Navigare dall’Odissea a internet, sempre un viaggio verso terre incognite

Irlanda del Nord contea di Antrim Ballycastle
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Navigare: dall’Odissea a internet, usiamo sempre lo stesso verbo per raccontare il viaggio verso “terre incognite”. A ogni nuovo passo, sembra forte l’esigenza di servirsi almeno di un’immagine già nota.
Ogni “folle volo” racconta, in realtà, della paura di perdere la rotta e non poter più tornare al porto di partenza. O siamo attratti piuttosto dalla possibilità di perderci senza alcun rimpianto?


Colori falsati – veduta mare. Foto Enzo Papa
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Quando una nuova impresa ci chiama, le parole sorgono dal profondo e sentiamo l’eco di antiche emozioni.
Per descrivere ciò che ancora non ha nome, prendiamo in prestito una parola antica e familiare che ci aiuti a comprendere le emozioni confuse che ci attraversano.
Le parole sgorgano da una pietà comune, da un’esperienza che ci chiama tutti in causa e ci sentiamo un poco meno soli.
Nuovi eroi e nuovi esploratori sono raccontati con modi antichi.
Nuovi mari sono solcati con nuovi mezzi, e la voglia di conoscenza ci spinge ancora oltre il noto e oltre le nostre paure.
Col passare del tempo si apprende a essere modesti anche nell’uso delle parole. In pratica aumenta la consapevolezza che le parole non appartengono a chi le usa: esse vengono da lontano e vanno più lontano.


Senza tempo. Foto Enzo Papa
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Non c’è alcuna pretesa di essere esaustivi: seguiamo, invece, limitate suggestioni. Ognuno potrà far riferimento alle proprie letture, agli eroi e ai racconti che più ha amato. Nell’ideale carrellata che ogni lettore potrà creare, ci saranno punti comuni e sorprese inattese. Tutte le storie, tutti i racconti, tutti i versi, tutti gli autori, tutte le parole illustrano, però, un unico orizzonte: il mare come suggestione per raccontare umanissime paure e incolmabili incertezze.

Il fascino lontano dell’ignoto si perde?
L’estenuante lotta per inquadrare la longitudine, le imprese dei costruttori di orologi sempre più precisi, l’errare naufragante di uomini che perdevano la rotta, il flebile segnale di marinai in pericolo appartengono per sempre al nostro passato?
Imprese eroiche, mostri, carte, portolani, sestanti, bussole e altri mille strumenti hanno ceduto il passo alla potenza degli strumenti?
Pochi anni fa, abbiamo appreso che il codice Morse è andato in pensione, superato e dimenticato da tecnologie satellitari capaci di approssimarsi all’obiettivo con uno scarto di pochi metri.


Senza tempo – pescare. Foto Enzo Papa
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Ancora un briciolo di commozione ci prende, pensando alle barche e alle navi con le quali gli uomini che ci hanno preceduto hanno sfidato oceani e alte onde.
Erano folli o coraggiosi? Li sentiamo ancora vicini, li sentiamo presi da una strana malattia.
Poche parole ci ricordano che Ulisse si annida in ognuno di noi e che le variazioni sul tema sono un indice del nostro avanzare nel tempo.
Più volte siamo ritornati a leggere l’inesauribile figura di questo greco che viaggia verso casa: con le variazioni di questa figura da Omero a Joyce, abbiamo interpretato epoche lontane e vicine.

Il passato non è dimenticato: il passato continua a vivere nelle nostre parole, nelle nostre azzardate metafore. Una rivincita di quelle cose che ci lasciamo alle spalle, credendole a volte silenziose.
Dalle radici, dai depositi che la storia umana ha creato, abbiamo assorbito parole antiche per descrivere imprese nuove.

Nei cieli abbiamo imparato a parlare di astro-navi e di astro-nauti; nei cieli abbiamo imparato a navigare, cercando forme di vita ignote, carte spaziali, pianeti amici e così via.
L’Odissea, dal mare, si è trasferita nel cielo; gli spazi cosmici sono stati descritti come mari senza fine e senza rotte apparenti.
Un solo esempio può bastare per tutti; un solo capolavoro ha aperto il cammino a tanti altri racconti: 2001: Odissea nello spazio – 1968 – Stanley Kubrik

E nella nostra epoca, il popolo di internet ancora una volta racconta la propria esperienza di inter-nauti chiamandola navigazione.
Alle prese con nuove terre incognite, ricorriamo allo stesso armamentario d’immagini di secoli e secoli addietro.
A ogni svolta della storia, parliamo la stessa lingua dei nostri avi navigatori e sentiamo le stesse ansie, le stesse paure, gli stessi entusiasmi che essi sentirono al cospetto del mare.

Tra le promesse dell’Apocalisse di Giovanni c’è anche quella che nello stato messianico non ci sarà più mare. Questo tipo di speranza può acquisire un senso se comprendiamo come mai l’uomo, un essere che vive sulla terraferma, raffigura il proprio stato nel mondo attraverso le immagini della navigazione.
Il mare si propone come grande campo metaforico dell’esperienza umana.

Questa rappresentazione della condizione umana poggia su due condizioni: il mare deve essere sentito come spazio per le imprese umane; il mare deve essere demonizzato come sfera dell’imprevedibilità, dell’anarchia, del disorientamento.
A queste due opposte idee, si aggiunge la consapevolezza della violazione di un elemento precluso: il cielo (Icaro), il fuoco (Prometeo) e il mare (il naufragio) dovrebbero essere guardati con sospetto da chi è chiamato a vivere con i piedi ben saldi sulla terra, unico elemento consentito.

Il gesto temerario del navigante rasenta sempre la pazzia (il folle volo), e il giudizio sulle imprese nautiche non può essere separato da una sorta di commiserazione.
Il confine assegnato all’uomo dalla natura, e quindi dagli dei, implica un rivolgimento della potenza scatenata dalla provocazione.
Come insegna la vicenda di Ulisse/Odisseo, la ricusazione del ritorno in patria, il vagar senza meta e infine il naufragio, sono il prezzo inevitabilmente pagato da chi va errando per mare.
La figura estrema, quella del naufragio, sembra implicita nell’atto stesso della navigazione. Perché insomma l’uomo dovrebbe affrontare così terribili potenze?

La contrapposizione tra i guadagni della saggezza e quelli derivanti dal commercio è antica: i primi possono essere salvati anche nel naufragio (omnia mea mecum porto); i secondi fanno perdere la misura delle cose e sono rilevatori di un’avidità accecante.
Il mare accerchia l’uomo; le acque dividono le terre le une dalla altre; dal mare emergono i mostri mitici; i terremoti rientrano nelle competenze del dio del mare, Poseidone.

Queste premesse di massima, veloci attraversamenti di un campo d’inesauribile ricchezza, inducono a una fondamentale prudenza nel valutare il modo in cui le varie epoche o i singoli autori si sono confrontati con le metafore marine e con i personaggi delle narrazioni nautiche: l’elemento naturale e la stratificazione dei significati giocano l’uno con l’altra; la superficie e la profondità s’interrogano.

Il continuo ritorno sulla figura di Odisseo/Ulisse è divenuto, ad esempio, un indice di atteggiamenti diversi e contrastanti rispetto alla “virtute e canoscenza” o al dissolvimento di ogni plausibile esperire.
Le forme del naufragio si vanno stemperando: quello che era impatto reale nell’esperienza della navigazione, può essere da tutti trasferito nell’esperienza individuale, come punto di non ritorno.
La perdita della rotta diventa continua nota a margine di ogni discorso sull’identità del singolo.


Tramonto rosso sul mare – Il sublime. Foto Enzo Papa
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La figurazione escogitata da Lucrezio nel II libro del De Rerum Natura, con i versi 1-4 (“Bello, quando sul mare si scontrano i venti e la cupa vastità delle acque si turba, guardare da terra al naufragio lontano: non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina, ma la distanza da una simile sorte”) inaugura la metafora del naufragio con spettatore.
Nel rapporto fra spettatore e naufragio è individuata una distanza di sicurezza, basata sulla capacità del saggio epicureo, che salva l’osservatore dai flutti dell’esistenza.
Al pericolo che deriva dalla fragilità dell’esperienza e della vita umana si può, in generale, sfuggire attraverso due procedure: stando al sicuro sulla terraferma; ritornando il più velocemente possibile in porto, nel luogo della sicurezza.
Tralasciando qui, per brevità, altre configurazioni, Pascal con il suo monito – Vous êtes embarqués – elimina ogni distanza di sicurezza che tenga lontano il pericolo.
L’elemento “marino”, con il suo alto grado di precarietà, è riconosciuto come ambiente naturale per l’uomo: non ci sono ormeggi.
Nel nuovo quadro della “rivoluzione copernicana”, in un universo che ha perduto il suo centro, non vi sono più punti saldi sui quali collocarsi come indicato da Lucrezio: lo spettatore deve farsi attore e rischiare il naufragio.
La distanza di sicurezza è addirittura capovolta con lo Sturm und Drang: la felicità non sta nel sentirsi in salvo, ma nell’attraversare i pericoli della “navigatio vitae”.

Il porto è il luogo delle occasioni mancate, della sottrazione allo slancio vitale. L’annullamento di qualsiasi distanza di sicurezza determina o un senso di tragico spaesamento o un’apologia del movimento: il naufragio è insomma destino ineluttabile rispetto alla storia vista come “viaggio senza fine, nel doppio senso di senza meta e senza termine”.

Il ritorno in porto non aiuta più a sottrarsi al pericolo: il voltarsi indietro sui propri passi, o sulle onde appena solcate e subito richiuse, non ha più ragion d’essere. Lo spettatore imperturbabile dei drammi dell’esistenza diventa un meschino egoista, tutto assorto nella propria autoconservazione.

Quando la metafora è spinta al massimo delle sue possibilità, essa diventa un racconto circolare, una angosciante ripetizione che sormonta anche le figure eroiche e i miti del passato.

Antonio Fresa

Le foto che accompagnano questo testo sono di Enzo Papa (enzopapa@gmail.com)

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