Nei campi di cedri. Trent’anni fa’ Sabra e Chatila

Bandiera Palestina
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Il secolo delle guerre mai terminate, delle questioni territoriali irrisolte, della pace, eterna incompiuta, ci ha lasciato ormai da più di 12 anni. Tra gli atroci spettacoli proposti, nel cartellone della storia delle devastazioni e degli assassinii dell’uomo, della deprivazione dei diritti fondamentali, del fanatismo oltranzista, i fatti di Sabra e Chatila occupano una posizione di triste e atroce primato per la straordinaria, inaudita violenza . E quei giorni, trent’anni fa’, restano il simbolo della storia recente del Medioriente. Storia di cui abbiamo letto spesso pagine solo intraviste, tanto erano pieni di lacrime gli occhi che, riga dopo riga, tentavano di scorrerle.


Betlemme, Aida. Muro di separazione tra Israele e West Bank. Aprile 2011. Foto Cristina Mastrandrea ©.

Il destino ha assegnato al Libano una posizione storicamente e politicamente complicata e luttuosa. Neanche il tempo di ottenere, all’inizio degli anni ’40, l’indipendenza dalla Francia, che subito dovette confrontarsi con le questioni di vicinato del neonato stato di Israele. Avvinghiato e appeso tra il Mediterraneo e il deserto, schiacciato tra il mondo arabo e lo stato ebraico,  il “Paese dei cedri” si preparava a vivere pochi anni nella pace e nella stabilità: tutto il resto nel tormento. Già dal 1948 era iniziate una massiccia emigrazione di arabi palestinesi oltre confine. Tra questi ci sono anche molti militanti e guerriglieri dell’OLP, a loro volta scacciati dalla Giordania, dove l’Organizzazione aveva trovato rifugio nei primi anni di attività.
A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, il Libano non è più una nazione: diviene bensì, via via, sempre più un campo di battaglia; non c’è una parvenza di stato unitario, non esiste di ordine sociale, di comunità. A dispetto dell’esiguità di un territorio grande poco più di 10 mila chilometri quadrati, ci sono i campi profughi degli arabi palestinesi, le truppe di occupazione e quelle di “sorveglianza” multinazionale inviate dall’ONU. I contrasti crescenti tra etnie e religioni, tra filo-arabi e filo-occidentali, sfocia nella guerra civile. A fronteggiarsi sono da una parte i cristiani-maroniti, appoggiati Partito Falangista guidato da  Bashir Gemayel e dall’altra e una coalizione composta da palestinesi libanesi e musulmani, tra cui sunniti, sciiti e drusi, appoggiata a sua volta dal Partito Socialista Progressista.
Iniziata nel ’75, e di fatto mai cessata, la guerra provocherà migliaia di vittime e, considerata la posizione geografica del Libano, cui si accennava, il rapido allargamento degli schieramenti oltre i confini, coinvolgendo Egitto, Siria, Iran e ovviamente Israele, con l’appoggio indiscriminato ai falangisti. Il conflitto alternò lungamente vincitori e vinti e si trascinò tra accordi e “cessate il fuoco” deboli, confusi e approssimativi. Fallendo clamorosamente ogni tentativo di pace e stabilità, il paese restò incontrollato e profondamente spaccato.  All’inizio degli anni ‘80, le proporzioni degli schieramenti in campo erano quindi pressoché immutate. Ciò preoccupava non poco gli israeliani che,  con il pretesto di sorvegliare e prevenire attacchi, ripresero a varcare ripetutamente i confini, ossessionati dalla massiccia costituita dalla presenza palestinese e filo-araba.
Il 6 giugno 1982 è la data ufficiale dell’inizio di un estate terribile i cui giorni e le cui vicende resteranno indelebili nella memoria di coloro che le vissero. I devastanti bombardamenti delle città di Tiro, Sidone e Damour, con cui cominciava la cosiddetta operazione “pace in Galilea”,  voluta dal Primo Ministro Begin e dal Ministro della Difesa Ariel Sharon, ne furono soltanto il prologo.  Contravvenendo ad ogni accordo precedente, le truppe israeliane cominciarono a penetrare in maniera sempre più massiva e inesorabile nel territorio libanese, distruggendo le basi dell’OLP, da dove l’organizzazione di Arafat non aveva però più lanciato alcun attacco da oltre un anno. Non mancarono incursioni e bombardamenti aerei, cosicché il numero complessivo delle vittime civili fu altissimo: circa 20.000 morti.
Il 13 giugno le milizie israeliane arrivarono a Beirut dando inizio ad un assedio di 90 giorni. Anche qui ripetuti bombardamenti con l’utilizzo anche di bombe a grappolo e al fosforo. Lasciarono agli occhi del mondo, attonito e impotente, le immagini delle macerie fumanti ovunque nella città. Isolata e scoraggiata, l’ OLP e i suoi rappresentanti furono costretti ad evacuare, accettando il piano di trasferimento a Tunisi proposto della Lega Araba. Per cercare di garantire l’ordine durante questo trasferimento il governo Libanese aveva accettato la presenza di una “Forza Multinazionale” composta da soldati americani, francesi e italiani; tuttavia il mandato di intervento limitato ad un solo mese (dal 21 agosto al 21 settembre) faceva presagire l’intenzione di concordare un patto militare con Israele volto all’utilizzo indisturbato della forza. Il 23 agosto il Parlamento libanese, confortato dal sostegno e della “protezione” dello stato ebraico, eleggeva il leader dei falangisti Bashir Gemayel a Presidente della Repubblica. In questo modo si andava concretizzando e definendo sempre di più il piano della cancellazione della presenza palestinese dal Libano. Infatti nelle settimane successive oltre  15.000 combattenti e tutta la dirigenza politica dell’OLP vennero costretti ad accelerare l’abbandono dei campi. Tuttavia l’intento non riuscì completamente e, in alcune zone, anche a Beirut, nel settore ovest, rimasero sacche di resistenza armata: le milizie nasseriane di ”Morabitun”, gli sciiti di Amal, i comunisti e i drusi del partito social-progressista guidato da Walid Jumblatt. Iniziò pertanto la nuova, definitiva e più cruenta fase di repressione. Come prima mossa il presidente libanese impose la decisione di anticipare la partenza della forza multinazionale. Con il campo sgombro dall’intralcio ONU,  le truppe falangiste si trovarono nella piena libertà di portare a termine la missione di distruzione dei residui filo-palestinesi. Il pretesto per l’accelerazione definitiva delle operazioni di “pulizia” fu dato  dall’uccisione di Gemayel e di 21 dei suoi sostenitori il 14 settembre in seguito all’esplosione di una carica di tritolo, posta fuori dal quartiere generale della Falange. I responsabili dell’attentato vennero infatti individuati tra quei pochi palestinesi restati a Beirut, perlopiù qualche decina di professionisti indifesi, e soprattutto nei profughi dei campi di Sabra e Chatila,due campi profughi situati alle porte di Beirut. Sarà una mattanza.

Il 16 settembre i miliziani, guidati da Elie Hobeika, penetrarono nei campi dando inizio al genocidio e al martirio di centinaia di persone inermi e inconsapevoli. Non venne risparmiato nessuno: casa per casa, strada per strada, la violenza inaudita e senza freno si abbattè con cinica e scientifica ferocia. Vennero utilizzate ogni tipo di armi: gli esplosivi, gettati in mezzo a gruppi di persone, ma anche le lame dei coltelli. Le donne furono violentate prima di essere abbattute; torturati, sgozzati e impalati i bambini. Sotto gli occhi compiaciuti e complici dello stato maggiore dell’esercito israeliano, i falangisti portavano così a termine l’operazione di “pulizia etnica” per anni progettata e finalmente perpetrata, lasciando però il Libano in condizioni disperate e dando così inizio ad un lungo ulteriore periodo di guerre e rappresaglie, soprattutto da parte degli arabi, presenti sul territorio e appoggiati dall’esterno (principalmente dal regime iraniano). Arrivarono nei giorni seguenti il massacro le condanne dell’ONU e della comunità internazionale, ma furono inutili e, soprattutto, colpevolmente tardive.

E’ difficile e alquanto delicato ripercorrere il filo delle responsabilità in campo, ma quanto dei fatti di quell’estate di trenta anni fa’ fu veramente inaspettato? L’ONU, gli stati, le coscienze, furono veramente colte di sorpresa? Restano ancora vive nell’etere della storia le urla strazianti di dolore di coloro che furono dilaniati da cotanta esacerbata brutalità. Nessuna accusa di colpevolezza, o presunta tale, può giustificare una ritorsione tanto inumana. A maggior ragione se ad essere colpiti sono i martoriati corpi di individui indifesi e innocenti. L’impressione è però che a tendere le orecchie, a raccogliere le note afone di queste grida, siano sempre gli stessi. Il suono diviene ovattato, fino quasi a scomparire, nella consapevolezza di governa. Ne è la dimostrazione che la Causa Palestinese, che scrivo con le iniziali maiuscole, è ancora lì. Non si è voluta risolvere, anzi, negli anni si è perpetrato nella prepotenza di voler convincere il mondo che tutto sia sfociato nell’esaltazione religiosa e fanatica di qualche assassino, manovratore e mandante di kamikaze e stragi.

Ma coloro che ascoltano gli uomini e che hanno il vizio, inaccettabile in questo mondo di “facili amnesie”, di ricordare, hanno posto il massacro di Sabra e Chatila a monito e immolazione. A monumento di barbarie. Allo stesso tempo quei martiri perdureranno nell’esempio di sacrificio per la libertà di un popolo, trent’anni dopo, ancora oppresso dall’inaccettabile arroganza dei potenti.

Cristiano Roccheggiani

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