Non è colpa mia (voci di uomini che hanno ucciso le donne). Ce ne parla Vanna Ugolini

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Nella sua lunga carriera di giornalista di cronaca, Vanna Ugolini si è misurata con tante forme di violenza e con tante vicende sospese tra il dolore e la speranza di un riscatto.
Lungo il suo cammino si è misurata spesso e anche con casi di femminicidio e ha dovuto seguire la tragedia delle vittime e la sorte dei colpevoli.
Domande, indagini, riflessioni accompagnano la cronaca quasi quotidiana di questa forma di violenza di genere che vuole negare i diritti e gli spazi conquistati dalle donne con impegno e sofferenza.
Le vicende si ripetono con un’assurda precisione e, nonostante che l’attenzione appaia sempre più consapevole, le storie sembrano seguire quasi un copione già scritto, con un crescendo di violenza e di sopraffazione che non si spezza e non si arresta.

Vanna Ugolini ha scelto, a un certo punto, di confrontarsi con gli uomini che uccidono le donne che dicono di amare e ha individuato tre storie esemplari di uomini che vivono o hanno vissuto il carcere dopo i delitti commessi: tre storie dure, complesse e perverse.

Con coraggio e senza nascondere la difficoltà di rapportarsi a uomini che tendono sempre e comunque a manipolare la realtà, Vanna Ugolini ci offre tanti spunti di riflessione.
Il suo lavoro, integrato con quello della psicologa Lucia Magionami, è confluito nel libro Non è colpa mia (Morlacchi editore), uno strumento davvero importante per chi vuole confrontarsi con i diversi aspetti della violenza sulle donne e con i femminicidi.

Lei lavora da anni anche a casi di cronaca che vedono le donne come vittime. Com’è giunta all’idea di intervistare e raccontare la storia di tre uomini che hanno scelto di farsi “carnefici”?
Ritengo che la violenza contro le donne sia una questione prettamente maschile e quindi, agli uomini che la agiscono, va chiesto cosa accade in loro che li trasforma da mariti e padri di famiglia in assassini.
Il mio è stato un percorso lungo: mi sono occupata per più di venti anni di cronaca nera e ho seguito tantissimi casi di femminicidi, anche quando ancora non si chiamavano così.
Mi sono sempre chiesta perché succedevano, perché in ambiti che non erano legati alla criminalità, ma, anzi, alla sfera delle relazioni e degli affetti più intimi, potessero accadere delitti così efferati nei confronti della persona cui si era promesso amore, con cui si era condiviso un progetto di vita, figli.
Ho cominciato a studiare cercando le risposte alle mie domande e poi sono entrata a far parte di un’associazione di volontariato, insieme con altri professionisti e ho potuto approfondire, anche attraverso il confronto con gli altri soci, molti aspetti di questo problema, cioè della violenza nell’ambito delle relazioni affettive.
L’incontro con le donne vittime di violenza è stato il passo successivo.
Per completare il quadro mi serviva parlare con gli autori dei femminicidi. E sono andata a sentire le loro storie.

Quali sono state le difficoltà più grandi nel raccogliere le “voci di uomini che hanno ucciso le donne”?
La cosa più difficile per me è stata accettare di avere davanti delle persone che cercavano, in ogni modo, di manipolare, laddove era possibile, la narrazione di quanto era accaduto nel tentativo di convincermi che non fosse stata colpa loro.
È stata un’esperienza emotiva molto difficile per me perché pensavo, invece, di trovarmi di fronte a persone consapevoli della gravità del delitto commesso e, in un certo senso, con dei rimorsi, un senso di pentimento.
Non posso escludere che queste emozioni fossero del tutto assenti, ma prevaleva il tentativo di giustificarsi e trovare delle responsabilità “fuori” da loro stessi.

Che cosa ha imparato da quest’esperienza a tratti anche dolorosa?
Ho imparato che è necessario smontare tutti gli stereotipi di cui siamo permeati per vedere la realtà senza distorsioni.
Ho capito quanta complessità ci sia nelle relazioni che sembrano, invece, essere le più semplici e naturali. Ho capito cosa sia la manipolazione.
Mi sono resa conto che non siamo davanti né a malati né a mostri né a fenomeni di raptus. Siamo davanti a persone normali che non accettano di perdere il potere nell’ambito di una relazione di coppia. Non accettano che una donna prenda delle decisioni in autonomia, che dica “No”. Ho capito anche di aver fatto degli errori, nella mia professione: non sempre ho raccontato queste tragedie con le parole giuste. Questo mi dispiace molto.

In senso più generale, potrebbe aiutarci ad azzardare una lettura di questi eventi che si ripetono quasi con le stesse caratteristiche e tappe?
Non è semplice leggere un comportamento violento perché nasce, appunto, nell’ambito delle relazioni affettive: quando ci s’innamora, non è facile interpretare dei segnali che possono essere ambivalenti.
Faccio un esempio: se il mio compagno mi dice di smettere di lavorare lo fa perché non vuole che mi stanchi più o per controllarmi meglio? Se mi dà uno schiaffo perché mi è arrivato un messaggio ambiguo sul cellulare, lo fa perché tiene a me, perché ha paura di perdermi o perché vuole avere potere su di me?
È proprio in tale ambiguità che il comportamento violento trova spazio per radicarsi.
Poi il ciclo della violenza è ormai ben conosciuto da tutti gli psicologi e anche le dinamiche che s’innescano tra un uomo autore di violenza e la sua vittima. Il punto centrale è lo squilibrio nei rapporti: uno dei due decide e controlla nel tempo l’altra che non ha, a sua volta, la possibilità di uscire dalla relazione. Per una serie di motivi, ad esempio se subisce violenza fisica, psicologica, economica, il ricatto dei figli. Quando si arriva a un femminicidio, non siamo mai davanti a un raptus: c’è sempre un percorso che porta a quel punto, un percorso lastricato di segnali purtroppo ambigui, culturalmente accettati e difficili da interpretare.

Quali sono le mancanze “istituzionali” che lei ha potuto riscontrare? Si può dire, infatti, che manca un’assunzione di responsabilità “politica” rispetto a questo fenomeno?
Le mancanze istituzionali sono enormi. E anche quelle culturali. Eppure, se ci s’indignasse di meno e s’agisse di più, si potrebbero ottenere dei cambiamenti.
Un grande lavoro si potrebbe fare sugli operatori istituzionali. Faccio un esempio: se io vado all’ospedale con un livido che non è compatibile con la caduta con cui lo giustifico, un medico può curarmi il livido e ha fatto correttamente il suo lavoro. Ma se mi mette a mio agio, e poi mi fa parlare e raccontare, parte un altro percorso che può aver esiti ben diversi.
Certo, tutti gli anelli di questa catena devono essere solidi: bisogna saper prendere le denunce, fare bene i processi, avere un sistema di tutela delle vittime di violenza di genere che funzioni, e lo stesso se ci sono dei figli minori.
Ci vogliono corsie preferenziali per i processi che riguardano questi reati e la possibilità d’inserimento lavorativo per le vittime: la violenza economica è uno dei deterrenti più forti alla denuncia.
Ci vuole un cambiamento culturale anche nella costruzione del sistema di tutela. Perché è la donna, magari con i figli, a dover stravolgere la propria vita e a nascondersi in una casa protetta?
Provocatoriamente (ma io ci credo) dico spesso ai convegni che sono gli uomini che agiscono violenza a dover essere allontanati e ben controllati con un braccialetto elettronico fino alla sentenza. Oggi denunciare una violenza subita, troppo spesso, è ancora un atto eroico anziché la normalità.

Antonio Fresa

Per saperne di più

Lucia MagionamiVanna Ugolini
Non è colpa mia
Voci di uomini che hanno ucciso le donne
Morlacchi editore, 2017
Pagine 280; € 14,00

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