Nagorno-Karabakh: nessuna azione diplomatica, solo guerra

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bandiera Nagorno Karabakh

La guerra in corso tra azeri e armeni nella regione autonoma del Nagorno-Karabakh rischia di durare a lungo. Ma non possiamo solo dare spazio alla narrazione delle ragioni degli uni e degli altri che sostengono la guerra. Vorrei invece partire dalla segnalazione di una narrazione diversa, di pace scritta da Bahruz Samadov che chiude un suo articolo dicendo: «anche noi che ci opponiamo alla guerra dobbiamo essere pronti alla compassione. La sofferenza di entrambe le nazioni durerà a lungo. E dobbiamo comprendere la sofferenza delle nostre comunità e sostenerle, lavorando instancabilmente per la pace, anche se veniamo rifiutati. Dobbiamo dimostrare compassione e pazienza e ricordare: il trauma rimane con noi» [1].
Senza il risveglio di sentimenti pacifisti, che sembrano presenti in maggioranza solo tra gli armeni e gli azeri all’estero, all’interno delle rispettive nazioni le probabilità di giungere ad un accordo di pace sono ancora più scarse.

La guerra in Nagorno-Karabakh si è inasprita in questi giorni e difficilmente troverà uno sbocco perché è diventato un campo di battaglia tra opposte rivalità già in atto da alcuni anni in altri teatri di guerra come Siria, Libano, Yemen.

Nagorno-Karabakh: quando comincia la guerra
Dobbiamo tornare al tempo del URSS per trovare le ragioni di una disputa territoriale finita in guerra (1992-1994), preceduta da molti episodi di violenza nei confronti delle due popolazioni e senza che sia mai stato firmato un accordo di pace ma un semplice cessate il fuoco.
Mosca aveva deciso di includere questa regione a maggioranza armena all’interno dell’Azerbaigian sovietico. Con il crollo dell’Unione Sovietica iniziò la guerra che provocò circa 30.000 morti e oltre un milione di sfollati. Le forze russe sostennero l’Armenia che occupò il territorio, incluse alcune aree circostanti obbligando centinaia di migliaia di azeri ad abbandonare le loro abitazioni, fino a quando a Mosca decise del cessate il fuoco. Un cessate il fuoco che spesso non è stato rispettato e il conflitto è ripreso più volte come nel 2016 quando ci furono oltre cento morti.

Sono venticinque anni che si tentano negoziati ma non ci mai state soluzioni concrete questo perché entrambe i contendenti non riescono a fare concessioni, ad iniziare dall’Armenia che dovrebbe arretrare su qualche territorio e l’Azerbaigian che ha sempre avuto posizioni bellicose soprattutto con il crescere della sua forza economica e militare.

Giorgio Comai scrive che «nonostante vi sia da anni un generico consenso sugli elementi principali di un potenziale accordo di pace – ripristino del controllo dell’Azerbaijan sui territori adiacenti all’ex regione autonoma del Nagorno Karabakh, status ad interim per quest’ultima, ritorno degli sfollati, e forze di pace internazionali a tutela dell’accordo – oltre venticinque anni di negoziati non hanno portato alcun risultato tangibile» [2]. In più le due parti hanno continuato ad assumere posizioni e a mettere in campo azioni che hanno reso ancora più complicato il tutto.

L’escalation del 27 settembre che ha già visto centinaia di morti anche tra i civili, inizia con le solite e reciproche accuse di aver messo mano alle armi solo in risposta all’altro. E così sono iniziati bombardamenti con l’artiglieria, i droni e gli aerei e si inizia a parlare delle famigerate bombe a grappolo. Il conflitto si allarga e così già nei giorni scorsi «la seconda città dell’Azerbaigian, Ganja, è stata bombardata dalle forze armene. Le autorità azere hanno denunciato il lancio di una pioggia di missili sulla città, 330mila abitanti, che dista appena 100 chilometri dalla capitale del Nagorno-Karabakh. L’apertura del fuoco nel territorio dell’Azerbaigian da parte dell’Armenia è una chiara provocazione e espande la zona delle ostilità”, ha detto il ministro della difesa azero. Da parte loro le autorità armene hanno spiegato che l’attacco, essenzialmente contro l’aeroporto militare di Ganja, è stato una risposta all’offensiva su Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakah, perpetrata dalle forze azere. Le parti in conflitto si accusano reciprocamente di aver attaccato anche obiettivi civili, accuse che sia gli azeri che gli armeni respingono» [3].

Il rischio di una catastrofe umanitaria è elevato ed è aggravato da popolazioni che già soffrono per l’epidemia da coronavirus.

Come dicevamo oltre alle ragioni di fondo di questo conflitto, ora si è aggiunto un elemento nuovo: l’allargarsi agli interessi diretti e indiretti di altre nazioni, prima fra tutte la Turchia che ha uomini e mezzi già impiegati nella guerra. Lo stesso Macron ha sostenuto jihadisti siriani manovrati dalla Turchia sono arrivati a Baku dalla città turca di Gaziantep e aveva invitato la Nato a tenere d’occhio Ankara.
Mi sembra che questo interventismo turco sia parte di un progetto di espansione neo-ottomana che sta perseguendo Recep Tayyip Erdoğan che tuona contro l’occupazione dei territori del Nagorno-Karabakh da parte armena ma dimentica che molto dei suoi interventi dalla Siria alla Libia alle esplorazioni nel Mar mediterraneo siano atti fuorilegge.
Nel Caucaso, la Turchia prova ad espandere la sua sfera d’influenza ai danni della Russia che in questo caso deve guardarsi nel giardino di casa. La Russia finora è stata l’unica potenza a poter far sedere al tavolo dei negoziati le parti in guerra, ma adesso potrebbe essere più difficile mentre la diplomazia turca chiede il ripristino dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian.
La Turchia è in strani rapporti con la Russia. Compra missili da Mosca pur essendo un membro della Nato, si scontra in Libia e in Siria con la Russia ma alla fine trova accomodamenti per le reciproche sfere d’influenza. Secondo Pierre Haski, Erdoğan «vuole che la Turchia sia considerata una potenza a sé stante, emancipata da un occidente che non la attira più. Il Caucaso è solo l’ultimo teatro di questa strategia, con il rischio, in questo caso, di provocare un po’ troppo la potenza russa. La soluzione o il proseguimento del conflitto nel Nagorno Karabakh dipenderà più da Putin ed Erdoğan che da Erevan e Baku» [4].
Ma questo è un gioco pericoloso perché un conto è la Siria o la Libia, tutt’altra faccenda è il Caucaso e la Russia potrebbe alzare il tiro negli altri paesi dove si stanno confrontando. Oppure come spiega Jeffrey Mankoff, «Ankara probabilmente vede il suo coinvolgimento nel Nagorno-Karabakh in parte come merce di scambio non solo nel Caucaso, ma nella sua più ampia rivalità con Mosca» [5]
E poi ci sono altri attori che, sia pur un po’ più defilati, sono entrati nella congerie di interessi che agitano le acque e che complicano le possibilità di un accordo più duraturo. L’Iran che chiede l’integrità territoriale dell’Azerbaigian e ha avvertito le parti di non poter sopportare altri sconfinamenti sul suo territorio, la Georgia e come spiega Alberto Negri Israele che «non fornisce soltanto armi in cambio di petrolio ma si serve dell’Azerbaijan come punto di osservazione dell’intelligence per tenere d’occhio la repubblica islamica iraniana dove è bene ricordare il 20-25% della popolazione è di origini azere» [6].
E agli USA questo stato di cose potrebbe andar bene.

L’Europa? Non ha mezzi e organizzazione e nemmeno interessi ad infilarsi in un possibile ginepraio a maggior ragione senza una politica estera unica e chiara. Di fatto nessuna azione concreta che riguarda tutta la diplomazia internazionale, «nessuna missione diplomatica d’emergenza, nessun summit , nessuna effettiva pressione sulle parti, nessuna reale offerta di sostegno al processo di pace. Questo silenzio pressoché totale da parte della diplomazia non può che rafforzare l’idea già forte a Baku che sia inutile sperare di ottenere alcunché attraverso negoziati e mediazione internazionale; è un silenzio quindi che contribuisce attivamente alle dinamiche distruttive in atto in questo conflitto» [7].
Pasquale Esposito

[1] Bahruz Samadov, “Armenia/Azerbaijan: dalla parte della pace, nonostante tutto”, https://www.balcanicaucaso.org/aree/Azerbaijan/Armenia-Azerbaijan-dalla-parte-della-pace-nonostante-tutto-205359, 5 ottobre 2020
[2] Giorgio Comai, “Nagorno Karabakh: il perché di una guerra”, https://www.balcanicaucaso.org/aree/Nagorno-Karabakh/Nagorno-Karabakh-il-perche-di-una-guerra-205383, 6 ottobre 2020
[3] Gioia Salvatori, “Nagorno-Karabakh: il conflitto ormai investe le più importanti città”, https://it.euronews.com/2020/10/04/il-nagorno-karabakh-chiede-il-riconoscimento-dell-autonomia-mentre-continuano-gli-scontri, 4 ottobre 2020
[4] Pierre Haski, “Russia e Turchia si sfidano nel conflitto del Nagorno Karabakh”, France Inter, Francia, traduzione di Andrea Sparacino, https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/09/30/russia-turchia-nagorno-karabakh, 30 settembre 2020
[5] Jeffrey Mankoff, “Why Armenia and Azerbaijan Are on the Brink of War”,
https://www.foreignaffairs.com/articles/turkey/2020-10-01/why-armenia-and-azerbaijan-are-brink-war, 1 ottobre 2020
[6] Alberto Negri, “La nuova guerra del Sultano della Nato”, https://ilmanifesto.it/la-nuova-guerra-del-sultano-della-nato/, 4 ottobre 2020
[7] Giorgio Comai, ibidem

 

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