No Place Like This: I Town Of Saints tornano sulle scene.

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Un’allegria contagiosa. Una vitalità inattesa eppure condivisa. Una pausa, un momento di distensione, e poi una ripresa repentina, ancor più vivace.
Tutto questo, e tutto insieme, è No Place Like This, il nuovo album dei Town Of Saints, band che punta sull’originalità e sulla freschezza, giunta al suo secondo lavoro discografico. Il disco si fa apprezzare per l’energia che emana: risulta amabile nella sua semplicità. Il filo conduttore di tutte le tracce è certamente uno: la spensieratezza di un gruppo giovane che – e questo si percepisce ampiamente – si diverte e spera di far divertire. Lo si percepisce nel modo in cui la batteria, più o meno ininterrottamente salvo rare eccezioni, mantiene il ritmo, risultando incisiva, ma sempre pulita e mai eccessivamente potente; nel modo in cui le voci si fanno continui rimandi, si scambiano, si sfiorano fino a confondersi; nel modo in cui il violino – vero marchio di fabbrica del gruppo – tesse delle melodie coinvolgenti.

Town of SaintsTown of Saints. Foto Ruben van Vliet

Del resto, quello dei Town Of Saints, è un destino mai banale: una favola, più che una semplice storia. Harmen Ridderbos Heta Salkolahti, membri fondatori del gruppo, sono inizialmente due artisti di strada, originari, rispettivamente, dell’Olanda e della Finlandia. Le loro strade – in questo caso l’espressione è particolarmente adatta – si incrociano nel 2010, quando iniziano, con a disposizione solo una chitarra e un violino, a girare l’Europa e a farsi conoscere. Da quel momento, crescono, maturano musicalmente, pubblicano il loro primo album e partecipano a importanti festival europei, ma non rinnegano mai le loro origini. Anzi, sono probabilmente esse ad aver influenzato l’intro di Modern Life, brano a cui è affidata l’apertura del disco e che sembra ricordare, nel suono iniziale, quello di una batteria arrangiata con secchi di plastica e tanta fantasia, in perfetto stile street art.

L’innocenza degli inizi, comunque sia, ha lasciato spazio a una maggiore consapevolezza musicale. Innanzitutto, con l’ingresso di Jukka Kiviniemi (basso), Berend Rombouts (chitarra) e Jesse Bosman (batteria), gli elementi del gruppo sono diventati cinque e, insieme a loro, anche il sound si è modificato, approdando a un indie rock più organico e ricercato, abbandonando quelle atmosfere folk che invece avevano caratterizzato il primo album. La ricetta del disco è semplice, lineare, ma non per questo meno riuscita: scorre piacevolmente, senza picchi eccessivi né evitabili cadute di stile. Gli strumenti si ritagliano i loro spazi, si concedono dei momenti di appariscenza: il basso e la chitarra si prendono la scena in Short Circuit Breakdown, uno dei brani dalle venature più rock; la batteria pulsa con forza in Needle In The Hay, traccia che sarebbe perfetta da ascoltare in un viaggio coast to coast in giro per l’America. L’assoluto protagonista del disco è comunque il violino, immancabile segno di riconoscimento di una band certamente da seguire: in Do Ya Say conduce il finale verso una conclusione orchestrale; in Shapes (tra l’altro l’unica canzone che vede la violinista Heta come cantante solista) costituisce l’immancabile tappeto musicale della canzone, la sua robusta colonna portante. Menzione particolare la meritano Hold On, che si caratterizza per un pop rock simile a quello dei Mumford & Sons di “Wilder Mind” e, soprattutto, It’s Beautiful, che, con le sue perfette fusioni sonore di pianoforte, chitarra e violino, rappresenta probabilmente la vetta compositiva dell’album.
La batteria scolpisce, la chitarra ricama, il violino garantisce profondità al disco, donandogli atmosfere epiche e, in casi come l’omonima traccia No Place Like This, persino ricercate. Gli arrangiamenti, infatti, risultano più organici rispetto al passato, più complessi, architettati con garbo e interpretati con delicatezza ed eleganza. Emblema del gruppo è, certamente, anche l’utilizzo delle voci, il modo in cui esse si cercano, si alternano, si scambiano echi reciproci, come in Win, in cui emerge una chiara influenza dello stile degli Of Monsters And Men. Wurttemberg Calm, invece, si caratterizza per dei cori finali analoghi a quelli tanto cari ai Coldplay degli ultimi tempi. Le voci sono pure, limpide, nonostante Harmen, delle volte, si lasci andare a degli acuti eccessivamente striduli. Eppure l’effetto non è mai sgradevole, poiché il merito dei Town Of Saints è quello di saper ben calibrare – e gestire – atmosfere intime, a tratti malinconiche, e tracce dal ritmo frenetico e vigoroso.

Town of SaintsTown of Saints. Foto Ruben van Vliet

L’album è una ricerca continua, un intrigo di voci e suoni a cui si resta rapiti, un labirinto di suggestioni che, traccia dopo traccia, vengono smascherate. Capita, così, di essere investiti da una malinconia improvvisa, latente e soffusa e di sentirsi, già un attimo dopo, piacevolmente rilassati, in perfetta simbiosi con l’ambiente circostante. La grazia dell’album è nel saper condurre l’ascoltatore dove mai avrebbe creduto di arrivare, di trasportarlo, di renderlo mobile e malleabile, di adattarlo alle diverse prospettive. L’ascoltatore di No Place Like This non conosce dimora, non è mai sazio, ma necessita continuamente di nuovi spazi e nuovi orizzonti. Allo stesso tempo, però, non riesce a liberarsi dell’intimità familiare, della sua calda accoglienza, del suo riparo protettivo. “A volte preferirei fuggire dalla mia e da questo piccolo paese per situarmi in un’immagine più grande. D’altra parte, ho bisogno di una sicurezza domestica”, sentenzia Harmen, leader del gruppo, riassumendo l’essenza dell’album: un disco pieno di ambivalenze e segreti nascosti, che aspettano solo di essere svelati e portati alla luce.

Mi immagino in una fresca giornata di primavera, seduto sulla sabbia e con le cuffiette nelle orecchie. Il vento scompone la chioma ribelle. Parte il primo brano. Mi rilasso, sorrido. Gli artisti di strada hanno appena iniziato la loro esibizione. E la mia felicità già applaude, compiaciuta.
Lorenzo Di Anselmo

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