la Nigeria, che ha firmato un disegno di legge nel 2015, anche la Somalia si avvia a rendere la mutilazione genitale femminile una pratica illegale.
Secondo il rapporto diramato dall’Unicef nel corso della Giornata Onu contro le mutilazioni genitali femminili, nel mondo sarebbero circa 200 milioni le donne vittime di questa barbarie. L’Organizzazione mondiale della sanità avverte che ci sono circa 3 milioni di donne a rischio nei prossimi dieci anni.
Molte sono le organizzazioni (Amnesty International, Actionaid, Amref, Non c’è pace senza giustizia) e i movimenti per l’emancipazione femminile che si battono per bandire questa vergognosa pratica diffusa soprattutto nel continente africano, in alcuni stati del Medio Oriente e in qualche comunità del sud est asiatico. Molti sono i paesi, tra cui l’Italia, che hanno lanciato campagne di sensibilizzazione e lotta. Nel 2012 anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione sulla messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili.
Ma cosa sono, cosa si nasconde dietro il freddo acronimo di MGF? Leggere la descrizione fa accapponare la pelle, ma conoscerne il significato è l’unico modo per inorridire davvero e sensibilizzare le coscienze verso un rifiuto della pratica.
Con MGF s’intendono tutte quelle pratiche rivolte a rimuovere, totalmente o parzialmente, i genitali femminili esterni. La più diffusa è l’infibulazione che consiste nell’asportazione della clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali e parziale cucitura della vulva per permettere solo la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. La sua pratica è antichissima e poco ha a che vedere con la religione. Con la parola latina “fibula” si indicava infatti la spilla che serviva per tenere agganciata la toga degli antichi romani, i quali la utilizzavano anche per evitare che le mogli avessero  rapporti illeciti in loro assenza. L’organo genitale femminile veniva cucito proprio per mantenere intatta la purezza della donna già da Fenici, Egizi, Ittiti ed Etiopi.
E a secondo della tradizione cambia l’età in cui le mutilazioni vengono inflitte. Neonate in Nigeria, adolescenti in Uganda e bambine in Somalia. Bambine dai 4 agli 11 anni di età. In questa terra  il 95% delle donne ne sono state vittime, tanto da essere tristemente rinominata come “il paese delle donne cucite”.

Le conseguenze delle mutilazioni sulle donne sono gravissime.  Nell’immediato il rischio di infezioni ed emorragie porta a volte alla morte.  Chi sopravvive e convive con lo shock subito è soggetta a cisti, dolori e difficoltà nei rapporti sessuali. Per chi rimane incinta il rischio di morte si sposta in sala parto e minaccia sia la madre che il figlio.
In Italia l’infibulazione è un reato punito con il carcere dai 4 ai 12 anni. Una legge del 2006 regola le misure necessarie per prevenire e reprimere le pratiche di mutilazione genitale femminile poiché violazioni dei diritti fondamentali all’integrità della persona e alla salute di donne e bambine.
Fortunatamente alcune tradizioni le abbiamo abbandonate  e ci siamo evoluti rispetto agli antichi romani. Ma le MGF ci riguardano comunque perché sono un problema umanitario che trascende le frontiere degli stati e delle culture e non è limitato a coloro che le subiscono. In 6 anni tra gli immigrati che abbiamo accolto nel nostro paese e che ne sono diventati parte, sono state registrate 957 donne mutilate. E il rischio è che queste usanze vengano mantenute e tramandate. Sono radicate nelle usanze locali, sono parte integrante delle volontà identitarie delle comunità e ne segnano l’appartenenza. Alcune “madri” ne reclamano il diritto verso le figlie. Non è facile per loro capire quanto siano finalizzate a garantire docilità e fedeltà sessuale, sudditanza al maschio dominatore. Per loro è un segno di appartenenza che educa il desiderio sessuale e il rischio di infedeltà, oltre a preparare ai dolori del parto. Nessun uomo sposerebbe una donna non tagliata. E’ un disonore.
Dall’altra parte ci sono loro, quelle che si sono ribellate, quelle che lottano per informare e sensibilizzare le coscienze. Quelle che dicono no.
Waris Dirie, una ex modella somala che è sopravvissuta all’infibulazione a soli 13 anni e che da allora si è battuta contro la tradizione. A lei si ispira Il fiore del deserto, film da poco uscito dalle sale cinematografiche.
Nice, una donna Masai che è sfuggita alla mutilazione prevista per lei a 8 anni  e che da allora combatte la sua battaglia di villaggio in villaggio per parlare con le madri “tagliatrici”. A luglio incontrerà Obama in occasione del Mandela Washington Fellowship, la borsa di studio per i Giovani Leader Africani voluta proprio dal Presidente. Gli chiederà di unirsi alla lotta.
Ifrah Ahmed, la donna somala vittima della tradizione che, grazie al suo impegno di sensibilizzazione, ha portato il primo ministro somalo a firmare la petizione che metterà al bando l’infibulazione.
Il problema è antico e di grande attualità. Fino a che punto le culture devono essere tutelate, la diversità riconosciute, rispettando anche gli altri diritti fondamentali come quello delle donne a essere considerate persone libere ed uguali agli uomini?
Federica Crociani

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: