Natura matrigna? No deregulation politica

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La frana in Val Ferret, a nord della conca di Courmayeur che si dispone ai piedi del massiccio del Monte Bianco costituendone, insieme alla Val Veny, il suo limite geografico orientale, che uccide una coppia di turisti e l’esplosione dell’autocisterna sul raccordo autostradale di Bologna, all’altezza di Borgo Panigale, che ha visto vittima l’esperto autista trasportatore di materiali infiammabili, hanno qualcosa in comune e non ci si riferisce alla fatalità, alla carenza di tecnologia sui TIR o all’insufficiente monitoraggio del territorio.

L’elemento unificante i tragici episodi è, paradossalmente, la divaricazione tra “natura” e “cultura”; è evidente l’assoluta indifferenza ed incuria politiche nella salvaguardia minima degli ambienti di vita e della salute pubblica. Basterebbe investire risorse ed applicare la disciplina sulla tutela e uso del territorio, normative introdotte da decenni relative al Codice dei beni culturali e del paesaggio che affida ai Piani territoriali paesistici regionali, con l’individuazione delle “unità di paesaggio”, il compito di definire gli obiettivi e le politiche di tutela e valorizzazione del paesaggio, con riferimento all’intero territorio regionale, compresi le periferie metropolitane ed i centri storici, quale piano urbanistico-territoriale avente specifica considerazione dei valori paesaggistici, storico-testimoniali, culturali, naturali, morfologici ed estetici. L’imprenditoria selvaggia e la corruzione politica facciano un passo indietro definitivo!

Frane, alluvioni, allagamenti, smottamenti e poi, all’opposto, arsura, siccità, secco e perdite idriche incontenibili caratterizzano pressoché tutta la penisola, isole comprese. I risultati sono altrettanto chiari: rischi altissimi in alcune aree, eventi calamitosi eccezionali, perdite di vite umane e di denaro pubblico impiegato in modo maldestro.

Alla quasi atavica, quella del governo del territorio (l’Associazione nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue, ad esempio, è preoccupata dal concreto rischio di restituire miliardi di euro all’Unione europea, destinati alla realizzazione di infrastrutture, i cui cantieri sono fermi per lungaggini burocratiche, mentre si avvicina il termine ultimo per l’ultimazione e la rendicontazione delle opere, fissato al 2023; complessivamente, sono a disposizione c’è 1 miliardo e 300 milioni di euro da investire nella sistemazione del territorio: dalla salvaguardia idrogeologica alla infrastrutturazione irrigua), situazione di deregulation governativa, s’aggiunge l’accentuazione di processi storici nella trasformazione del nostro territorio, che continuano a causare la perdita di una risorsa fondamentale, il suolo, con le sue funzioni e i relativi servizi ecosistemici (Rapporto ISPRA 2018).

L’impatto della crescita della copertura artificiale del suolo, con particolare attenzione alle funzioni naturali perdute o minacciate manifesta la rimozione dall’agenda politica della tutela del patrimonio ambientale, del paesaggio e del riconoscimento del valore del capitale naturale che sono compiti e temi che europei, fondamentali alla luce delle particolari condizioni di fragilità e di criticità climatiche del Bel Paese. Inoltre, i dati di quest’anno mostrano ancora la criticità del consumo di suolo nelle zone iperurbane e urbane a bassa densità, in cui si rileva un continuo e significativo incremento delle superfici artificiali, con un aumento della densità del costruito a scapito delle aree agricole e naturali, unitamente alla criticità delle aree nell’intorno del sistema infrastrutturale, più frammentate e oggetto di interventi di artificializzazione a causa della maggiore accessibilità; i dati confermano l’avanzare di fenomeni quali la diffusione, la dispersione, la decentralizzazione urbana da un lato e la densificazione di aree urbane dall’altro. Tali processi riguardano soprattutto le aree costiere mediterranee e le aree di pianura, mentre al contempo, soprattutto in aree marginali, si assiste all’abbandono delle terre e alla frammentazione delle aree naturali (Rapporto ISPRA 2018).

È opportuno ribadire, infine, il ruolo nefasto dell’industria automobilistica a fronte delle funzioni produttive dei suoli che sono inevitabilmente perse, così come la loro possibilità di assorbire CO2, di fornire supporto e sostentamento per la componente biotica dell’ecosistema, di garantire la biodiversità e, spesso, la fruizione sociale. L’impermeabilizzazione deve essere, per tali ragioni, intesa come un costo ambientale, risultato di una diffusione indiscriminata delle tipologie artificiali di uso del suolo che porta al degrado delle funzioni ecosistemiche e all’alterazione dell’equilibrio ecologico (Commissione Europea, 2013). Tutto inutilmente conosciuto, tutto accuratamente evitato d’affrontare da chi ha avuto responsabilità governative, fino all’attualità di un “cambiamento” evocato, ma invisibile ai più.
Giovanni Dursi

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