Nelle tracce del lupo a cura di Davide Sapienza e Lorenzo Pavolini

lupo tra le nevi
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Il lupo italiano è il protagonista assoluto di un interessante podcast che ne narra la sua storia includendo tutti gli aspetti connessi all’affascinate predatore. Una felice scoperta quella del podcast Nelle tracce del lupo, a cura di  Davide Sapienza e Lorenzo Pavolini. Dieci episodi su Ray Play Sound, per duecentotrentadue minuti complessivi di narrazione e il cui ultimo numero è stato diffuso lo scorso novembre [1].

Gli episodi catturano come l’argomento che trattano, attirano come il predatore di cui si parla ha da sempre suscitato interesse per tutti, nel bene o nel male. Una riproposizione di storie note, e molto per chi scrive, ed un nobile fine didattico, completo, del quale si avverte un estremo bisogno ancora adesso che la specie lupo non è più in estinzione. Restituisce ancora infine la giusta visibilità ed i meriti a chi si adoperò per la salvezza del canis lupus italicus ad inizi anni ‘70, a partire dagli scienziati, allora giovani, che vollero con il WWF il progetto Arma Bianca, la diffusione all’uso del bianco cane da pastore abruzzese a difesa degli armenti e l’Operazione San Francesco. Godettero anche dell’appoggio dell’allora Parco Nazionale D’Abruzzo – poi diventato anche di Lazio e Molise;  PNALM-  diretto da Franco Tassi.

baita

Baita anni ’70 usata nell’Operazione S. Francesco.

Gli autori dimenticano però chi quell’operazione la ebbe sulle spalle, il compianto Paolo Barrasso. Probabilmente se fosse ancora in vita avrebbe dato unPaolo Barrasco importante ulteriore contributo alla causa naturalistica ed alla vita dei Parchi che aveva contribuito a delinearsi inizialmente. Quello della Majella soprattutto. Paolo Barrasso, ancora da studente, era il braccio operativo nel progetto commissionato dal WWF all’attuale professore Luigi Boitani e a Erik Zimen, allievo di Konrad Lorenz, per poi diventare egli stesso uno scienziato aggregato al Corpo forestale dello Stato ( C.F.S.). In realtà il periodo, inizi anni ’70,  non era certamente quello degli interessi diffusi in coscienza ambientale come potrebbe essere quello attuale. Allora si era in piena lotta contro il predatore simbolo, anche facendo uso diffuso di mezzi di abbattimento pericolosissimi come il veleno: bocconi al cianuro ed alla stricnina. Ancora rabbrividisco.

Ricordo che sulla conservazione del lupo ci fu l’interesse di un movimento internazionale che vide attivi i Dave Nich, gli Zimen e Boitani ed altri. Anche il WWF inglese contribuì donando una Land Rover bianca a passo lungo che mi vide anche ospite più volte; il fuoristrada risultò fondamentale per svolgere sui versanti della Majella e del Morrone gli studi che poi diventarono, ad Operazione San Francesco conclusa, termine di paragone per l’ultimo censimento ISPRA 2020-2021 [2]. Per i paesini alle falde del monte Morrone e della Majella, il passaggio di quel grosso “gippone” con la lunga antenna ed il faro orientabile sulla sommità, era costante oggetto di curiosità malgrado ormai fosse nota da mesi la sua presenza. Frotte di ragazzini lo seguivano per approfittare di ogni momento utile per chiedere informazioni sulle attività a Paolo che non mancava mai di raccontare loro. Quelle chiacchiere ed il resto fecero proseliti tanto che uno di quei ragazzini, Simone Angelucci, è diventato un dirigente del Parco e nelle popolazioni vi è una pertinente coscienza ambientale.

Erik Zimen e Dave Mech
Erik Zimen e Dave Mech al passo San Leonardo, inizia l’Operazione San Francesco

Negli anni ’70, aggiungerei a quanto detto in precedenza, si intraprese su più fronti un felice percorso di tutela della specie, appena dopo la relazione di Camillo Valentini per la protezione del lupo e le emanazioni dei decreti dei ministri Lorenzo Natali del 1971 e Giovanni Marcora nel 1976, e che videro il lupo inserito nella Convenzione di Berna (selvatico altamente protetto inserito nel progetto di conservazione degli Habitat in Europa).

Attività che gode ancora adesso dei risultati conseguiti. Quello più evidente, oltre al numero dei lupi non più in pericolo, ma semmai in eccesso seppur con i grandi limiti che incombono per la presenza degli ibridi, è l’aver creato consapevolezza sull’uso dei cani da pastore abruzzesi a difese degli armenti. A questo si aggiunse il risultato di popolazioni montane che cambiarono atteggiamento nel considerare la presenza dei lupi.
In Abruzzo, Gregorio Rotolo e Nunzio Marcelli, i pastori tra i più attivi nella diffusione dei loro risultati nella difesa degli allevamenti; si ritagliarono un ruolo anche come figure pronte a fungere da testimonial. Questo tipo di percorso non è stato fatto nelle aree montane del centro-nord, anzi si era tentato di ripristinare l’abbattimento dei lupi alle prime perdite di ovini.

Cani Pastore Abruzzese
Cani pastore abruzzese. Foto Pietro Santucci

Del resto, come si evince dal podcast Nelle tracce del lupo, vi è un diverso modo di intendere la pastorizia ed anche una cattiva predisposizione al cambiamento. Chi ha operato sui monti sempre nello stesso modo, utilizzando l’allevamento libero approfittando della non presenza del predatore, prova a non adattarsi alle precauzioni indicate dalle attuali necessità. Nel caso invece di luoghi e pastori che hanno da sempre convissuto con i predatori, è risultato automatico rispolverare ed incrementare l’uso dei cani ed attenzioni che affondano le radici nelle antiche tradizioni pastorali ed a transumanza orizzontale.

Un aspetto che non compare nel podcast relativamente alla storia contemporanea del lupo è quello delle origini dell’avversione radicata fra la gente comune nei suoi confronti. Immaginate una cucina della metà del secolo scorso dove in un ambiente in cui, tra il nerofumo diffuso dalla fuliggine del grande camino, si apprezzano segni di tanta povertà di mezzi ed alimenti. Si rileva solo ricchezza di grossi ceppi di legno che ardevano nel gran focolare a riscaldare e cuocere quel poco di cui si disponeva in gran parte delle stagioni.  In quelle cucina era frequente trovare anche culle di legno con piedi a dondolo con la nonna che attivava il movimento ritmico nel tentativo di far addormentare il bimbo cantando la ninna nanna [3]. Una cantilena che incuteva terrore attraverso la minaccia del “lupo cattivo”. Era da allora che iniziava a definirsi l’imprinting sul neonato ed influenzava la considerazione del bimbo verso il selvatico. Questa è una delle motivazioni di partenza che nella storia moderna ha aiutato nella diffusione della persecuzione che vedeva il lupo come contendente delle piccole risorse per la sopravvivenza in quei periodi. Andando ancora più indietro nella storia, viene riferito dei trascorsi ancora più cruenti nell’esistenza dei lupi; di quando si diffondevano voci che i non battezzati fossero più facile preda dei lupi oppure utilizzando il temine “lupa” per indicare chi si prostituiva. È da qui, da questa antica ricchezza di ingiustificati luoghi comuni ricordati dal lavoro degli autori del podcast che parte l’emozione che non abbandonerà più i fruitori delle montagne quando ascolteranno gli ululati oppure, se più fortunati, avranno un incontro o la semplice ipotesi che possa accadere. Come è giusto che sia, come indica quella rispettosa, sana, paura che si nutre verso il lupo  e che aiuta ad avere atteggiamenti corretti nei suoi confronti se appunto parte da sani principi.

un lupo nel Parcon nazionale d'Abruzzo Molise e Lazio
Un lupo nel Parco nazionale d’Abruzzo Molise e Lazio. Foto Mario Ursitti

Nel podcast uno degli episodi più interessanti, analizza storicamente il lupo, ne considera i comportamenti contestuali e la vecchia definizione di homo homini lupus (l’uomo è lupo per l’uomo, proveniente dall’Asinaria di Plauto, II, 4, 88, ndr) che si rivelerà più falsa che vera perché cita negativamente l’essere lupo. Nella realtà l’esemplare lupo è completamente inserito nell’organizzazione rigorosa del suo branco che significa invece supporto vicendevole, attenzione e collaborazione sociale e territoriale. Il branco costituisce l’unità organizzata a cui tutti gli individui contribuiscono rispettando le regole per tenerla efficiente, funzionale e di eventuale soccorso per le necessità dei componenti, soprattutto se cuccioli. Per l’uomo sapiens, di contro, l’aggressione verso propri simili  è diffusa da sempre. Questo aggrava se possibile, quando accade, il senso della “predazione” compiuta da umani, e si accompagna ad una maggiore crudeltà quando viene attivata da dietro una confortevole scrivania.

Come pone in evidenza il podcast, l’organizzazione sociale dei lupi ha attinenze di unicità in natura con l’organizzazione dell’homo sapiens. Attinenze che si osservano solo in queste due specie, homo sapiens e canis lupus, con la territorialità presente in entrambi i casi come la resilienza e la regola comune che vuole lasciar andare i giovani ad organizzare il loro futuro. Il parallelismo delle due tipologie di vita non contempla però la capacità elusiva dei lupi; caratteristica nella quale questi selvatici sono impareggiabili e che è accompagnata anche con una grande astuzia comportamentale che tiene conto anche di piccoli accorgimenti come quello di utilizzare, dai lupi che seguono, le orme dell’individuo che precede. Il rapporto è quindi da sempre caratterizzato da paura e terrore verso i lupi e da interesse di questi verso gli umani. In Nelle tracce del lupo si cita anche il tentativo di un osservatore ISPRA di studiare un esemplare senza mai riuscire ad incrociarlo per una intera giornata di cammino, salvo poi, grazie ad un altro osservatore che si era incontrato nel percorso, scoprire che il lupo che si stava cercando seguiva da tanto tempo chi tentava di intercettarlo.

Oltre che dall’azione protettiva dell’uomo, l’incremento delle presenze del predatore è stato anche causato dalla diffusione dei boschi sui terreni a pascolo a causa dell’abbandono delle attività in quota. Per questo, grazie alla crescita delle popolazioni di ungulati: cervi, caprioli e cinghiali, il numero di prede disponibili per i lupi è aumentato e con esso è diminuita la grande preoccupazione alimentare conosciuta dalla specie nel passato.

La conferma che i numeri non giustificano più preoccupazioni sulla continuità della specie è nell’ultimo censimento ISPRA. I risultati ottenuti rimandano ad una forbice di presenze di predatori tra 2.900 esemplari fino a 3.600 [4], probabilmente però comprendendo in questi numeri quegli ibridi che a partire da alcune zone con presenze elevatissime, imporranno presto decisioni a tutela della specie e della Natura. Forse questo è il timore più grande al momento per la specie [5].

Il podcast che racconta delle esperienze di Slavc e della tecnologia usata, mi ha ricordato la prima lupa collarata sul Passo di San Leonardo la lupa 9/10 e gli altri che furono studiati da Paolo nell’Operazione San Francesco. E’ automatico per chi segue queste vicende rammentare le altre storie della lupa Petra, della lupa Dacia, di Lama Bianca, fino ai contemporanei Giulietta e Slavc sui monti Lessini. I mezzi e le risorse sono cambiate, la tecnologia è avanzata. Allora  i collari emettevano un bip che quando lo si avvertiva era già un successo reso ancora più evidente dalla velocità con la quale si succedevano i suoni: significava vicinanza dell’animale. Adesso ben diverso è il ricorso all’uso di gps evoluti, foto-trappole e nuovi collari che consentono censimenti precisi e che hanno permesso di monitorare gli oltre 1000 km di Slavc percorsi dalla Slovenia verso la Lessinia dove adesso, con la lupa Giulietta, ha da 8 anni una felice conduzione del suo branco.

Le problematiche sulla pastorizia che non ha raccolto gli inviti a proteggersi, accettando la convivenza con i predatori, magari andrebbe risolta con una azione analoga alla sensibilizzazione che Paolo attivò con i pastori della Majella e del Morrone negli anni ’70. Ne siamo stati testimoni più volte e si è concretizzata trascorrendo parecchie ore insieme a loro, quasi sempre all’alba accanto al fuoco degli stazzi, assaggiando ricotta calda e sorsi pieni di cerasuolo prelevati dagli otri. Era tempo ben speso ad analizzare problematiche, eventi, comportamenti del predatore, metodi a tutela delle greggi. Lo scienziato ed i pastori trovarono così quell’empatia che era difficile immaginare sarebbe sopraggiunta quando iniziarono quelle esperienze e, lupi e pastori, occupavano saldamente fronti opposti. Diventava facile, quando si condividono disagi e bellezze nell’avvicendarsi di aurore e tramonti, ritrovarsi complici dello stesso disegno ed avvertire unanimemente le necessità e le finalità che per magia diventano le stesse. Paolo era maestro nel cercare complicità in quel mondo che gli era proprio pur provenendo da altri vissuti, ma la montagna con i suoi ritmi, la sua epopea e le sue necessità favorisce le affinità quando ve ne sono, anzi forse le impone come il fare squadra del branco impone ai lupi dando in cambio sicurezza organizzativa e sopravvivenza.  Ecco che con quelle ore trascorse nel riferire delle nottate appena passate, degli spostamenti osservati dei branchi monitorati, delle nuove nascite e dei cuccioli che da futuri predatori, comunque, conservavano anche quella indole di tenerezza che ogni cucciolo induce, hanno portato a distanza di mezzo secolo i pastori di oggi, in Abruzzo, ad essere riferimento anche per quegli stranieri. Lo hanno dimostrato i colleghi francesi ospiti di Patrice Raydelet, un fotografo naturalista francese esperto di grandi predatori nelle abituali visite al PNALM. Hanno dovuto considerare da increduli che la coesistenza pecore-lupi è possibile.

Questa ultima considerazione “assolve”  il lupo, ma il termine è sbagliato, sottolineiamo. Non vi è nessun processo infatti al lupo come non deve esserci, nella civiltà a cui si ambisce, un lupo buono contrapposto ad un lupo cattivo. Il lupo è …”il lupo e basta” ed occorre rispettarlo avendone cura nella sostenibilità come per ogni altro componente della Natura.

Emidio Maria Di Loreto

[1]  https://www.raiplaysound.it/programmi/nelletraccedellupo
Nel programma: Davide Sapienza per i testi e la voce narrante, Lorenzo Pavolini per il testo, le registrazioni ed il montaggio, Francesco Garofoli per le musiche.
[2] I risultati del Monitoraggio nazionale del lupo
[3] Stralcio da antica Ninna Nanna di autori sconosciuti. Registrazione probabile nei dintorni di Sulmona per tipicità nella pronuncia e dei luoghi narrati Sulmona appunto in valle Peligna e Carrito, confine tra valle Peligna , Marsica e Parco PNALM):

“Nonna Nonna Nonnarella
Lu lup s’ha magnat’ la pecorella!
Se l’ha mangiata accanto a lu vallone,
prima la pecora e poi lu padrone!
se l’ha finitaaa!
 se l’ha portata al piano di Carrito ….se ne ito a  lu vallone per le piane di Sulmona….”

[4] https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/monitoraggio-nazionale-del-lupo/link
[5] Emidio Maria Di Loreto, In difesa del lupo: gli ibridi e l’identità genetica del lupo. III, 18 febbraio 2017; Emidio Maria Di Loreto, In difesa del lupo: la storia negli ultimi anni. I, 18 febbraio 2017

 

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